Del padre, ma di altre cose anche

 

Ogni volta che uno psicologo si confronta con altre persone sui temi della genitorialità, arriva quasi infallibilmente l’esperienza di chi si è cimentato con una figura paterna deludente: vuoi perché il padre è stato assolutamente assente, latitante, o anche sparito completamente, vuoi perché invece è stato presente ma deleterio, cattivo, ostativo, proibitivo oppure francamente abusante. E invariabilmente viene proposta la fantasia e l’ipotesi per cui, specie le donne, si chiede – ma è davvero importante la figura paterna? Non se ne può fare a meno? E capita quella che dice, ah io senza padre sono cresciuta benissimo, oh io faccio da sola. E credo che in questo momento storico, questa questione del padre sia posta più all’ordine del giorno che in passato, per una generazione che è ancora figlia e nipote di una visione dei rapporti di coppia la cui impostazione prevedeva che i figli sono essenzialmente della madre, ma che simultaneamente è quella che si trova a vivere un modo di accudire i figli e di pensarli come fortemente condivisi, e della coppia.

La discussione sulla possibilità di adottare delle coppie omosessuali, o di fare dei figli mediante forme di fecondazione assistita, e ancora di più l’osservazione del funzionamento dei bambini in famiglie omogenitoriali – laddove c’è stata la possibilità di farne esperienza – ha contribuito a rendere intricato il dibattito, e ha costretto l’orizzonte psicologico, ancora una volta a ridiscutere le categorie che gli sono proprie, di capire dove fanno troppo affidamento a un funzionamento familiare largamente sperimentato è che è stato l’ideale platonico regolativo, di un mondo e di una serie di generazioni. D’altra parte questa esperienza si cortocircuita con quella di molte donne che alla fine hanno tirato su bambini da sole, senza che questi figli fossero poi come dire – statisticamente più nevrotici della media di quelli delle coppie tradizionali. Questa percezione materiale del reale, questo empirico confronto tra percorsi di vita, ha opposto alle categorie della psicologia, per non parlare di quelle della psicoanalisi, una ferma e disincantata resistenza.

La teorizzazione analitica infatti, osservando il funzionamento delle famiglie più armoniose, prevedeva grosso modo, che il desiderio della madre fosse in primo luogo quello di realizzarsi emotivamente nella relazione e nella procreazione, che questo faceva si – insieme alla differenza biologica che riguarda la natalità e l’allattamento – che la prima relazione fondante fosse quella della madre con il bambino, mentre il fatto che il padre compensasse la sua impossibilità a essere il primo attore della generazione con ambizioni professionali e lavorative lo rendeva adatto a essere quello che mantiene la famiglia, e allo stesso tempo che aiuta a condurre i figli fuori dalla relazione con il materno e verso il mondo. Il buon padre psicoanalitico cioè è uno che certo deve mantenere la famiglia, ma allo stesso tempo non deve mai abbandonare il cuore della vita relazionale a se stesso – per non impoverirsi e per non far mandare alla deriva della grave psicopatologia la madre con i suoi bambini che non riescono a emanciparsi dal fisiologico anello simbiotico della prima relazione.

Era un modello rigido, ma attenzione, di grande efficacia pragmatica. Il suo limite era la paradigmaticità per tutti, e la decisione culturale che avesse un potere diagnostico e sanzionatorio su gruppi familiari organizzati diversamente, e anche una sorta di dimensione problematizzante e nevrotizzante quando il sistema familiare e i suoi componenti avessero preso, strade come dire – eversive. Ma è ancora un ottimo modello largamente funzionante per molte persone, perché mette in campo e divide per ruoli alcune cose fondamentali che devono esserci nella crescita dei bambini. Ossia il contenimento e la risposta emotiva, l’elemento di unione incarnato dal femminile, e l’elemento di crescita e di trascendenza connotato dal maschile e dal paterno. In quel vecchio modello qualcuno tiene e qualcuno porta, qualcuno cura e qualcuno insegna. Quando funziona, semplicemente funziona. La gestione della cosa ha una giusta divisione di compiti e oneri – specie quando i figli sono numerosi. La prole numerosa rende la percenzione del materno più forte di se come ruolo e come competenza. La madre di cinque, sei sette figli, fa di mestiere la madre, e amministra un gruppo numeroso. Lo squilibrio identitario è molto meno violento o del tutto assente rispetto a una madre che di figli ne fa uno, oppure due.

Questo si diceva non protegge però i figli di coppie tradizionali dalla psicopatologia più di quanto accada ad altri nati in altre situazioni. L’emergere delle psicopatologie, o di vissuti problematici di vario ordine e grado, è il risultato di qualcosa di più sottile della medesima organizzazione di accudimento, ma ha a che fare con gli oggetti emotivi, e simbolici che un’associazione di adulti mette nelle mani psicologiche di un bambino. Questi oggetti devono avere a che fare con una capacità di contenimento emotivo, di inclusione e di grande affetto, e una capacità di trascendere, di andare fuori di scoprire e di conoscere. Unione e differenziazione, unione e differenziazione. E quindi, ci sono donne molto brave a fare entrambe le cose, e credo che ci possano essere coppie omogenitoriali che incarnino bene le due polarità, oppure, fatto spesso sottovalutato ma che può capitare coppie in cui alla fine, le due polarità sono a ruoli invertiti – con il maschile contenitivo il femminile invece che porta alla differenziazione.

Questo modo di intendere la cosa, ha una sua fluidità come delle aree di problematicità che non credo sia corretto eludere. Per esempio: la differenza biologica nell’esperienza del concepimento, e della cura dei primi mesi mette il maschile e il femminile in una zona non così facilmente interscambiabile, con cui il modello originario di famiglia trovava maggiore e semplificata aderenza. Ma ciò non toglie che in linea di massima, questo dato originario si inserisce in una cornice di simboli e fattori altrettanto importanti  quanto molteplici, che alle volte io penso possa essere sopravvalutato. Si tratta di qualcosa da tenere a mente, ma a cui dare come dire, un posto molto preciso. In ogni caso, da un punto di vista bioetico, non credo che qualsiasi posizione, e qualsiasi anche certezza clinica possa intervenire a priori sulla costruzione dei modelli familiari, ma solo a posteriori – per essere cioè a disposizione – quando emergano delle dimensioni problematiche. Ho sempre pensato che la procreazione e le sue modalità fosse qualcosa di anteriore al contratto sociale, che tuttalpiù si può servire dal contratto sociale, ma non può esserne davvero regolamentata. Non penso cioè che qualsiasi cosa dica di comprovato la psicologia possa essere considerato normativo per il diritto animale a riprodursi, anche se fossero chiare sempre e comunque delle possibili conseguenze negative.
La procreazione è un fatto ferino, anche quando si serve di macchine.

Piuttosto mi vengono in mente altre cose. La prima è una maggiore preoccupazione per la genitorialità single non perché astrattamente un uomo e una donna non possano essere capaci di assolvere entrambe le funzioni, ma perché indubbiamente è più difficile, vuole molto tempo ed energie, e perché in qualche caso la singletudine o l’abitare una relazione emotiva con un altro completamente latitante, può essere un indice di una difficoltà relazionale che potrebbe ricadere su un piccolo. Per cui ecco, nel paese dell’ideale per me sono sempre meglio due che uno. Due che sappiano cosa è il due sul viaggio di lungo corso. Due che essendo di già due, e si sono scelti a lungo, sanno il contenimento relazionale, e la gestione delle forze eversive.

La seconda cosa che mi sembra importante mettere in campo riguarda il diritto di ognuno al dominio narrativo ed esistenziale della sua storia, della sua grammatica, del materiale reale che la vita gli ha dato, il cui valore è scritto e con grande fatica e dispendio di lavoro psichico – modificabile. Su questa cosa spesso il parere delle donne e il parere degli addetti ai lavori si trova discorde, e molte donne ritengono che dipenda da un mero bias culturale, una adesione al potere del padre incondizionata per cui, anche se è stato un cattivo padre, abusante, o latitante, questo debba essere mantenuto nel campo esistenziale del figlio. Perché si dicono queste persone, se questo padre è così cattivo, dobbiamo dargli la possibilità di fare ancora del male? Perché perdonare? E la domanda è legittima e anche spiazzante, se si tengono bene in mente certe forme di violenza che raggelano.

Ma la questione per l’appunto non riguarda il modello culturale, ma il diritto a elaborare i propri contenuti fondanti, che non possono essere quanto meno agilmente e velocemente sostituiti.  Non abbiamo altro di altrettanto filosoficamente fondativo, di epistemologicamente rilevante che la storia della nostra genesi, e le persone che ci sono coinvolte. Tutto allora si può fare, ma il compito – talora ingrato, terribile e titanico, di dare un posto alla storia di una vita a chi ha picchiato, abusato, o dimenticato –è un diritto inalienabile. Quello che si può fare, è piuttosto essere intorno, essere e garantire tutte le risorse possibili qualora questo compito difficile capiti in sorte.

Annunci

Un pensiero su “Del padre, ma di altre cose anche

  1. Due cose separate. Sulla parte finale del post, mi sento di aggiungere che i tempi e i modi sono esiziali. cioe’ che c’e’ e ci deve essere un tempo di distanza, e ci deve essere un tempo in cui si sceglie – da figli – eventualmente di riavvicinarsi. voglio dire, trovo che la tua valutazione sulla negoziazione necessaria sia molto condivisibile, solo credo che il passo intermedio in cui si fa una distinzione netta, anche un allontanamento emotivo (anche per anni se necessario) serva alla crescita, per non confondere rapporti affettivi sani con le negoziazioni difficili ma necessarie. per non imparare la lingua sbagliata, diciamo.
    sulla genitorialita’ di due o di uno, mi chiedevo se vedi un due come coppia piu’ efficace di altre forme di essere “due”. tutti i genitori includono altri adulti nella sfera di riferimento dei figli, e i genitori single possono avere altre forme (non inserite nella coppia) di figure da offrire ai figli che crescono. puo’ essere difficile, ma immagino si possa “distribuire” il ruolo.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...