un ricordo

 

 

(Il primo ricordo in cui ho capito qualcosa del mio mestiere, risale a molti anni fa, quando facevo un tirocinio in una clinica psichiatrica. Ero già laureata in filosofia, e mi stavo laureando in psicologia. Avevo concluso un primo ciclo di analisi e quindi tutte queste cose, più il corpo degli anni mi davano una credibilità in più rispetto ai miei colleghi tirocinanti, per cui mi fecero fare dei colloqui con alcuni pazienti ricoverati.C’era una signora che voleva parlare di pipì per tutta la seduta, c’era quello che aveva cominciato a fare uso di cocaina quando la moglie aveva sfornato il tredicesimo figlio, c’era la paziente poetessa e io facevo del mio grossolano meglio con ognuno di loro. Ho fatto moltissimi errori. Si fanno errori sulla pelle delle persone.

Poi un giorno mi misero davanti questa madre di ventisei anni, una venere secca e stralunata, madre di una bambina che aveva rischiato di far morire in contromano su una strada di grande scorrimento. Veniva nella stanza di latta e mattonelle con una vestaglietta a scacchi, le ciabatte, e il volto molto molto truccato, quasi una maschera di carnevale: con lunghe righe nere che attraversavano le tempie, e grandi macchie blu sopra gli occhi.Era entrata con abuso di psicofarmaci. Aveva tentato il suicidio.

Dottoressa, mi disse dopo qualche volta volta, ferma, lucida, rabbiosa. Mi mandano da lei, ma io mi voglio ammazzare ha capito? Io mi voglio ammazzare, e io lo farò qui, sa? Esco di qui e io mi ammazzo.E io le dissi: Lo faccia. Cara mia a me non importa.. Non mi importa perché secondo me è una scelta sua, sulla vita sua, e per quel che mi riguarda nessuno ha il diritto di dirle cosa deve farsene: stare in una vita brutta deve essere molto scomodo.

Mi ricordo che glielo dissi molto duramente, severamente, addirittura con una punta di sarcasmo. Come due persone che parlano tra pari quando la posta in gioco è alta, quasi in un’area di clandestina condivisione. Mi batteva il cuore fortissimo. E cercavo di dissimulare – con una recitazione che a posteriori ho considerato notevole – l’impulso di controllare il tavolo per rassicurarmi dell’assenza di coltelli, di cercare nella memoria che no in una clinica psichiatrica non troverà in bagno delle lamette.
Dissimulai la sensazione di giocare col fuoco.

Non mi ricordo molto della sua reazione, alla mia risposta. Credo che sia rimasta sostanzialmente inespressiva. Il ricordo di quel colloquio è tutto bruciato da quel momento, dal senso di sfida che avevo percepito, e di aggressione, e quella cosa incandescente e terribile che un po’ è manipolazione dell’altro, un po’ voglia di stupirlo, un po’ voglia di dominarlo, ma tutto tragedia e tutto morte. Era reduce da un TSO. Non è che parlasse proprio a vanvera.

La volta dopo, venne con il viso completamente struccato, normale. E con la volta dopo cominciò a raccontarmi dei sogni, e di uno stare al mondo davvero incomprensibile per tutti i suoi. Gli psichiatri mi fecero i complimenti, e credo di aver cominciato a lavorare anche per quella paziente – che purtroppo non potei continuare a vedere quando fu mandata a casa.

Sono spesso ritornata con la mente a questo episodio, chiedendomi esattamente cosa fosse successo. Sono una persona pavida, e non si può dire che la morte o il desiderio di morte non mi spaventino. Tuttavia intuitivamente dovevo aver capito che li la questione era una richiesta di presa in carico che forse fino ad allora non era avvenuta. E anche una sorta di messa alla prova. Ti metto sul tavolo le cose con cui combatto voglio proprio vedere che fai. Fui facilitata dalla patologia culturale per cui stiamo tutti a guardare film di morti assassini ma siamo terrorizzati dal qualche volta comprensibile desiderio di morte. Di contro, una cosa che mi ha sempre accompagnato da prima di allora è il senso di profonda costernazione per chi è in cattiva compagnia quando è con se stesso. Ho sempre avvertito la persecutorietà di questa cosa, l’angoscia che ne deriva, ancora oggi guardo certe vicende di chi resiste eroicamente con ammirazione, perché so com’è stare male, ma anche com’è comodo e agevole prendere un caffè con se stessi potendo dire ok che facciamo oggi? Quella persona mi stava dicendo. Anche tu mi manderai affanculo con tutte quelle moine sull’importanza della vita e della mia bambina? Oppure anche tu scapperai nelle solite domande del perché mi dice questa cosa? Uffa cazzo, mi diceva, io non mi sopporto più. Ecco cosa.
E io credo che l’alleanza terapeutica sia questo, uno ti dice – cazzo non mi sopporto più. L’altro dice, cazzo hai ragione. Vediamo che fare.

E se va tutto bene, torna senza la maschera di trucco. Oppure, si permette di posarla cinque minuti.)

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