Burano alle 14’10 all’inizio di un gennaio qualsiasi

Nella piazza spalmata di inverno e di sole, un cane vecchio siede su una coperta e un bambino gli parla nell’orecchio. Su un lato un pozzo di marmo, sul fondo la dentatura delle case e il campanile di mattoni e sopra, a veleggiare nell’ora molle del primo pomeriggio comari di paese, carabinieri in esilio, delle panchine vuote..
L’aria è intrisa di silenzio. Se si stringono gli occhi si vede l’acqua tra gli spacchi dei vicoli e l’isola avverte la percezione.

Il bambino spiega con grande movimento di braccia e di sorrisi, il mondo che ha appena scoperto, e che il cane vecchio conosce per ogni angolo, per ogni salmastro, per ogni porta di vetro, e locanda per turisti annoiati. È stanco, le ossa gli dolgono del dolore di tutte le ossa dei vecchi, negli occhi traluce l’ovatta di un lungo tempo trascorso a sorvegliare, e essere grati, a compiacere. È un cane di piccola taglia, di quelli a cui non si chiede di essere regali, o di essere coraggiosi – un vecchio cane senza pretese che deve abitare in una casa nei paraggi, con il ciclamino gigante dietro la grata della finestra, e una scodella azzurra di plastica per mangiare, vicino la macchina del gas.
Tuttavia, questo vecchio cane ordinario fiuta l’odore dell’infanzia e ascolta con pazienza.

Il bambino è in quel momento dei bambini in cui il fantastico si scioglie nel reale, e da raccontare c’è un unico presente dove si mischiano fate, barche, case colorate, capitani decorati di alamari, sogni di ogni risma e cose troppo incredibili per essere sognate. Ai suoi occhi sfugge lo spessore del tempo e il vecchio cane senza pretese, col male alle ossa e gli occhi stanchi, non gli pare tanto diverso da uno dei suoi amici del parco, per quanto corrano più velocemente.
Gli fa perciò una specie di forzuta carezza – la proposta di una maschia alleanza su quest’isola al bordo del mondo. 

Il cane volta la testa in preda a un gentile imbarazzo. Le guance tonde del bambino, quel suo modo di stare piegato vicino a lui con le gambe divaricate… sono tutti uguali i cuccioli del mondo, di cane di topo di uomo e di gatto, tutti così amabili e impropri, io me ne voglio stare tranquillo e non ho voglia di deluderlo, speriamo la madre lo chiami, speriamo veda un giocattolo, un gelato, una torta, che vada correre con i gatti del porto, che si metta a ciondolare i piedi sopra lo specchio di un ponte, non ho la forza di deluderti bambino felice della tua infanzia, che hai le zampe forti delle bestie alte. Vedo il tuo destino qualora non andasse sprecato, lasciami stare all’ultimo sole, non so se vedrò a primavera.

Il vento muove la coperta, che è di una lana chiara e colorata, e l’arriccia da una parte facendo del disordine per un verso, ma per un altro, anche della scomodità.
Allora il bambino si inginocchia, stende le pieghe una ad una e dice nell’orecchio del cane esasperato. Vedi ora ti puoi sedere per bene. E quello in effetti si siede meglio un po’ rassegnato, allungando le zampe
.

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