Vicinanza cartacea, sentimenti infiammabili, standard comportamentali.

 

Riflettevo in questi giorni, sulle reazioni collettive che ci sono state per il terremoto a Roma. Ma anche riguardo altri fenomeni che mi pare di osservare sempre più frequentemente.
Roma, con il terremoto ha infatti reagito con una forte preoccupazione. Le persone hanno abbandonato gli uffici, e i genitori hanno ritirato i bambini dalle scuole – senza che a questo corrispondesse alcuna reale esortazione da parte della protezione civile. Mi ha ricordato un altro terremoto di molti anni fa, io lavoravo in un edificio umbertino e il computer mi saltò in braccio – e per quanto lo spavento circolò moltissimo – nessuno abbandonò il posto di lavoro.
Lo spaventò di allora, così come lo spavento di ora, in relazione a un evento come il terremoto, mi sembra sempre una cosa umana, perché il terrore non riguarda un calcolo razionale delle probabilità, o non sempre ne è influenzato, ma l’impatto con una forza terza, che può essere potentissima, e dinnanzi alla quale non si ha il tempo di essere preparati. L’assenza di preoccupazione è quasi percepito come un atto di ubris, e quindi insomma è una cosa che si deve capire.

Tuttavia riflettevo su un’altra cosa. L’altra cosa era la simultaneità con cui allo scoccare delle scosse, chiunque ne avesse possibilità scrivesse della scossa su un social network: UN MINUTO DOPO su un Facebook, su un tiwitter, o ai suoi gruppi di contatti su Watzapp. Alcuni registravano l’informazione, altri ripostavano il loro stato d’animo di vero spavento, altri ancora – il più delle volte con spontaneità – amplificavano stilisticamente il proprio grado di terrore.

Quest’ultima dinamica narrativa nella scrittura in rete oggi, è incredibilmente frequente, anche se davvero, portata avanti in assoluta buona fede. La comunicazione sui social è un gancio relazionale e l’esasperazione retorica dei toni emotivi è un dispositivo che molti innescano in un tentativo non visto di seduzione di visibilità, una richiesta di essere accolti. Ma non con intenti consapevolmente ipocriti, o furbi o che. Ma come dispositivo della propria equazione personale. E non lo si fa solo con lo spavento, ma anche per esempio, con l’indignazione politica, e la rampogna. Non si tratta di niente di nuovo, è una cosa che fanno   soprattutto alcuni in funzione del proprio carattere e della propria struttura di personalità – molti riservati e introversi lo sono anche per iscritto: ma  questi estroversi se prima parlavano con i colleghi dell’ufficio, e contribuivano a creare un clima relazionale di panico, ora scrivono, la scrittura rimane, edifica, costruisce, si moltiplica via social in maniera più efficace del gioco del telefono delle voci.
Quello che voglio dire è che la scrittura via social, nella sua somma di scritture, crea un canovaccio, un pattern comportamentale, un modello emotivo che si impone. Pervasivo nel quotidiano, pervasivo anche in chi – per esempio nel caso della scossa – stesse in solitudine in un seminterrato e non avesse sentito niente.
Non sente niente. Poi apre Facebook e apprende il diktat del panico.

Credo che bisogni cominciare a riflettere attentamente su questa cosa che la rete, malgrado le innocue intenzioni dei più, impone un pattern emotivo che è capace di creare un senso di disagio e di ricatto morale. Una persona non era in ansia per i propri figli, ma legge per ogni dove uno stato di ansia conclamato prova colpa sulle sue qualità genitoriali, sulle sue capacità di cura e protezione e quindi va, prende i bambini a scuola anche se non è veramente necessario. Oppure semplicemente, si adegua a un clima emotivo, si fa contagiare aderisce, lascia che le sue parti interne disponibili al timore, certi suoi ricordi, certe sue caratteristiche magari di solito minirotarie, prendano il timone della sua baracca psichica.

Ed è interessante considerare come questa cosa sia sempre più frequente, e al momento in realtà molto meno pilotata di quanto si vorrebbe far credere ma siano fenomeni psicosociali che vivono di vita propria, a cui tuttalpiù qualcuno ogni tanto decide di mettere la bandierina assolutamente a posteriori. Come certi licenziamenti per esempio che ci sono stati – il direttore d’orchestra che ha svelato il segreto di Babbo Natale, o il redattore del giornale mediocre, che ha fatto il giornalista mediocre come al solito ma – per sua disgrazia la rete l’ha intercettato. In entrambi quei casi, parti il tam tam indignato, e il ricatto morale dello stato d’animo della riprovazione. In entrambi i casi la questione dirimente non erano in fondo i pareri, ma lo standard emotivo a cui erano associati, e a cui piano piano in molti e molte aderivano, rafforzati narcisisticamente dal potere seduttivo della recriminazione, e dalla rinfrancante esperienza dell’aggregazione benché virtuale. Questo diciamo a prescindere dalla valutazione delle ragioni e dei torti.

Non so. Mi sembra un tema importante questo e non facilmente liquidabile. L’accento qui io lo metto, diversamente dal solito, non sulla propagazione di asserzioni logiche – valutazioni politiche, convincimenti, scambi di informazioni, ma la propagazione di contenuti emotivi come standard da dover assimilare, e dai quali piò essere davvero molto difficile o per il momento come dire, poco umano, poco spontaneo difendersi. La comunicazione in rete ha già per le persone meno disposte a un approccio critico agli oggetti con cui viene in contatto una pretesa di veridicità che si mette sempre poco in discussione, per cui per esempio, siccome basta la comunicazione autorevole di un sito in merito di scienza, che la scienza può essere facilmente messa in discussione. Ma in più ora c’è una sorta di pericolo da una forma comunicativa e di contagio che avviene a causa di un intensificato scambio di scritture familiari private, in una sorta di identità diffusa tra persone che non si conoscono oppure tra persone con cui senza social non ci si scambierebbe grandi informazioni. I social creano una nuova area di scambio di cartacea vicinanza, assolutamente labile (c’è gente che mi legge tutti giorni, poi li incontro quotidianamente per contingenze private e mi saluta a stento) e in questa cartacea vicinanza si passano emozioni incandescenti.
Non so facciamoci caso.

Annunci

3 pensieri su “Vicinanza cartacea, sentimenti infiammabili, standard comportamentali.

  1. Sempre delle riflessioni interessanti. Una cosa su cui non concordo è il diktat emotivo. Nessuno è obbligato a comportarsi in un certo modo solo perché lo fanno tante altre persone. Se una persona percepisce questo dipende solo dal suo modo di interagire con il mondo.

    Mi piace

  2. Ecco menomale che ti leggo Mi sei al solito di svelamento Senza esagerare Io avevo intuito che su di me l’uso di social finiva di influire sul mio sentire in modo emozionalmente negativo Per questo mi ci sono levata E ci sto un gran bene Poi qualcuno mi manca ovvio Un abbraccio a presto

    Mi piace

  3. Bella Cos! Io mi sono proprio sentita così e ci ho messo mesi per capire che l’unico modo per liberarmi di quel pervasivo clima da delirio collettivo era chiudere la mia pagina fb.
    Certo un po’ di persone mi mancano e pure questa cosa dell’immediatezza ma mi sento meno catastrofica meno incazzata meno urlante! Grazie di avermi al solito svelato un pezzetto di vita e di realtà (!) !a presto

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...