Decisioni difficili (giugno 2013)

Il suo più caro amico era un vecchio alto e bellissimo, con la schiena sempre dritta nell’impegno mai estinto della seduzione, eppure quel tipo di maschio con i capelli bianchi e gli occhi di simpatia e carbone, sempre impicciato con donne innamorate, quasi suo malgrado. Era glorioso e delicato, umoristico e ansioso – ci si provavano a guarirlo, alcune ci facevano un figlio, altre ci compravano un divano, tutte se ne andavano stufate.
Sua madre fu fucilata dai nazisti, davanti ai suoi occhi spalancati, e lui divenne il nostro marrano preferito.

Bambini sotto le bombe, figli violentemente orfani – la madre di mio padre si era suicidata – avevano sfidato il tempo insieme, prima le macerie della vita e delle città, poi le occasioni a cui aggrapparsi per sopravvivere, con le barzellette surreali e le giacchette sbrindellate, con confessioni sulle questioni di cuore manco fossero ragazzette in un collegio. Si erano messi a lavorare nello stesso posto, coltivando la stessa clientela squattrinata e onirica – liberi professionisti del mondo immaginifico, curatori di fallimento di maghi in disarmo, avvocati di circensi zoppi, consolatori di psicoanalisti senza pazienti. Condividevano un appartamento che chiamavano studio, nel tentativo di emulare il modo dei gentili di vincere la storia, senza tuttavia capirne la logica.
Cuscini damascati, macchine da scrivere che non funzionavano. Scaramucce e consolazioni con il caffè del bar.

Non si poteva non amare, per quella simpatia folle, che ammalia e diverte, quando non capisci che è straziante. Io e mia sorella a cena, bevevamo gli aneddoti della sua vita, dove si muoveva coll’impaccio degli infelici e dei modesti, quando amante di ricche dame della sinistra bene, veniva piantato nudo, a causa di un altro amante, e dopo aver preconizzato erotismi diabolici e politicizzati sotto il ritratto di Mao, si trovava semplicemente con tre piccoli a raccontare favole di orsetti. Ne cullavamo il fantasioso delirio attivista, quando notte tempo scendeva dal suo appartamento, per attaccare adesivi giallo sole sulle macchine dei vicini, contenenti riflessioni, certo imperdibili, sul pericolo di Saddam Hussein.
L’unico, che avesse un blando potere sulle sue ostinazioni e il suo senso di fallimento, era mio padre. Poi ha cominciato a fare avanti e indietro nelle cliniche psichiatriche. 

È morto ieri. E l’amico del cuore, arrampicato in un eremo vagamente noioso e molto disperato, non lo sa. Lui sapeva cose che noi figlie non sapevamo, e deve avergli conosciuto toni di voce e pensieri a noi preclusi.
La famiglia corre come una mandria di topi di campagnia attorno al vecchio, cercando di spiare tracce di forza o di debolezza, per capire che farebbe se sapesse – che sulla sua isola, non verrà più nessuno
.

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