Da Eric a Bill.

 

La donna grassa e stanca, una madre che altro non parrebbe voler essere, guarda la sagoma che gli viene incontro. Ne ricorda lo sguardo e le mani, solo notando, dalla lontananza il riverbero della schiena, il modo di oscillare le braccia e ora che si fa più vicino – il modo di arricciare il naso. Oh, pensa la donna grassa, schiacciata dal ricordo della sua agilità e dal suo presente incongruo, dov’è un vicolo, una strada laterale, un errore, una dimenticanza un appuntamento maltrattato. Dove sono i miei bambini!

Si arrabbia la donna grassa con se stessa, mentre lui risponde al telefono, l’ha vista fa dei cenni con la mano un momento! le dice. Mentre qualcosa gli occupa l’attenzione, la testa senza i capelli di un tempo, la giacca che dice come se la passa, la donna pensa: ma non potevamo rimanere il nostro ricordo e basta, sapere quello che eravamo stati e lasciarci li, nella gentilezza di un altro momento? Cosa gli devo dire a questa intimità che ora è l’intimità di un’altra, di qualcuno che io non sono più. Che ci faccio con un corpo che parlava a quello di una ragazzina, beata lei, io ora vorrei solo risolvere il problema del conguaglio del gas, ci posso parlare con questo qua del conguaglio del gas? Me li da lui i soldi?

Lui si avvicina ora più lentamente – mentre parla al telefono, il conguaglio l’ha come distratta, come resa più vulnerabile, com’era bello pensa con tenerezza fra se, addolcita dalla democrazia della vecchiaia, un gallo, un ariete, un torello di buona fede, di garrula energia, di indesiderata ingenuità. Qualcosa di cattivo gli ha inciso le tempie, e le dispiace, lei si sente invece, tutto sommato, ingrassata di cose necessarie. Suo marito l’ha resa grassa. Suo marito e i suoi tre bambini. Dove sono i miei bambini?

Chiude la telefonata, inciampa guardando il telefonino e poi lo avvicina e lo allontana muovendo le sopracciglia, fa qualcosa con gli occhiali – poi sbuffa e riprende a camminare spedito. Ora le è proprio davanti a pochi metri, e lei si sente improvvisamente stretta dal ricordo delle sue urgenze infantili, della sua bizzosa dipendenza, perché non mi chiami? Di certe sere tarde, perché te ne devi andare? Di certe domeniche pomeriggio, e il auo nuovo passato. Ossia il passato che è venuto dopo il passato, il secondo passato che si fa più autorevole, più suo più prossimo, questo passato recente, con i suoi pranzi al sole sotto a una vite, con certi modi di ridere con, questo passato prossimo le si mette intorno come una ciambella, un salvagente, si ingrandisce si gonfia, si fa nuvola foschia.

Lui ora le è proprio davanti, le tocca il cappotto turchese, sul gomito. Sorride.
Ciao caro come stai, quanto tempo. Prendiamoci un caffè velocemente, perché non devo scappare e quindi me ne vado lo stesso.

(Il titolo si capisce andando qui. )

 

 

 

 

 

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