Note su Sanremo 2017

Si è concluso ieri sera un Festival sobrio, finanche noioso, con un grande successo di pubblico, e allora oggi scrivo un posterello per il blog in proposito, come d’altra parte ho fatto anche in altri anni. Perché il Festival mi piace sempre, ci ho fatto pace con questa cosa, mi piace cioè in primo luogo per un godimento nell’hic et nunc, le canzonette, i vestiti, la coralità, in secondo luogo nella possibilità di condivisione, di esperienza momentanea culturale condivisa, in terzo luogo e solo in terzo luogo, che viene incomparabilmente meglio quando ci sono il primo e il secondo luogo, per il piacere che mi da la disamina sociale, i cultural studies rispetto ai fenomeni di costume, anche se certo in maniera spicciola e subitanea come questo articolo.

La prima riflessione che mi viene in mente, riguarda il dato auditel – abnorme rispetto a un’edizione per parecchi versi deludente, noiosa, quasi in difficoltà. Il finale ha visto uno share del 58 per cento. Una cosa veramente incredibile. Credo che questo dato sia l’esito non tanto di un format – un po’ in difficoltà – ma della moltiplicazione di due fattori: il primo è il fattore De Filippi, un personaggio di cui le accademie dovrebbero occuparsi con meno elitarismo considerando la sua capacità di trascinare le masse, andando spontaneamente in direzione ostinata e contraria a tutti i clichet del carisma televisivo, femminile in particolar modo. De Filippi, ne parlo dopo, si è portata dietro un’audience composta dai ragazzini dei talent e le casalinghe di c’è posta per te, e l’ha immessa nella percezione del festival. Il secondo fattore, penso possa essere la funzione svolta, addittivamente dei social network: dove si è svolto un gioco collettivo secondario, di commento, di partecipazione, di divertimento, ironia e falsa distanza che io credo abbia invogliato molti a guardare il programma, pure dicendo tutti in coro che questo era un festival pallosissimo. Questa cosa potrebbe essere un’indicazione per il futuro, che sarà interessante osservare: la rete tende a mediatizzare come dire, a un secondo livello esponenziale, oggetti già mediatizzati. Li riconfigura, li ripropone li ridisegna. Ne rifà i contorni e anche quando è vissuta da soggetti che sperano di autoproclamarsi come elitari – in realtà tramite essi, finisce per rafforzare la potenza culturale di un fenomeno.
Sento che parlate di Sanremo! Hanno scritto quelli che avevano bisogno di far sapere che non lo vedevano.
E Sanremo ha trionfato.

Malgrado canzoni in buona parte oneste ma modeste, e una conduzione professionale ma molto frenata. Non parlo tanto di come hanno condotto Conti e De Filippi, anzi sono sempre incantata dalle competenze degli animali da palcoscenico di lunga percorrenza. Anche in questo caso ho ammirato quel saper gestire il volto, i passi, i nomi, la fatica gli spazi e i tempi scenici, la relazione con le altre soggettività, un saper lavorare che è parte sapere della testa parte sapere del corpo, con quell’arsenale di automatismi che non sempre sono pensati razionalmente e ricordati, quando si sa fare una cosa da tanto tempo. E insomma, anche in questo caso, due grandi bestioni del palcoscenico. Ma è stato scelto di evitare polemiche, evitare umorismo becero, evitare cattivo gusto – e questo sinceramente l’ho apprezzato, sono state azzerate gag sessiste scenette imbarazzanti con gente che fa vedere mezza zinna o il fil di passera – ma si è avuto paura di sostituire queste cose con qualcosa di smart, con una conduzione attraente. Si è avuto paura di un contenuto brillante sulla scena. E così il festival, rispettando il suo ruolo di icona culturale, ha ritratto fedelmente la crisi creativa di un paese che ovunque vai, sembra obbligato a scegliere tra le mignotte e la noia mortale.
(Ho rimpianto Antonella Clerici per fare un esempio, altra regina sottovalutata dalle elites culturali, e il colpo di genio dell’Armata Rossa. Ho pensato all’Armata Rossa e mi si è aggiunto del dispiacere. Ma al di la della tragedia recente, l’Armata Rossa a Sanremo è stata una grande soluzione glam.)

Un po’ forse è stata la – misteriosa cifra stilistica di Maria De Filippi. Una donna non estroversa, non particolarmente bella, non particolarmente elegante, anzi una donna a cui riconosciamo tutti il merito di difendere con orgoglio una assoluta mancanza di buon gusto, che emana un’idea di pensiero strutturato ma non spocchioso, che parla sempre con una voce bassissima e che dunque, come certi terapeuti apparentemente noiosi e con poco da dire, ha la capacità di mettere il cono di luce con un solo gesto, la vitalità dell’altro, la sua identità sessuale e di genere. Sono tutti più colorati, più sessuati, più emozionati vicino a Maria, tutti più umani e nell’umano, tutti più maschi, più femmine, più padri più figli e più divi. Il modo riservato di essere di lei, qualcosa di androgino ma non sfruttato nella sua androginia, l’androginia come zona di ritrazione anziché di ostentazione – la rende paradossalmente tranquillizzante la controparte ideale per tutta quella parte di mondo che non vuole confrontarsi con un super maschio o una superfemmina che li domina o sollecita implicite competizioni. Nessuno dice della De Filippi che non è brava a punirla della sovrabbondante femminilità – come accade alla fantastica Belen. Ma neanche le rimproverano che è brutta  – anche perchè non è così vero.
Una signora con la gonna brutta al ginocchio e gli occhiali, che ride poco, intelligente esposata con un altro capoccione da tanti anni. E  che con questa veste modesta drena milioni.

Sono stata nel complesso, profondamente perplessa per la scelta di cantanti e canzoni, anche se alla fine ne ho trovate di godibili. Faccio tanti auguri a Bravi, che mi pare abbia una sua finezza che merita di trovare un bel futuro, e a Meta – che avrei voluto vincesse, mentre il podio della Mannoia, di cui riconosco la professionalità ma a cui ho trovato sempre il nome appropriato, mi ha lasciata di stucco. In generale però c’è un’aurea mediocritas un sentore di paura delle istanze creative che secondo me taglia fuori dal palco del festival le migliori risorse della canzone, e anche le sue forze più vitali. Quel borghesume in senso migliore di Conti, ha provocato gli effetti del borghesume in senso deteriore: non solo in termini di testi più o meno sofisticati, e sperimentazione musicale, ma di carica vitale. Ho trovato la maggior parte dei concorrenti di una moscezza angosciante, di una prevedibilità disarmante, a parte qualche trovata criminale in ribasso (il baricentro degli occhi: a zappare) – non trovo casuale quindi che abbia vinto questo bravo guaglione versiliano, l’unico tarantolato con un po’ di sangue in vena di tutto il festival, l’unico vivo forse, anche se a me non è piaciuto granchè. Trascina, fa cosa, ma alla fine rimastica vecchi stilemi al limite del plagio. L’ho trovato insomma un po’ datato. Ma era uno dei pochi vivi, e quindi – e comunque tecnicamente preparato e seduttivo. Lunga vita a Gabbani e tanti auguri per tutto!
E per il resto, grazie dell’intrattenimento, mi pare che il festival muova un sacco di soldi, faccia girare l’economia per un numero davvero notevole di persone, implichi un titanico dispendio di energie, e alla fine è visto dalla maggior parte del paese. Aveccene, altro chè.

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2 pensieri su “Note su Sanremo 2017

  1. anch’io di solito vedo Sanremo, anche se non fino alla fine perchè evidentemente dura troppo (magari non “evidentemente” ma per me).
    Canzoni e conduttori a parte, ho trovato personalmente, ancora una volta, molto prevedibile e facile la comicità del pur bravo Crozza, dato non nuovo per quel che mi riguarda: lui si muove, con innegabile talento di imitatore, su terreni molto facili, l’originalità e l’imprevedibilità mancano completamente, i bersagli sono i soliti noti e quest’anno ovviamente non poteva mancare di certo Donald Trump. E quando ti muovi assecondando ogni conformismo, avendo come nel caso di Crozza la fortuna di avere un talento particolare, puoi stare sicuro di incontrare favore e gente pronta a spellarsi le mani ….e ti fai i soldi ….
    Non mi è piaciuta l’imitazione di Virginia Raffaele nei panni di Sandra Milo, volgare e intrisa di quel maschilismo vecchio vecchissimo e quel tipico moralismo che si riserva unicamente e rigorosamente alle donne quando si parla di morale sessuale.

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