Seno, bambini,donne in cucina e vecchi al potere.

Breve antefatto.
Giovane signora di Biella si reca al locale ufficio postale cittadino, con il figlietto di tre mesi. In attesa del suo turno, il bambino ha fame e lei decide di allattarlo, poi – non ho capito bene – anche di cambiarlo. Comunque la signora viene redarguita dal personale dell’ufficio che dichiara che no, non si possono allattare i bambini all’ufficio postale, cioè si possono allattare col biberon, non al seno. Né – come d’altra parte è noto – è predisposta alcuna area per le madri in attesa e con lattanti. La donna scrive su Facebook si lamenta del trattamento ricevuto, si crea un tam tam, le poste mandano una replica che da ragione alla signora, e la Ministra Madia – reagisce prontamente.
Possiamo dire con serenità che l’ufficio postale di Biella, ha fatto una discreta figura di merda.

Siccome ho pochissimo tempo, propongo alcune riflessioni molto veloci. La prima cosa che voglio dire però è preliminare, e si tratta di un atto solidale verso l’ufficio postale di Biella, e con la manica di tromboni che lo gestisce. I poveri impiegati dell’ufficio di Biella, infatti sono assolutamente coerenti con la visione del mondo, delle donne, dei bambini, e del seno, di tutta Biella di tutto il Piemonte, e di questo paese disgraziato che ha il peggio di tutti ii mondi possibili: il concetto di elite e di prestigio del primo mondo senza averne i servizi e il concetto di servizio pubblico, e il volgare sessismo del terzo, senza averne la rete sociale e la alleanza di classe. Pensava dunque il direttore dell’ufficio – di non destare scandalo – perché buona parte del suo mondo l’avrebbe sostenuto: che ci piaccia o no, il poveraccio è uno qualunque, e il casino – come tutti i casini successi recentemente – arrivato dalla rete, che ancora una volta ha dato voce, una voce pericolosamente permanente, agli umori di una cittadinanza che ha reagito con vigore. Io devo dire, sono d’accordo con le persone che hanno affiancato la signora, ma rimango molto perplessa sull’immaturità politica del mezzo, mi scandalizza molto il fatto che un movimento per lo più viscerale, disordinato, gregario, irriflesso – come è il mettere mi piace su uno status di facebook e scrivere vergogna tre volte, abbia raddrizzato una vicenda che doveva invece raddrizzarsi in altro modo, con delle risorse che venivano dall’interno. Quello che voglio dire – è che anche davanti a un esito che condividiamo siamo alla mercé del populismo.

Ma veniamo al sodo. E’ interessante il fatto che, forse proprio grazie alla rete, sappiamo che almeno una volta al mese, arriva un trombone che dice a una signora di non allattare. Un mese fa un’altra poveraccia aveva provato ad allattare in un museo di Bologna, ed era arrivato quello a dire che no era proibito. A ritmi regolari a qualcuna viene detto che non deve allattare in un bar o in un ristorante. E considerando che si tratta di una cosa di specie, una cosa dell’umano che fa parte dell’umano, la cosa dovrebbe rientrare nell’area dell’impensabile. Come mai invece è regolarmente pensata?

In primo luogo considererei un discorso generale. Deduciamo da questi episodi che allattare al seno ha qualcosa di unheimlich, di perturbante, è qualcosa che disturba, e che quindi deve avere ipso facto un grande potere evocativo. Credo che il grande potere evocativo sia dovuto alla rarità del gesto. In Italia intanto si fanno pochissimi figli, un’assenza di bambini che ha persino qualcosa di drammatico. Non ci sono proprio i bambini da allattare. Quando poi ci dovessero essere i bambini da allattare, questo è un paese che non contempla i bambini come cittadini piccoli come gli altri e dunque non concepisce che la loro esistenza sia inclusa nel panorama: ora dirò una cosa cinica, ma le barriere architettoniche di cui tutti si lamentano sono anche barriere architettoniche per i bambini, le carrozzine e i passeggini, ma a tal punto i bambini non sono visti che si parla sempre e solo dei disabili. Il bambino se esiste è cioè un oggetto della madre, ma siccome la madre è donna e quindi vale di meno, non è il caso di fare battaglie politiche in loro nome. Ma la barriera architettonica, è prima di tutto una discriminazione nei suoi confronti.
Ne consegue in ogni caso, che per fare le cose del quotidiano, molte donne devono chiedere l’ausilio di qualcun altro che guardi loro la prole – salvo i casi delle più pugnaci che appunto si recano nei pubblici uffici per poi trovarsi redarguite come la signora di Biella, che ha tirato fuori il seno e ha cambiato il bambino.
Cosa turba?

La prima cosa che ho pensato, è stata una questione di status e di classe.   Nella mentalità distorta di una società patologica e vecchia, in cui il femminile è privato e lavora ancora troppo poco, l’irruenta vitalità della nutrizione, o del corpo nudo di un bambino non sono cose da vivi, ma cose da poveri. Forse anche i ricchi piangono, ci sta, ma sia mai che abbiano dei bambini e dei corpi, sia mai che facciano dei gesti di profonda intimità o di spontaneità. Sia mai che facciano vedere tutto quello che forse non è umano, ma animale. Queste cose esplicite le fanno i poveri, ma noi siamo un posto fichetto, distinto, a modo, decoroso, noi vogliamo sembrare proprio dei borghesi fichi e a posto e quindi di grazia coprite tutta quella bestiale naturalità, se proprio volete stare da noi invecchiatevi immediatamente con dei vestiti acconci, e lasciate la natura dietro le porte di vetro grazie. Il che vuol dire anche, siate femmine ma non proprio in una maniera così sfacciata. Allattare in pubblico un po’ come pisciare, una cosa da barboni. Una cosa di promiscuità. Cambiare un figlio poi, mostrando le impudiche chiappe del putto, e sia mai una fugace comparsa di merda sia mai! Per carità! Mondieu.
Il pubblico – è una cosa da ricche, oppure da maschi.

La seconda cosa riguarda lo statuto simbolico del seno. E’ questo seno che si vede e che da mangiare, un simbolo del materno e del nutrimento, o dell’attrazione sessuale, della capacità erotica del femminile? Probabilmente tutt’e due, per entrambi, e questa cosa lo rende un simbolo incandescente – specie in un paese in cui è chiamato in causa sempre e solo per la sua semantica sessuale – anche a sproposito (vuoi comprare una macchina? Comprati questa  – guarda che belle poppe ci salgono su!) e mai per il suo potere nutrizionale. La presenza del neonato dovrebbe riconfigurare le evocazioni, ma se scomodiamo uno sguardo psicologico profondo, a quel punto dobbiamo vedere che scattano le più svariate identificazioni, nelle donne che guardano la madre, e negli uomini che fanno altrettanto. Il senso scoperto cortocircuita con il desiderio, la dipendenza, il ricordarsi di come si sta da figli, l’invidiare il figlio, e l’invidiare la madre.

Allora mi pare che possa succedere che, sotto l’alibi protettivo e formale del decoro e dello status di classe, si possano nascondere movimenti arcaici di chi non sa stare proprio in sella al suo momento evolutivo, e dominare istanze evidentemente regressive che fanno invidiare terribilmente quella che è da una parte l’immagine della Madre, l’archetipo del Materno, che autarchicamente può nutrire chi è arrivato senza fare ricorso nient’altro che a se stessa, che placa la fame, e il pianto – un’immagine di potenza ferina. Dall’altra mi pare che ci possa essere anche una cospicua invidia per il figlio, per la sua impotenza e il suo diritto a essere saziato gratuitamente, per il suo sacrosanto essere fuori dal contratto sociale e bestialmente titolare di qualcosa di insindacabile ed insopprimibile. La coppia della madre e del bambino, al di la della realtà dei fatti – per cui hanno invece una gran quantità di bisogni – evoca un’idea di terribile autarchia.
Se siamo troppo vecchi per tollerla, è davvero un bruttissimo segnale.

Trump

L’immagine di Trump che firma, con altri sette signori dietro le spalle, il provvedimento per cui non sarebbero più stanziati i soldi per le associazioni che negli fuori degli USA garantiscono la possibilità di abortire alle donne prive in difficoltà – è un’immagine di notevole impatto emotivo e mediatico, riporta a dicotomie antiche – che per esempio la mia generazione non ha vissuto a lungo, come portato simbolico: la nostra complicata situazione sull’aborto anche in Italia ha oggi contorni completamente diversi e relativamente più evoluti. La radicalizzazione delle opinioni sulle questioni di genere infatti mutando l’organizzazione dei fronti, e se negli anni settanta il maschile si identificava con il reazionario e il femminile con il progressista, oggi abbiamo uomini che fanno del femminismo – come Lorenzo Gasparrini il cui lavoro è ora nelle librerie, e donne che fanno del maschilismo – tante: come Costanza Miriano lei anche sempre presente in libreria. La dannata questione dell’obbiezione di coscienza che impedisce a molti ginecologi di praticare l’aborto è una questione che non riguarda solo ginecologi uomini – anzi. Nel disastro di questa problematica è comunque un passo avanti, quanto meno nella direzione dell’onestà: il maschilismo è una posizione politica, un modo di desiderare un’organizzazione sociale, da secoli condivisa da uomini e donne. Il femminismo lo è altrettanto, e se prima era una proposta politica portata avanti solo da chi apparentemente sembrava trarne maggiore beneficio, è diventata presto un oggetto politico influente – per molti maschi, più rispondente alla situazione materiale della loro contemporaneità. Anche volendo non ci potrebbero stare con la moglie a casa perché i soldi non basterebbero – e portare i soldi è da sempre, la traduzione più materiale del potere – oggetto solitamente immateriale. Quando si riesce a lavorare tutt’e due, anche impieghi molto modesti e a basso salario, la questione dei soldi a casa di chi e come, diventa dirimente – cambia le politiche private.

L’immagine di Trump, apparentemente retrodata la questione in un contesto però postdatato rispetto a noi. Faccio notare per esempio, che secondo i dati eurostat riferiti al 2015 mentre in Italia le donne che lavoravano erano solo il 43 per cento – di tutti gli occupati, negli Stati Uniti si arrivava al 63 per cento. Una differenza di occupazione che dall’organizzazione economica dei nuclei familiari passa a una diversa organizzazione relazionale, ideologica, linguista sui rapporti di genere: come ognuno di voi avrà potuto toccare con mano qualora avesse avuto modo di conversare per più di dieci minuti con un americano in Italia. Naturalmente quei dati percentuali risentono come d’altra parte da noi nel nostro piccolo di forti differenze territoriali, e insomma ognuno ha il suo Sud, ma di fatto quel Sud è diverso dal nostro, è diventato un’altra cosa. In quel tipo di organizzazione politica – dove non ci si fanno troppi problemi sull’opportunità delle quote rosa, per fare un altro esempio e dove il cambiamento narrativo su maschilismo e femminismo di cui si diceva sopra è avvenuto ben prima di quanto capitasse a noi– Trump rappresenta una sorta di oggetto di lusso, per quanto io credo davvero pericoloso, un’iconografia che si avverte come moderatamente nociva perché attaccherà i cittadini di terza classe, non le donne nei villini di provincia, ma quelle dentro alle roulotte, non gli immigrati specializzati nelle fabbriche ma i poveri stronzi senza arte né parte, ed ebrei e omosessuali se saranno sfortunati si beccheranno qualche cazzotto e una macchina incendiata – ma se no se ne staranno nella consueta e ambigua posizione di una mezza cittadinanza, e il sogno della classe media potrà sempre dire che il loro dispiacere è una decorazione estetica, da radical chic – ai Mentana d’oltreoceano come per altro da sempre ai nostri, potrà sfuggire la questione imbarazzante del gay proletario. Ora siccome la crisi in America incalza e stante a quelle medesime statistiche la disoccupazione è scesa di diversi punti nell’intervallo dal 2004 al 2015, i puntelli simbolici per dire a tutti di essere americani della classe media, o di una borghesia piccina picciò ma pur sempre borghesia sono la strategia di una destra, che come sempre in simili circostanze starebbe nei guai. Se nella crisi non c’è trippa per liberali – almeno restringiamo il cerchio dell’identità e si lasciamo fuori, gli immigrati tutti, i froci e i giudei e donne palesemente squattrinate .icona mediatica di un dimenticato lumpenproletariato. La tradizione liberale illuminerà di folclore le sortite verso chi non è mai stato abbastanza wasp per essere preso in considerazione. E d’altra parte i loro tassi occupazionali rimangono ancora molto più alti dei nostri, con le donne americane che anzi continuano a lavorare tanto, mentre le italiane lavorano sempre di meno.  Trump è il leader per un paese di borghesi, altro che le stronzate che ci raccontiamo noi – mentre Grace Paley sembra lontana. Tuttavia, non sappiamo quanto questo giocare col fuoco dei lussi liberali tipo, conquiste esiziali come questa, costerà alle donne americane.

Di tutta questa questione dunque, si possono fare diverse letture, non così immediate: poche cose sono infatti funzionali al capitalismo come l’aborto, che potenzia le scelte, allarga per tutti lo spettro dei consumi, e potenzia la sostituzione delle relazioni con la merce: un maschilista reazionario come Horkheimer ci avrebbe scritto cose terribili sopra. E anzi mi ricordo lo sguardo severo con cui giudicava la semplice contraccezione in una delle ultime interviste che rilasciò – oh, correva il 1972, oggi Giulietta direbbe: eccomi Romeo, prendo la pillola e sono subito da te! E qualcosa di azzeccato lo intuiva – che chi fa il mio mestiere pure se favorevole alla 194 come è il mio caso, non può fare a meno di ignorare. Fatto sta che io credo che oggi molti uomini – altri no, ivi compresi molti di quelli che ne riconoscono la necessità giuridica – vadano assolutamente pazzi per l’aborto, lo adorino e quando dicono di essere tristi per il bambino che non nascerà – mentono. L’aborto dell’amante ha garantito la tranquillità di un matrimonio una volta, e il buon nome della famiglia un’altra, e certamente la possibilità di finire gli studi una terza. Ma soprattutto, siccome sono pur sempre i primi che ammazzano nelle andranghete, nelle pene di morte e nelle guerre, sono pure quelli che se proprio sono tristi davanti all’idea di morte, lo sono perché non possono decidere se darla loro.

L’umanità è imperfetta, e Karen Horney è una pioniera della psicoanalisi mai abbastanza valorizzata per aver intuito la profonda invidia che deve attraversare l’identità maschile di fronte al potere generativo della donna, il senso di smarrimento che pervade quando ci si accorge che l’unica lotta possibile all’immortalità è nel corpo di lei, e i due contributi saranno impari. LA gravidanza, è un potere di specie a cui qualsiasi esperienza individuale rimane subordinata – ma è anche un campo simbolico della propria identità che non ha eguali. Uomini e Donne nascono da una gravidanza, e questo rende il ventre femminile, vuoto oggetto di una ineludibile attenzione emotiva, canovaccio delle più disparate proiezioni simboliche, e anche grimaldello delle più diverse reazioni psicologiche. Non a caso, come sanno le persone che si occupano di violenza di genere – il momento in cui in una coppia cominciano le aggressioni e le percosse verso una compagna, combacia spesso con la prima gravidanza di lei.

Simmetricamente, esiste una vulnerabilità alla psicopatologia femminile, che fa mal tollerare il proprio potere generativo, e che decodifica con angoscia il passaggio alla genitorialità non solo di un bambino singolo ma, l’accesso a un ordine di senso che implica l’essere madre, un nuovo campo di decodifica e di lettura simbolica della realtà – che forse è lo stesso per cui certe volte mi chiedo è così lento l’ingresso delle donne nell’omicidio e nell’aggressione fisica: viene da sospettare che l’archetipo della madre viva nella donna ed esploda nella sua capacità generativa, per cui per la donna ogni altro può anche essere figlio. E’ il figlio di un’altra – è il sacro del vitale. Ma toccare questo piano in tutta la sua terribile potenza –terrorizza: io la madre terra? Ma che davvero? Non ce la faccio, voglio essere mezzo di questo potere,  vita e morte devono passare da me, ma non decise da me.
Viva Trump!

Dunque, l’immagine di Trump che firma il provvedimento antiabortista con una mandria di azzimati anfitrioni, aggancia cittadine e cittadini nella doppia mandata della lotta di classe – vi proteggo io siamo tutti borghesi! Non siete come quelli la che non contano niente e che per farci star tranquilli cercheremo di far crepare, e della vulnerabilità analitica della scarsa individuazione per – essere umani bisogna avere le palle avrebbe detto l’eroe di uno dei suoi film preferiti, e meno la gente ce l’ha per sostenere le responsabilità psichiche della genitorialità simbolica più andranno pazzi per l’immagine del leader carismatico, sessista cattivo, e che oltre tutto permette un viaggio regressivo nel dorato mondo dell’infanzia, dove si perdona con il gelato l’assenza di altruismo, dove papà ha buoni motivi per prendere a scudisciate chicchessia, anche se da grandi toccherà andar dall’analista. Vedremo quanto danni questa pigrizia esistenziale degli americani costerà, se gli anticorpi lasciati in giro da una tradizione etica e politica attiva culturalmente molto più che da noi, riusciranno a preservare l’organismo – loro. E per riflesso il nostro. L’America non è il mio paese, e non sono in grado di fare pronostici. So’ però che la nostra vulnerabilità a simili patologie è molto più alta, e i sintomi del contagio su un organismo sociale così arretrato potrebbero essere molto più eclatanti. Non so. Staremo a vedere.

Punto

 

Come sa chi ha guardato il volto o la voce di chi ha ricordato, e chi ha guardato invece quelli che ci sono adesso, la morte e la tortura sono la conseguenza di elezione del campo di internamento.
Il campo di internamento è infatti il luogo del ritorno animale, è il luogo dove l’identità storica dell’umano si dissipa, è il luogo dove si azzera la lunga successione di monete celebrali, intellettuali, identitarie, che si sono spese sulla testa di un figlio. Il luogo dove si perde l’indirizzo di casa, il mestiere, la lingua. In questo i campi – da Dachau a Idomeni – sono tutti uguali. Il campo è il luogo dove alcuni uomini tornano cani, e altri vedendo se stessi e ciò da cui provengono – i bisogni, la fame – gli puntano il fucile addosso.
Il campo di internamento è il gioco culturale e collettivo di rimettere in scena il passato e dominarlo.

Nel campo di internamento il forte torna ad essere il forte. E l’intelligente quello che ha bisogno di troppo tempo per campare, al massimo lo sorpassa lo scaltro. Il campo è quello dove la classe sociale è un lontano ricordo, motivo di sapida revanche nei cecchini, e anche la cultura un fiore che si appassisce sull’occhiello del niente. Il campo è una foresta di cemento, il corpo più grosso è quello che può far la differenza. Nel campo non c’è carriera non c’è ascesi, non c’è arte, non c’è partita di calcetto. Il campo è il posto dove devi pisciare, ed è quello che sai di te. Il campo è un posto per le iene e le mignotte.
Forse. Certe ci sono schiattate lo stesso.

Il campo è il gioco perverso dei deboli di spirito. La materializzazione di una carnalità temuta, di un animalesca identità ma gestita. A un tipo bestie vi si oppone un tipo ancora più grave, che dalla bestia fugge e nella bestia cade. L’uomo al bordo del campo ha sempre un filo di bava dalla bocca aperta, ansima nel terrore di se stesso, e ne è ugualmente erotizzato. Da questa miscela onirica e ferina deriva il timbro, la tortura, la fucilata, la variazione estetica sul tipo di morte

Sospira

Quando torna a casa la sera, e dunque lascia la sua vita diuturna alle spalle, l’uomo butta la giacca sul divano, saluta affettuosamente, regala paterni sorrisi, poi va in bagno, si lava le mani si guarda allo specchio e si giudica severamente. Non è la vecchiaia, è il ragazzo che non è mai stato, è la linea del mento che gli pare pavida, le guance che non sono mai state dure e lineari ma molli come quella di una nonna, di una cugina grassa. La forma degli occhi pure. Allo specchio non piega la bocca e se ne va in salotto. Accende la televisione, scivola in una modesta sovranità.

La cucina manda odori consueti, rumori indelicati e gentili di sempre. Tranqullizzanti. Ma se un giorno vincerà quella lotteria, regalerà alla moglie un armadio per le pentole grande tutta la parete, una pentola per scaffale, un cassetto per ogni coperchio. Un armadio bellissimo e immenso dove le giunture scivolino come ballerine delicate, come pattinatrici sul ghiaccio, un gigantesco armadio laccato ed elegante, sua moglie sarà potuta andare dal parrucchiere e avrà anche lei i capelli che luccicano, come l’armadio, la vedrà contemplare di spalle le pentole come un direttore d’orchestra guarda gli orchestrali, e certamente con questo bellissimo armadio dove le pentole hanno tutte un loro posto, e forse pensava, ripiani di velluto, sua moglie tornerà giovane e felice.

Poi lei lo chiama, chiama tutti a tavola, lui si ridesta dal sogno dell’armadio di pentole – a tavola! – dice proprio con un’aura di minaccia nella voce, i figli che arrivano alla spicciolata, e lui pure, per ultimo, un gran strusciar di seggiole sul pavimento, regalare lussuosissime sedie che si muovono come cigni sullo stagno quando una truppa di ormoni si lancia sulla pastasciutta – si appunta – si siede, assume un’aria autorevole. E allora sospira riciclando gli ultimi rumori a potenziare retoricamente la stanchezza di una giornata – del cazzo, ma questo lo saprà solo lui – e si pone assorto, si da un tono.

I figli mangiano vitali e scomposti, tutto un mulinare di mani grosse e braccia e forchette e peli, quando è stato che questi hanno tirato fuori questi peli. Lei invece è silenziosa, di un silenzio tranquillo, pattuito, deciso in un passato perduto e più rinegoziato. Oh se lavorasse, gli è capitato di pensare, se lavorasse ne saprei il tavolo e la cornetta del telefono e non solo! Anche le carte, e gli obblighi e le mani, e certo i rischi e le persone! Ma se lavorasse non sarebbe, ancora dopo tanti anni dal loro matrimonio infantile, così dannatamente geloso della zona d’ombra di quel silenzio. Di cosa fa di quelle distese di ore in cui la casa è pulita e vuota, a che pensa. Cosa si tiene addosso della strada.
A una schiavitù ne ha sostituita un’altra. Le fidanzate dei suoi figli, sono molto meno opache
.

(per chiudere qui. Meglio sarebbe in tutte e quattro le parti)

Vicinanza cartacea, sentimenti infiammabili, standard comportamentali.

 

Riflettevo in questi giorni, sulle reazioni collettive che ci sono state per il terremoto a Roma. Ma anche riguardo altri fenomeni che mi pare di osservare sempre più frequentemente.
Roma, con il terremoto ha infatti reagito con una forte preoccupazione. Le persone hanno abbandonato gli uffici, e i genitori hanno ritirato i bambini dalle scuole – senza che a questo corrispondesse alcuna reale esortazione da parte della protezione civile. Mi ha ricordato un altro terremoto di molti anni fa, io lavoravo in un edificio umbertino e il computer mi saltò in braccio – e per quanto lo spavento circolò moltissimo – nessuno abbandonò il posto di lavoro.
Lo spaventò di allora, così come lo spavento di ora, in relazione a un evento come il terremoto, mi sembra sempre una cosa umana, perché il terrore non riguarda un calcolo razionale delle probabilità, o non sempre ne è influenzato, ma l’impatto con una forza terza, che può essere potentissima, e dinnanzi alla quale non si ha il tempo di essere preparati. L’assenza di preoccupazione è quasi percepito come un atto di ubris, e quindi insomma è una cosa che si deve capire.

Tuttavia riflettevo su un’altra cosa. L’altra cosa era la simultaneità con cui allo scoccare delle scosse, chiunque ne avesse possibilità scrivesse della scossa su un social network: UN MINUTO DOPO su un Facebook, su un tiwitter, o ai suoi gruppi di contatti su Watzapp. Alcuni registravano l’informazione, altri ripostavano il loro stato d’animo di vero spavento, altri ancora – il più delle volte con spontaneità – amplificavano stilisticamente il proprio grado di terrore.

Quest’ultima dinamica narrativa nella scrittura in rete oggi, è incredibilmente frequente, anche se davvero, portata avanti in assoluta buona fede. La comunicazione sui social è un gancio relazionale e l’esasperazione retorica dei toni emotivi è un dispositivo che molti innescano in un tentativo non visto di seduzione di visibilità, una richiesta di essere accolti. Ma non con intenti consapevolmente ipocriti, o furbi o che. Ma come dispositivo della propria equazione personale. E non lo si fa solo con lo spavento, ma anche per esempio, con l’indignazione politica, e la rampogna. Non si tratta di niente di nuovo, è una cosa che fanno   soprattutto alcuni in funzione del proprio carattere e della propria struttura di personalità – molti riservati e introversi lo sono anche per iscritto: ma  questi estroversi se prima parlavano con i colleghi dell’ufficio, e contribuivano a creare un clima relazionale di panico, ora scrivono, la scrittura rimane, edifica, costruisce, si moltiplica via social in maniera più efficace del gioco del telefono delle voci.
Quello che voglio dire è che la scrittura via social, nella sua somma di scritture, crea un canovaccio, un pattern comportamentale, un modello emotivo che si impone. Pervasivo nel quotidiano, pervasivo anche in chi – per esempio nel caso della scossa – stesse in solitudine in un seminterrato e non avesse sentito niente.
Non sente niente. Poi apre Facebook e apprende il diktat del panico.

Credo che bisogni cominciare a riflettere attentamente su questa cosa che la rete, malgrado le innocue intenzioni dei più, impone un pattern emotivo che è capace di creare un senso di disagio e di ricatto morale. Una persona non era in ansia per i propri figli, ma legge per ogni dove uno stato di ansia conclamato prova colpa sulle sue qualità genitoriali, sulle sue capacità di cura e protezione e quindi va, prende i bambini a scuola anche se non è veramente necessario. Oppure semplicemente, si adegua a un clima emotivo, si fa contagiare aderisce, lascia che le sue parti interne disponibili al timore, certi suoi ricordi, certe sue caratteristiche magari di solito minirotarie, prendano il timone della sua baracca psichica.

Ed è interessante considerare come questa cosa sia sempre più frequente, e al momento in realtà molto meno pilotata di quanto si vorrebbe far credere ma siano fenomeni psicosociali che vivono di vita propria, a cui tuttalpiù qualcuno ogni tanto decide di mettere la bandierina assolutamente a posteriori. Come certi licenziamenti per esempio che ci sono stati – il direttore d’orchestra che ha svelato il segreto di Babbo Natale, o il redattore del giornale mediocre, che ha fatto il giornalista mediocre come al solito ma – per sua disgrazia la rete l’ha intercettato. In entrambi quei casi, parti il tam tam indignato, e il ricatto morale dello stato d’animo della riprovazione. In entrambi i casi la questione dirimente non erano in fondo i pareri, ma lo standard emotivo a cui erano associati, e a cui piano piano in molti e molte aderivano, rafforzati narcisisticamente dal potere seduttivo della recriminazione, e dalla rinfrancante esperienza dell’aggregazione benché virtuale. Questo diciamo a prescindere dalla valutazione delle ragioni e dei torti.

Non so. Mi sembra un tema importante questo e non facilmente liquidabile. L’accento qui io lo metto, diversamente dal solito, non sulla propagazione di asserzioni logiche – valutazioni politiche, convincimenti, scambi di informazioni, ma la propagazione di contenuti emotivi come standard da dover assimilare, e dai quali piò essere davvero molto difficile o per il momento come dire, poco umano, poco spontaneo difendersi. La comunicazione in rete ha già per le persone meno disposte a un approccio critico agli oggetti con cui viene in contatto una pretesa di veridicità che si mette sempre poco in discussione, per cui per esempio, siccome basta la comunicazione autorevole di un sito in merito di scienza, che la scienza può essere facilmente messa in discussione. Ma in più ora c’è una sorta di pericolo da una forma comunicativa e di contagio che avviene a causa di un intensificato scambio di scritture familiari private, in una sorta di identità diffusa tra persone che non si conoscono oppure tra persone con cui senza social non ci si scambierebbe grandi informazioni. I social creano una nuova area di scambio di cartacea vicinanza, assolutamente labile (c’è gente che mi legge tutti giorni, poi li incontro quotidianamente per contingenze private e mi saluta a stento) e in questa cartacea vicinanza si passano emozioni incandescenti.
Non so facciamoci caso.

Del padre, ma di altre cose anche

 

Ogni volta che uno psicologo si confronta con altre persone sui temi della genitorialità, arriva quasi infallibilmente l’esperienza di chi si è cimentato con una figura paterna deludente: vuoi perché il padre è stato assolutamente assente, latitante, o anche sparito completamente, vuoi perché invece è stato presente ma deleterio, cattivo, ostativo, proibitivo oppure francamente abusante. E invariabilmente viene proposta la fantasia e l’ipotesi per cui, specie le donne, si chiede – ma è davvero importante la figura paterna? Non se ne può fare a meno? E capita quella che dice, ah io senza padre sono cresciuta benissimo, oh io faccio da sola. E credo che in questo momento storico, questa questione del padre sia posta più all’ordine del giorno che in passato, per una generazione che è ancora figlia e nipote di una visione dei rapporti di coppia la cui impostazione prevedeva che i figli sono essenzialmente della madre, ma che simultaneamente è quella che si trova a vivere un modo di accudire i figli e di pensarli come fortemente condivisi, e della coppia.

La discussione sulla possibilità di adottare delle coppie omosessuali, o di fare dei figli mediante forme di fecondazione assistita, e ancora di più l’osservazione del funzionamento dei bambini in famiglie omogenitoriali – laddove c’è stata la possibilità di farne esperienza – ha contribuito a rendere intricato il dibattito, e ha costretto l’orizzonte psicologico, ancora una volta a ridiscutere le categorie che gli sono proprie, di capire dove fanno troppo affidamento a un funzionamento familiare largamente sperimentato è che è stato l’ideale platonico regolativo, di un mondo e di una serie di generazioni. D’altra parte questa esperienza si cortocircuita con quella di molte donne che alla fine hanno tirato su bambini da sole, senza che questi figli fossero poi come dire – statisticamente più nevrotici della media di quelli delle coppie tradizionali. Questa percezione materiale del reale, questo empirico confronto tra percorsi di vita, ha opposto alle categorie della psicologia, per non parlare di quelle della psicoanalisi, una ferma e disincantata resistenza.

La teorizzazione analitica infatti, osservando il funzionamento delle famiglie più armoniose, prevedeva grosso modo, che il desiderio della madre fosse in primo luogo quello di realizzarsi emotivamente nella relazione e nella procreazione, che questo faceva si – insieme alla differenza biologica che riguarda la natalità e l’allattamento – che la prima relazione fondante fosse quella della madre con il bambino, mentre il fatto che il padre compensasse la sua impossibilità a essere il primo attore della generazione con ambizioni professionali e lavorative lo rendeva adatto a essere quello che mantiene la famiglia, e allo stesso tempo che aiuta a condurre i figli fuori dalla relazione con il materno e verso il mondo. Il buon padre psicoanalitico cioè è uno che certo deve mantenere la famiglia, ma allo stesso tempo non deve mai abbandonare il cuore della vita relazionale a se stesso – per non impoverirsi e per non far mandare alla deriva della grave psicopatologia la madre con i suoi bambini che non riescono a emanciparsi dal fisiologico anello simbiotico della prima relazione.

Era un modello rigido, ma attenzione, di grande efficacia pragmatica. Il suo limite era la paradigmaticità per tutti, e la decisione culturale che avesse un potere diagnostico e sanzionatorio su gruppi familiari organizzati diversamente, e anche una sorta di dimensione problematizzante e nevrotizzante quando il sistema familiare e i suoi componenti avessero preso, strade come dire – eversive. Ma è ancora un ottimo modello largamente funzionante per molte persone, perché mette in campo e divide per ruoli alcune cose fondamentali che devono esserci nella crescita dei bambini. Ossia il contenimento e la risposta emotiva, l’elemento di unione incarnato dal femminile, e l’elemento di crescita e di trascendenza connotato dal maschile e dal paterno. In quel vecchio modello qualcuno tiene e qualcuno porta, qualcuno cura e qualcuno insegna. Quando funziona, semplicemente funziona. La gestione della cosa ha una giusta divisione di compiti e oneri – specie quando i figli sono numerosi. La prole numerosa rende la percenzione del materno più forte di se come ruolo e come competenza. La madre di cinque, sei sette figli, fa di mestiere la madre, e amministra un gruppo numeroso. Lo squilibrio identitario è molto meno violento o del tutto assente rispetto a una madre che di figli ne fa uno, oppure due.

Questo si diceva non protegge però i figli di coppie tradizionali dalla psicopatologia più di quanto accada ad altri nati in altre situazioni. L’emergere delle psicopatologie, o di vissuti problematici di vario ordine e grado, è il risultato di qualcosa di più sottile della medesima organizzazione di accudimento, ma ha a che fare con gli oggetti emotivi, e simbolici che un’associazione di adulti mette nelle mani psicologiche di un bambino. Questi oggetti devono avere a che fare con una capacità di contenimento emotivo, di inclusione e di grande affetto, e una capacità di trascendere, di andare fuori di scoprire e di conoscere. Unione e differenziazione, unione e differenziazione. E quindi, ci sono donne molto brave a fare entrambe le cose, e credo che ci possano essere coppie omogenitoriali che incarnino bene le due polarità, oppure, fatto spesso sottovalutato ma che può capitare coppie in cui alla fine, le due polarità sono a ruoli invertiti – con il maschile contenitivo il femminile invece che porta alla differenziazione.

Questo modo di intendere la cosa, ha una sua fluidità come delle aree di problematicità che non credo sia corretto eludere. Per esempio: la differenza biologica nell’esperienza del concepimento, e della cura dei primi mesi mette il maschile e il femminile in una zona non così facilmente interscambiabile, con cui il modello originario di famiglia trovava maggiore e semplificata aderenza. Ma ciò non toglie che in linea di massima, questo dato originario si inserisce in una cornice di simboli e fattori altrettanto importanti  quanto molteplici, che alle volte io penso possa essere sopravvalutato. Si tratta di qualcosa da tenere a mente, ma a cui dare come dire, un posto molto preciso. In ogni caso, da un punto di vista bioetico, non credo che qualsiasi posizione, e qualsiasi anche certezza clinica possa intervenire a priori sulla costruzione dei modelli familiari, ma solo a posteriori – per essere cioè a disposizione – quando emergano delle dimensioni problematiche. Ho sempre pensato che la procreazione e le sue modalità fosse qualcosa di anteriore al contratto sociale, che tuttalpiù si può servire dal contratto sociale, ma non può esserne davvero regolamentata. Non penso cioè che qualsiasi cosa dica di comprovato la psicologia possa essere considerato normativo per il diritto animale a riprodursi, anche se fossero chiare sempre e comunque delle possibili conseguenze negative.
La procreazione è un fatto ferino, anche quando si serve di macchine.

Piuttosto mi vengono in mente altre cose. La prima è una maggiore preoccupazione per la genitorialità single non perché astrattamente un uomo e una donna non possano essere capaci di assolvere entrambe le funzioni, ma perché indubbiamente è più difficile, vuole molto tempo ed energie, e perché in qualche caso la singletudine o l’abitare una relazione emotiva con un altro completamente latitante, può essere un indice di una difficoltà relazionale che potrebbe ricadere su un piccolo. Per cui ecco, nel paese dell’ideale per me sono sempre meglio due che uno. Due che sappiano cosa è il due sul viaggio di lungo corso. Due che essendo di già due, e si sono scelti a lungo, sanno il contenimento relazionale, e la gestione delle forze eversive.

La seconda cosa che mi sembra importante mettere in campo riguarda il diritto di ognuno al dominio narrativo ed esistenziale della sua storia, della sua grammatica, del materiale reale che la vita gli ha dato, il cui valore è scritto e con grande fatica e dispendio di lavoro psichico – modificabile. Su questa cosa spesso il parere delle donne e il parere degli addetti ai lavori si trova discorde, e molte donne ritengono che dipenda da un mero bias culturale, una adesione al potere del padre incondizionata per cui, anche se è stato un cattivo padre, abusante, o latitante, questo debba essere mantenuto nel campo esistenziale del figlio. Perché si dicono queste persone, se questo padre è così cattivo, dobbiamo dargli la possibilità di fare ancora del male? Perché perdonare? E la domanda è legittima e anche spiazzante, se si tengono bene in mente certe forme di violenza che raggelano.

Ma la questione per l’appunto non riguarda il modello culturale, ma il diritto a elaborare i propri contenuti fondanti, che non possono essere quanto meno agilmente e velocemente sostituiti.  Non abbiamo altro di altrettanto filosoficamente fondativo, di epistemologicamente rilevante che la storia della nostra genesi, e le persone che ci sono coinvolte. Tutto allora si può fare, ma il compito – talora ingrato, terribile e titanico, di dare un posto alla storia di una vita a chi ha picchiato, abusato, o dimenticato –è un diritto inalienabile. Quello che si può fare, è piuttosto essere intorno, essere e garantire tutte le risorse possibili qualora questo compito difficile capiti in sorte.

Da Eric a Bill.

 

La donna grassa e stanca, una madre che altro non parrebbe voler essere, guarda la sagoma che gli viene incontro. Ne ricorda lo sguardo e le mani, solo notando, dalla lontananza il riverbero della schiena, il modo di oscillare le braccia e ora che si fa più vicino – il modo di arricciare il naso. Oh, pensa la donna grassa, schiacciata dal ricordo della sua agilità e dal suo presente incongruo, dov’è un vicolo, una strada laterale, un errore, una dimenticanza un appuntamento maltrattato. Dove sono i miei bambini!

Si arrabbia la donna grassa con se stessa, mentre lui risponde al telefono, l’ha vista fa dei cenni con la mano un momento! le dice. Mentre qualcosa gli occupa l’attenzione, la testa senza i capelli di un tempo, la giacca che dice come se la passa, la donna pensa: ma non potevamo rimanere il nostro ricordo e basta, sapere quello che eravamo stati e lasciarci li, nella gentilezza di un altro momento? Cosa gli devo dire a questa intimità che ora è l’intimità di un’altra, di qualcuno che io non sono più. Che ci faccio con un corpo che parlava a quello di una ragazzina, beata lei, io ora vorrei solo risolvere il problema del conguaglio del gas, ci posso parlare con questo qua del conguaglio del gas? Me li da lui i soldi?

Lui si avvicina ora più lentamente – mentre parla al telefono, il conguaglio l’ha come distratta, come resa più vulnerabile, com’era bello pensa con tenerezza fra se, addolcita dalla democrazia della vecchiaia, un gallo, un ariete, un torello di buona fede, di garrula energia, di indesiderata ingenuità. Qualcosa di cattivo gli ha inciso le tempie, e le dispiace, lei si sente invece, tutto sommato, ingrassata di cose necessarie. Suo marito l’ha resa grassa. Suo marito e i suoi tre bambini. Dove sono i miei bambini?

Chiude la telefonata, inciampa guardando il telefonino e poi lo avvicina e lo allontana muovendo le sopracciglia, fa qualcosa con gli occhiali – poi sbuffa e riprende a camminare spedito. Ora le è proprio davanti a pochi metri, e lei si sente improvvisamente stretta dal ricordo delle sue urgenze infantili, della sua bizzosa dipendenza, perché non mi chiami? Di certe sere tarde, perché te ne devi andare? Di certe domeniche pomeriggio, e il auo nuovo passato. Ossia il passato che è venuto dopo il passato, il secondo passato che si fa più autorevole, più suo più prossimo, questo passato recente, con i suoi pranzi al sole sotto a una vite, con certi modi di ridere con, questo passato prossimo le si mette intorno come una ciambella, un salvagente, si ingrandisce si gonfia, si fa nuvola foschia.

Lui ora le è proprio davanti, le tocca il cappotto turchese, sul gomito. Sorride.
Ciao caro come stai, quanto tempo. Prendiamoci un caffè velocemente, perché non devo scappare e quindi me ne vado lo stesso.

(Il titolo si capisce andando qui. )

 

 

 

 

 

(Mio papà)

(Mio padre era un uomo gentile, per indole e per una sorta di triste necessità, non della vigliaccheria, ma del precluso accesso alla rabbia. Intimamente aristocratico, ineludibilmente depresso, geneticamente incompatibile con il lessico emotivo di una città decaduta, anarchica, e in una maniera parolacciara e deprimente imbelle, navigava per Roma imbarazzato, metafisico, resistente. Come olio nella minestra, come sasso nella farina.

Quando stava nel traffico, si portava i libri per le code, Virgilio per esempio , cantava canzoni comuniste – oppure iettatorie – a noi bambine, guardava la futile e sana rabbia dei guidatori con stralunata clemenza, quasi una gentilezza materna, che io credo di avergli preso nel dare un metro alle cose. Coglieva l’irreale dimensione dei vaffanculi, dei culi così, delle vampate sui volti per via di una freccia, di un fanale, di un rischioso sorpasso. Si faceva prendere da incertezze agli incroci, faceva metafisiche inversione a prescindere dall’umano e dalle regole dei mortali.
Lieve come è sempre stato in tutte le cose, un rabbino in mezzo ai platani sporchi.
Mio padre era un uomo simpatico.

E quando per esempio fermo in mezzo ad altre macchine ferme, arrivava un ragazzo indiano a cercare di pulirgli il vetro della macchina, l’ultimo arrivato nella piramide spietata, e lui stava seduto al volante, e magari era il terzo, quarto ragazzo che gli puliva il vetro, mio padre gli faceva no con la mano, e quello magari continuava, su 10 ricatti morali un panino sarebbe arrivato. Noi figlie allora guardavamo l’aria stupefatta e sconcertata, in qualche caso esasperata, quando lui scendeva dalla macchina, e dietro di lui fiumi sonori di clacson e di bestemmie, e incurante e metafisico spiegava al ragazzo, che vede, con questa insistenza, lei fa il gioco dei fascisti! Vede, non deve insistere così, diceva a quello che di volta in volta scivolava nella stizza, o nella tenerezza, perché poi quelli sa, che dicono.
Gli dava del lei, come ci ha insegnato a fare.

Sognava credo una rivoluzione educata, dove le persone si trattano sempre l’una con l’altra con riguardo, una rivoluzione di scioperi cortesi forse, di gentili alleanze tra disgraziati, una fratellanza tra reietti di tutte le storie, non gli importava – devo dire, purtroppo, dei soldi –  ma era proprio che dalla grande violenza della storia era stato deturpato, e non sarebbe mai riuscito a pensarla dalla parte dei giusti.)

(Le cose che gli piacevano. Qui )

Burano alle 14’10 all’inizio di un gennaio qualsiasi

Nella piazza spalmata di inverno e di sole, un cane vecchio siede su una coperta e un bambino gli parla nell’orecchio. Su un lato un pozzo di marmo, sul fondo la dentatura delle case e il campanile di mattoni e sopra, a veleggiare nell’ora molle del primo pomeriggio comari di paese, carabinieri in esilio, delle panchine vuote..
L’aria è intrisa di silenzio. Se si stringono gli occhi si vede l’acqua tra gli spacchi dei vicoli e l’isola avverte la percezione.

Il bambino spiega con grande movimento di braccia e di sorrisi, il mondo che ha appena scoperto, e che il cane vecchio conosce per ogni angolo, per ogni salmastro, per ogni porta di vetro, e locanda per turisti annoiati. È stanco, le ossa gli dolgono del dolore di tutte le ossa dei vecchi, negli occhi traluce l’ovatta di un lungo tempo trascorso a sorvegliare, e essere grati, a compiacere. È un cane di piccola taglia, di quelli a cui non si chiede di essere regali, o di essere coraggiosi – un vecchio cane senza pretese che deve abitare in una casa nei paraggi, con il ciclamino gigante dietro la grata della finestra, e una scodella azzurra di plastica per mangiare, vicino la macchina del gas.
Tuttavia, questo vecchio cane ordinario fiuta l’odore dell’infanzia e ascolta con pazienza.

Il bambino è in quel momento dei bambini in cui il fantastico si scioglie nel reale, e da raccontare c’è un unico presente dove si mischiano fate, barche, case colorate, capitani decorati di alamari, sogni di ogni risma e cose troppo incredibili per essere sognate. Ai suoi occhi sfugge lo spessore del tempo e il vecchio cane senza pretese, col male alle ossa e gli occhi stanchi, non gli pare tanto diverso da uno dei suoi amici del parco, per quanto corrano più velocemente.
Gli fa perciò una specie di forzuta carezza – la proposta di una maschia alleanza su quest’isola al bordo del mondo. 

Il cane volta la testa in preda a un gentile imbarazzo. Le guance tonde del bambino, quel suo modo di stare piegato vicino a lui con le gambe divaricate… sono tutti uguali i cuccioli del mondo, di cane di topo di uomo e di gatto, tutti così amabili e impropri, io me ne voglio stare tranquillo e non ho voglia di deluderlo, speriamo la madre lo chiami, speriamo veda un giocattolo, un gelato, una torta, che vada correre con i gatti del porto, che si metta a ciondolare i piedi sopra lo specchio di un ponte, non ho la forza di deluderti bambino felice della tua infanzia, che hai le zampe forti delle bestie alte. Vedo il tuo destino qualora non andasse sprecato, lasciami stare all’ultimo sole, non so se vedrò a primavera.

Il vento muove la coperta, che è di una lana chiara e colorata, e l’arriccia da una parte facendo del disordine per un verso, ma per un altro, anche della scomodità.
Allora il bambino si inginocchia, stende le pieghe una ad una e dice nell’orecchio del cane esasperato. Vedi ora ti puoi sedere per bene. E quello in effetti si siede meglio un po’ rassegnato, allungando le zampe
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Rosario profano per il nuovo anno

 

Gennaio
Il nemico della vecchia che abitava l’ultimo vicolo del paese, erano i piccioni che nel freddo si ficcavano sotto alle grondaie, e rumoreggiavano continuamente, dicevano cose, si beccavano l’un l’altro le ali gonfie, e cagavano senza ritegno. La vecchia cercava di cacciarli con suoni perfidi e animali, per quanto le riuscisse, con getti di acqua e qualche tentativo di ammoniaca, strusciava il selciato per far sparire l’odore e le macchie, in una lotta infinita ed eterna.
Vi auguro di fare pace con i vostri piccioni.

Febbraio
La vecchia aveva un figlio che come lei no amava granché le bestie tutte, le bestie sanno cos’è la morte e ci sono concorrenti nella vita, ci sono nemici, antagonisti, devono stare nelle stalle, nei porcili, sotto gli alberi e nelle foreste – al giogo – o tuttalpiù – nei piatti. Ma si trovò una moglie con un gatto zoppo e la coda mozza, un gatto pigro e apparentemente inutile – e dovette imparare a tollerarlo e a dargli l’acqua e il cibo alla sera.
Vi auguro di trovare il vostro gatto a cui dar da mangiare vostro malgrado.

Marzo
Il gatto aveva avuto un’infanzia di gatto selvatica e dolorosa, per via della zampa nata con tradimento della natura. La madre con lui era stata impietosa, privilegiando i fratelli grassi e neri, e lui, bianco e magro, sarebbe stato sempre il primo a miagolare e l’ultimo ad arrivare. Per questo una sera di inverno quasi finì sotto una macchina – manco poco ci rimetteva tutte le zampe le code e le vite, ferminterra come un sasso. Lo salvò una donna di carattere poco gentile e molto vanesia, che se lo prese e lo portò a casa.
A tutti capita di sbagliare ad attraversare la strada, vi auguro di trovare la vostra donna vanesia e che vi raccolga.

Aprile
La donna a vedere il gatto straziato per terra, con la macchina davanti alla sua che era sfrecciata via lievemente nella sera, si era ricordata di quando era stata al suo posto – allora un letto di ospedale. Era ragazzina, e non veniva mai nessuno. Non c’era la madre, non c’era il padre, né suo fratello. S’era trovata incinta, come per un incanto non voluto, come se la fata dei miracoli più belli le fosse venuta addosso non richiesta, e le avesse messo in mano un potere che l’uccideva. E come il gatto sanguinante era stata lei stessa uguale sulle lenzuola bianche.
Vi auguro di sapervi ricordare di voi stessi distesi e riconoscervi in tempo nel vostro gatto sulla strada.

Maggio
All’ospedale della donna quand’era ragazzina, ci lavorava un’infermiera sciocca e fatua. Una bambina eterna e candida, come la divisa che avrebbe voluto indossare: cinematografica, americana, quasi un pochino erotica. Una divisa avvitata con delle belle calze bianche, con cui poter incontrare l’amore di un maschio ricco e potente. Purtroppo – forse per l’ingiusta divisa verdina, con i pantaloni anonimi e la blusa con lo scollo a v ma quale scollo, collo collo, accollo! diceva l’infermiera amara, e quei terribili zoccoli di plastica – non era mai successo niente, e lei non si era mai sposata. Manco mai fidanzata.
Tuttavia, le volte che aveva il turno di pomeriggio, quando cominciava, prendeva un caffè con un impiegato dell’economato. Si chiamava Carlo. Con Carlo l’infermiera rideva sempre buttando la testa indietro e gonfiando il petto di seduzione sbadata. Carlo gliel’avrebbe voluto sfiorare ma poi si tratteneva sempre.
Vi auguro di saper custodire in quest’anno e negli anni a venire, il vostro caffè col vostro Carlo.

Giugno
Vicino all’appartamento dove abitava Carlo, c’erano due bambini, parecchio vivaci. Carlo tornava dal lavoro quando la madre li riporta a casa dal campo di calcio. Spesso salivano insieme le scale del palazzo. I bambini si chiamavano Giacomo e Vittorio. Si toglievano due anni ma erano alti uguale, e siccome una volta a casa la madre avrebbe dato loro la merenda la corsa per le scale era accanita e selvaggia. Carlo si schiacciava allora sul muro, mentre i bambini si pestavano i piedi e si spintonavano con vigore, sopra la voce della madre indispettita. Non troppo, perché sapeva che parte del gioco più che la merenda era la fratria, in una competizione innocua.
Vaffanculo! diceva Giacomo quando arrivava per primo alla porta.
Vi auguro di trovare il vostro Vittorio.

Luglio
Quando andavano a dormire, la differenza tra loro si giocava sulla porta del sonno.
Mentre Giacomo entrava nell’altro mondo quando ancora era nelle parole, per esempio diceva “Buona Notte”, e dopo Buona già è negli inferi e Notte si scioglieva già nei suoni, Vittorio esitava moltissimo, ed entrava nell’antimondo con più circospezione. Nel buio, che con l’ingolfarsi della notte si faceva sempre più domestico vedeva il sonno del fratello, la sua bocca aperta, il modo di tenere il lenzuolo con la mano destra. Incuriosito da quel passaggio repentino che non gli riusciva.
Certe volte, allora, prendeva una piccola torcia e la metteva sotto le lenzuola. Sotto il letto aveva degli animali di plastica, che allora si portava vicino e ci inventava storie, storie di leoni e di giraffe, di pantere e di serpenti. che si nascondono dietro alle sue ginocchiarocce e affondano nella sabbiamaterasso. Inscenava terribili combattimenti e poi finalmente dormiva.
Dovremmo avere sempre uno zoo fantastico per sublimare le nostre battaglie.

Agosto
I primi animali di plastica della collezione di Vittorio – ora un serraglio più che dignitoso, furono un regalo della Letizia, la signora del quarto piano interno C, in linea teorica mantenuta da una pensione di invalidità in linea pratica di professione mignotta, professione che esercitava all’antica maniera ossia sulla strada – come avevano avuto modo di constatare alcuni condomini, soprattutto recandosi all’agenzia delle entrate, che si poteva definire l’area dove Letizia teneva il suo pubblico esercizio. Puntuale nel pagamento dell’affitto, pulita nella gestione della casa e degli spazi prospicenti, forse un pochino ossessiva nel senso in cui intendono i clinici per la questione della precisione e dell’ordine, Letizia eseguiva le richieste dei suoi clienti con meticolosa dedizione, nonostante le circostanze – la siepe che punge, l’inverno delle volte, ma anche l’erba secca dell’estate – non permetteva repliche e frettolosità di cattivo gusto, cadenzava l’emergere del piacere e dell’orgasmo, e forse per questo, nonostante l’’avanzare dell’età aveva una clientela affezionata.
(Ma cosa vi devo augurare? Fate un po’ voi io dico)

Settembre
Letizia si sedeva sempre sullo stesso muretto, per fare due chiacchiere con una collega, per guardare la gente che passava, per far sapere che era sul posto di lavoro e dunque. Si era fatta pure un’amica, una signora con scarpe sempre molto belle che quando passava la salutava con la mano, si scambiavano delle battute. Che belle scarpe ha oggi! Le diceva Letizia in particolare quando la vedeva giù di corda, o arrabbiata, e la signora subito si illuminava tutta – perché alle scarpe ci teneva moltissimo – beata a lei che ci ha sti crucci, pensava la Letizia.
Ma anche la Letizia era grata perché la signora era stata la prima a salutarla, né aveva accettato il suo nascondersi sull’autobus quando le si era seduta davanti, e pure al bar la signora aveva fatto, persino con le amiche ampi saluti e qualche battuta. La signora aveva sempre lasciato la porta aperta dei mondi tra loro e mostrato ad altri che ci si poteva passare.
Vi auguro di trovare la vostra signora delle scarpe, pure se non state dalla parte sbagliata, ma state tra quelli che prendono il caffè.

Ottobre
La signora delle scarpe aveva sempre pensato che belle paia di scarpe, belle tovagliette per il pranzo, belle coperte possibilmente colorate, o tazzine, o cuscini – fossero uno scudo potentissimo e invincibile contro le angherie del destino, l’inequivocabile avanzare della morte, la rapina delle speranze, le minacce che vengono da un’intimità debole, e che continua a ricordare cosa non si è capaci di essere.
Vi auguro di saper trovare i vostri cuscini.

Novembre
I cuscini preferiti della signora delle scarpe erano due, che teneva nel salone, fatti in tela e velluto, con molti riccioli colorati tra l’arancio e il magenta, e che aveva comprato in un negozio di tessuti inglesi, un negozio di indubbia raffinatezza dove tutto era fuori della sua portata, fosse stato per lei ci avrebbe allestito un divano a tre posti. Vi lavorava anche un certo John, sul cui orientamento sessuale si era talora interrogata, per via degli zigomi pronunciati e la qualità delle mani. Aveva anche pensato di mettere da parte l’urgenza delle scarpe, per sondare meglio l’ipotesi di una poltrona, con il che avrebbe anche potuto scoprire se il signor John era fidanzato, e se era fidanzato con uno che si chiamava Mario – il che avrebbe imposto una concorrenza sleale e imbattibile.
Poi però si era sposata, John aveva in realtà una sposa un po’ viraghesca, che lo faceva felice e lo rendeva prezioso, ma la signora delle scarpe non lo avrebbe mai saputo e sarebbe rimasta con un gentile ricordo incerto.
(cosa c’è di più dolce di questo tipo di ricordi? Ve ne auguro almeno un paio)

Dicembre
ogni anno John a Dicembre, tornava al paese della madre, che si faceva sempre più vecchia e bisbetica. Un tempo era stata bellissima altera e solitaria, difficilmente incantabile e molto guardinga, specie con i maschi domestici del paese e della piazza. Solo repentina aveva perso la testa per il torreggiante padre di John ufficiale dell’esercito americano, calato nelle lande letterarie della costa per motivi non molto chiari tuttavia sufficienti per un buon romanzo. Che ebbe purtroppo breve durata, l’inverno arrivò troppo presto per lui, se ne mangiò le ossa e la carne in pochi tempo.
Ora la madre di John ha come unico scopo combattere i i piccioni, ma – non dico spesso, ma  un paio di volte nella vita, vi auguro lo sguardo di quei due quando si sono incontrati.

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