Crisi, sintomi psichiatrici, gesti politici.

 

 

Pochi giorni fa un giornale – il Messaggero Veneto – ha pubblicato la lettera di un giovane appena suicidato. Dopo il suicidio la famiglia l’aveva ritrovata e consegnata al quotidiano, che non ha evidentemente saputo resistere alla succulenta occasione pubblicitaria, a uno  finto scooppismo poverello. Né d’altra parte ci sono riusciti altri, per esempio successivamente non si è trattenuto Beppe Grillo a cui notoriamente il pelo sullo stomaco non difetta mai, e che ha pensato bene di pubblicare la lettera sul suo sito, per farne un oggetto politico.
L’uso politico di questa lettera è facile. Chi la scrive si lamenta dolorosamente di molte cose che vanno male, gli affetti, il quotidiano, la vita, un senso profondo di stanchezza, il lavoro come grafico. Ma il lavoro è un problema per tutti! Ed è un problema che non si riesce a risolvere con agio. E allora può essere comodo servirsi di un suicida per fare una battaglia politica, per strumentalizzare un argomento in modo grossolano. Dopo tutto, quando si è senza lavoro o si vive in uno stato di precarietà si sta male davvero. Che non lo sappiamo?
Lo sappiamo mi viene da dire, ma solo in alcuni rari casi – ci togliamo la vita. E d’altra parte, la figata della disoccupazione è che, diversamente dai concorsi pubblici per psicoterapeuti nei CSM, che quando ci va uno e dice mi voglio suicidare lo rimandano a casa per assenza di personale, non è che O la risolvi O non la risolvi. O fai una cosa O non la fai.  Invece, a strepitare guadagni già nobiltà – perchè se fai una cosa non si vede, se non la fai non si vede e quindi appunto apposto così..

Ora. Non è opportuno ritenere che questa lettera dia dati a sufficienza per dire qualsiasi cosa su questo ragazzo, e parlarne senza conoscerlo farebbe cadere nella stessa bassezza morale di chi ne ha fatto uno strumento pubblicitario e propagandistico. E’ opportuno riflettere però sul pensiero collettivo che ha elicitato, e fornire qualche riflessione in più di ordine psicologico sul tipo di causalità che questo tipo di uso retorico lascia sedimentare. La crisi fa male, procura disastri, procura catastrofi, procura suicidi. La crisi, ha un impatto sociale tale per cui bisogna fare qualcosa. Questo impatto è immaginato con un processo di causalità ed effetto lineare: per cui si cerca lavoro, non lo si trova – oppure si ha lavoro e lo si perde e si diventa così disperati – che ci si ammazza. Basta sommare due grandezze mistiche e sfumate “la crisi” (che poi che è? Dice l’assenza di soldi) e l’”umanità” ( altra cosa monolitica e sfumata) e niente 1.0 vince la crisi.
Questo è pieno il grado di sofisticazione della psicologia popolare e bisogna dire mediatica.

Io però vorrei fornire in modo schematico, asciutto e poco letterario alcune riflessioni che sono di pertinenza della psicologia. E le faccio, perché se c’è una cosa sola a cui serve il messaggio di una persona sotto scacco che non ha ricevuto sostegno, è per indicare materialmente quali sono le vie politiche e amministrative del sostegno. A scopo di chiarezza e rapidità – sarò didascalica e procederò per punti.

  1. In psicologia oggi, si parla di matrice bio psico sociale del comportamento. Ossia siamo determinati dalla biologia del cervello, dalla qualità delle relazioni, dall’ambiente sociale. Ed è una matrice che lavora su due livelli entrambi consistenti. Un primo livello perdurante nella vita e decisamente incisivo è il corredo di oggetti biologici, familiari, sociali con cui veniamo al mondo e che determinando i primi anni della nostra vita, continuano ad operare negli anni a venire fino all’età adulta. C’è una radice genetica e biologica che variabili contestuali  – familiari prima e sociali poi, possono slatentizzare. Quindi per esempio: in una famiglia c’è una madre gravemente depressa con quindi un dato genetico – semplifichiamo a spanne – che trasmette alla progenie (matrice biologica). La probabilità che la progenie elabori questo sintomo a sua volta dipenderà anche dalla qualità della cura della famiglia di origine (matrice psichica) e anche da quanto lo contestualità sociale aiuterà questa famiglia di origine – per esempio con un assegno di disoccupazione se il padre perde il lavoro, o con un asilo nido a costi accessibili per aiutare i genitori, con un intervento strutturato dei servizi sociali se dovesse subentrare un problema di alcolismo conclamato. In assenza di tutte queste cose (matrice sociale), la probabilità che una vulnerabilità diventi patologia per un giovane è più alta.
    Il secondo livello è nel presente. I nostri stati emotivi variano a seconda delle esperienze psicologiche e sociali con cui ci confrontiamo, con il nostro aderire o meno a una domanda sociale. Il nostro cervello risponde biologicamente a queste esperienze, e cambia fisicamente con queste esperienze.
  1. Ne consegue in primo luogo che da una parte, ritenere che una patologia grave sia solo dovuta a carico dei fattori sociali (la crisi) è una sciocchezza. In efffetti considerando la pervasività di precariato e disoccupazione se la crisi fosse da sola così potente, noi avremmo un migliaio di suicidi al giorno. Il suicidio è l’esito di un malessere gravissimo e profondo che affonda in una dolorosa difficoltà ad accedere alle proprie risorse, e anzi a una tendenza ad attaccarle. Nella depressione che porta il suicidio c’è un tragico avvelenamento dei propri pozzi d’acqua – specie quando a suicidarsi è una persona così giovane. I suicidi sono diversi, e le storie psichiche relazionali e sociali che vi ci portano possono variare molto. Per esempio è molto diverso il caso di un uomo adulto la cui identità psichica e relazionale di efficacia e di paternità è profondamente legata alla sua capacità di guadagnare che va in frantumi a seguito di un fallimento. Ma rimane il fatto che anche in quel caso, una certa organizzazione psichica di antica data, aveva più di un tratto preoccupante all’occhio clinico, per quanto così socialmente rinforzato. (E’ questa una riflessione amara che ho fatto una volta che ho avuto un lungo e intenso scambio con un lavoratore del nord – est, che mi raccontava con enorme intelligenza e sensibilità il collasso di un maschile che per generazione ha affogato qualsiasi sintomatologia psichica nella fame di lavoro e di conferma sociale. Per cui oltre ai suicidi c’era un’intera regione messa psicologicamente in ginocchio dalla perdita di un’identità, di un potersi riconoscere e anche –  io credo  – dalla perdita di una coperta per  una serie di dolori e di cose irrisolte)
  1. Ma – tornando a noi – da tutto questo consegue anche la consapevolezza che quando c’è questo mostro generico della crisi, questo grande oggetto slatentizza problemi psicologici di altro ordine e grado oppure toglie ai soggetti qualsiasi argine al loro sviluppo fino a grave forme di cronicità. Faccio un po’ di esempi a casaccio:

    a. Crisi può voler dire padre disoccupato, padre depresso, padre alcolista, padre aggressivo su madre, figlio che assiste ad abusi sulla madre, figlio abusato, e sempre per la crisi, figlio che non ha prima nido poi tempo pieno come esperienza di relazioni emotive sane, e quindi  un domani la  psicopatologia del figlio sarà più probabile.
    b. Crisi può voler dire giovane con diagnosi di disturbo di asse due ad alto funzionamento, gradevole simpatico, ma con esplosioni in agiti disastrosi che se però trova un lavoro otto ore al giorno che gli piace sarà contenuto, la tendenza ad agire contenuti aggressivi magari canalizzata in questa o quella attività, e magari potrebbe trovare una relazione moderatamente funzionale, sufficientemente collusiva, ma che lo traghetterà sul piano nevrotico. Ma senza lavoro, senza contenimento il ragazzo cercherà contenitori dove li troverà e che si mostreranno più accessibili per esempio in figure carismatiche nella criminalità organizzata, nell’uso e circolo di stupefacenti e via di seguito. Se va bene. In assenza di questi contenitori una sintomatologia ingravescente si può prendere il ragazzo fino a livelli di disfunzionamento che gli impediranno qualsiasi relazione sociale.
    c. Crisi può voler dire anche una persona che sta male, è depressa, non riesce più neanche a cercare lavoro, va in un posto pubblico, dice che non riesce a fare niente, e lo mettono in lista di attesa perché il fatto è che nel Lazio non c’è un concorso per psicologi da 18 anni.

Quindi, in conclusione, se proprio si vuole utilizzare un suicidio, per porre una domanda politica, anziché frignare narcisisticamente dicendo quanto sono fico io che parlo di questo disgraziato, non vi vergognate voi che parlate d’altro? E’ opportuno fare delle domande puntuali. Nella consapevolezza che meno ci sono soldi, più la sintomatologia psichiatrica delle famiglie è slatentizzata, e quindi meno ci sono soldi più questioni che con quei soldi non ci entrano niente esploderanno – una volta il suicidio, un’altra il femminicidio, una terza l’infanticidio, una quarta la tossicodipendenza,e via proseguendo fino alla triste congerie di sopravvivenze dolorose che non fanno tanta notizia, le migliaia di depressioni che si trascinano e di cui la politica se ne fotte. A fronte di queste cose, la domanda deve essere quella di servizio pubblico, di potenziamento dei servizi alla famiglia, di riqualificazione dei servizi sociali, progetti di recupero sul territorio e della possibilità di accedere a psicoterapie e a farmacoterapie in tutti i csm. Ma anche la domanda dovrebbe riguardare una domanda di screening un qualche tentativo di prevenzione e intervento. Non lo so, decidete voi, ma la domanda deve riguardare cose pratiche, precise, inerenti ciò di cui si parla, e non un piano astratto – ministro abbruttone –  che alla fine è solo un posticcio alibi morale.

 

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