Rosario profano per il nuovo anno

 

Gennaio
Il nemico della vecchia che abitava l’ultimo vicolo del paese, erano i piccioni che nel freddo si ficcavano sotto alle grondaie, e rumoreggiavano continuamente, dicevano cose, si beccavano l’un l’altro le ali gonfie, e cagavano senza ritegno. La vecchia cercava di cacciarli con suoni perfidi e animali, per quanto le riuscisse, con getti di acqua e qualche tentativo di ammoniaca, strusciava il selciato per far sparire l’odore e le macchie, in una lotta infinita ed eterna.
Vi auguro di fare pace con i vostri piccioni.

Febbraio
La vecchia aveva un figlio che come lei no amava granché le bestie tutte, le bestie sanno cos’è la morte e ci sono concorrenti nella vita, ci sono nemici, antagonisti, devono stare nelle stalle, nei porcili, sotto gli alberi e nelle foreste – al giogo – o tuttalpiù – nei piatti. Ma si trovò una moglie con un gatto zoppo e la coda mozza, un gatto pigro e apparentemente inutile – e dovette imparare a tollerarlo e a dargli l’acqua e il cibo alla sera.
Vi auguro di trovare il vostro gatto a cui dar da mangiare vostro malgrado.

Marzo
Il gatto aveva avuto un’infanzia di gatto selvatica e dolorosa, per via della zampa nata con tradimento della natura. La madre con lui era stata impietosa, privilegiando i fratelli grassi e neri, e lui, bianco e magro, sarebbe stato sempre il primo a miagolare e l’ultimo ad arrivare. Per questo una sera di inverno quasi finì sotto una macchina – manco poco ci rimetteva tutte le zampe le code e le vite, ferminterra come un sasso. Lo salvò una donna di carattere poco gentile e molto vanesia, che se lo prese e lo portò a casa.
A tutti capita di sbagliare ad attraversare la strada, vi auguro di trovare la vostra donna vanesia e che vi raccolga.

Aprile
La donna a vedere il gatto straziato per terra, con la macchina davanti alla sua che era sfrecciata via lievemente nella sera, si era ricordata di quando era stata al suo posto – allora un letto di ospedale. Era ragazzina, e non veniva mai nessuno. Non c’era la madre, non c’era il padre, né suo fratello. S’era trovata incinta, come per un incanto non voluto, come se la fata dei miracoli più belli le fosse venuta addosso non richiesta, e le avesse messo in mano un potere che l’uccideva. E come il gatto sanguinante era stata lei stessa uguale sulle lenzuola bianche.
Vi auguro di sapervi ricordare di voi stessi distesi e riconoscervi in tempo nel vostro gatto sulla strada.

Maggio
All’ospedale della donna quand’era ragazzina, ci lavorava un’infermiera sciocca e fatua. Una bambina eterna e candida, come la divisa che avrebbe voluto indossare: cinematografica, americana, quasi un pochino erotica. Una divisa avvitata con delle belle calze bianche, con cui poter incontrare l’amore di un maschio ricco e potente. Purtroppo – forse per l’ingiusta divisa verdina, con i pantaloni anonimi e la blusa con lo scollo a v ma quale scollo, collo collo, accollo! diceva l’infermiera amara, e quei terribili zoccoli di plastica – non era mai successo niente, e lei non si era mai sposata. Manco mai fidanzata.
Tuttavia, le volte che aveva il turno di pomeriggio, quando cominciava, prendeva un caffè con un impiegato dell’economato. Si chiamava Carlo. Con Carlo l’infermiera rideva sempre buttando la testa indietro e gonfiando il petto di seduzione sbadata. Carlo gliel’avrebbe voluto sfiorare ma poi si tratteneva sempre.
Vi auguro di saper custodire in quest’anno e negli anni a venire, il vostro caffè col vostro Carlo.

Giugno
Vicino all’appartamento dove abitava Carlo, c’erano due bambini, parecchio vivaci. Carlo tornava dal lavoro quando la madre li riporta a casa dal campo di calcio. Spesso salivano insieme le scale del palazzo. I bambini si chiamavano Giacomo e Vittorio. Si toglievano due anni ma erano alti uguale, e siccome una volta a casa la madre avrebbe dato loro la merenda la corsa per le scale era accanita e selvaggia. Carlo si schiacciava allora sul muro, mentre i bambini si pestavano i piedi e si spintonavano con vigore, sopra la voce della madre indispettita. Non troppo, perché sapeva che parte del gioco più che la merenda era la fratria, in una competizione innocua.
Vaffanculo! diceva Giacomo quando arrivava per primo alla porta.
Vi auguro di trovare il vostro Vittorio.

Luglio
Quando andavano a dormire, la differenza tra loro si giocava sulla porta del sonno.
Mentre Giacomo entrava nell’altro mondo quando ancora era nelle parole, per esempio diceva “Buona Notte”, e dopo Buona già è negli inferi e Notte si scioglieva già nei suoni, Vittorio esitava moltissimo, ed entrava nell’antimondo con più circospezione. Nel buio, che con l’ingolfarsi della notte si faceva sempre più domestico vedeva il sonno del fratello, la sua bocca aperta, il modo di tenere il lenzuolo con la mano destra. Incuriosito da quel passaggio repentino che non gli riusciva.
Certe volte, allora, prendeva una piccola torcia e la metteva sotto le lenzuola. Sotto il letto aveva degli animali di plastica, che allora si portava vicino e ci inventava storie, storie di leoni e di giraffe, di pantere e di serpenti. che si nascondono dietro alle sue ginocchiarocce e affondano nella sabbiamaterasso. Inscenava terribili combattimenti e poi finalmente dormiva.
Dovremmo avere sempre uno zoo fantastico per sublimare le nostre battaglie.

Agosto
I primi animali di plastica della collezione di Vittorio – ora un serraglio più che dignitoso, furono un regalo della Letizia, la signora del quarto piano interno C, in linea teorica mantenuta da una pensione di invalidità in linea pratica di professione mignotta, professione che esercitava all’antica maniera ossia sulla strada – come avevano avuto modo di constatare alcuni condomini, soprattutto recandosi all’agenzia delle entrate, che si poteva definire l’area dove Letizia teneva il suo pubblico esercizio. Puntuale nel pagamento dell’affitto, pulita nella gestione della casa e degli spazi prospicenti, forse un pochino ossessiva nel senso in cui intendono i clinici per la questione della precisione e dell’ordine, Letizia eseguiva le richieste dei suoi clienti con meticolosa dedizione, nonostante le circostanze – la siepe che punge, l’inverno delle volte, ma anche l’erba secca dell’estate – non permetteva repliche e frettolosità di cattivo gusto, cadenzava l’emergere del piacere e dell’orgasmo, e forse per questo, nonostante l’’avanzare dell’età aveva una clientela affezionata.
(Ma cosa vi devo augurare? Fate un po’ voi io dico)

Settembre
Letizia si sedeva sempre sullo stesso muretto, per fare due chiacchiere con una collega, per guardare la gente che passava, per far sapere che era sul posto di lavoro e dunque. Si era fatta pure un’amica, una signora con scarpe sempre molto belle che quando passava la salutava con la mano, si scambiavano delle battute. Che belle scarpe ha oggi! Le diceva Letizia in particolare quando la vedeva giù di corda, o arrabbiata, e la signora subito si illuminava tutta – perché alle scarpe ci teneva moltissimo – beata a lei che ci ha sti crucci, pensava la Letizia.
Ma anche la Letizia era grata perché la signora era stata la prima a salutarla, né aveva accettato il suo nascondersi sull’autobus quando le si era seduta davanti, e pure al bar la signora aveva fatto, persino con le amiche ampi saluti e qualche battuta. La signora aveva sempre lasciato la porta aperta dei mondi tra loro e mostrato ad altri che ci si poteva passare.
Vi auguro di trovare la vostra signora delle scarpe, pure se non state dalla parte sbagliata, ma state tra quelli che prendono il caffè.

Ottobre
La signora delle scarpe aveva sempre pensato che belle paia di scarpe, belle tovagliette per il pranzo, belle coperte possibilmente colorate, o tazzine, o cuscini – fossero uno scudo potentissimo e invincibile contro le angherie del destino, l’inequivocabile avanzare della morte, la rapina delle speranze, le minacce che vengono da un’intimità debole, e che continua a ricordare cosa non si è capaci di essere.
Vi auguro di saper trovare i vostri cuscini.

Novembre
I cuscini preferiti della signora delle scarpe erano due, che teneva nel salone, fatti in tela e velluto, con molti riccioli colorati tra l’arancio e il magenta, e che aveva comprato in un negozio di tessuti inglesi, un negozio di indubbia raffinatezza dove tutto era fuori della sua portata, fosse stato per lei ci avrebbe allestito un divano a tre posti. Vi lavorava anche un certo John, sul cui orientamento sessuale si era talora interrogata, per via degli zigomi pronunciati e la qualità delle mani. Aveva anche pensato di mettere da parte l’urgenza delle scarpe, per sondare meglio l’ipotesi di una poltrona, con il che avrebbe anche potuto scoprire se il signor John era fidanzato, e se era fidanzato con uno che si chiamava Mario – il che avrebbe imposto una concorrenza sleale e imbattibile.
Poi però si era sposata, John aveva in realtà una sposa un po’ viraghesca, che lo faceva felice e lo rendeva prezioso, ma la signora delle scarpe non lo avrebbe mai saputo e sarebbe rimasta con un gentile ricordo incerto.
(cosa c’è di più dolce di questo tipo di ricordi? Ve ne auguro almeno un paio)

Dicembre
ogni anno John a Dicembre, tornava al paese della madre, che si faceva sempre più vecchia e bisbetica. Un tempo era stata bellissima altera e solitaria, difficilmente incantabile e molto guardinga, specie con i maschi domestici del paese e della piazza. Solo repentina aveva perso la testa per il torreggiante padre di John ufficiale dell’esercito americano, calato nelle lande letterarie della costa per motivi non molto chiari tuttavia sufficienti per un buon romanzo. Che ebbe purtroppo breve durata, l’inverno arrivò troppo presto per lui, se ne mangiò le ossa e la carne in pochi tempo.
Ora la madre di John ha come unico scopo combattere i i piccioni, ma – non dico spesso, ma  un paio di volte nella vita, vi auguro lo sguardo di quei due quando si sono incontrati.

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