Una predica

 

 

Mi è stato chiesto da molti, un post su questa triste vicenda di Lavagna – dove un ragazzo si è tolto la vita, dopo che la finanza ha perquisito la casa per trovare delle droghe leggere. La rete si è infiammata, prima di tutto perché il suicidio di un giovane infiamma, ma poi perché ha scoperto che è stata la madre a chiamare le forze dell’ordine. Oggi, è su tutti i giornali l’orazione funebre della signora, che ringrazia le Guardie di Finanza, e chiede ai giovani di prendere in mano la propria vita.

Ho letto molti giudizi su questa vicenda, la rete pullula, la maggior parte dei quali riduttivi e immediati, non pochi – involontariamente – sciocchi. Penso però che, allo stato attuale dell’arte tutti siamo figli, tutti siamo figli di una madre, tutti siamo, a nostra volta madre e padre. Un evento del genere non può che cortocircuitare nostri incadescenti simboli interni, le nostre aspettative tradite da figli e da padri. E siccome la storia di un genitore che si rivolge alle forze dell’ordine è la storia di un genitore che sembra abdicare alla sua funzione genitoriale, e che chiama l’aiuto di terzi, aiuto a cui poi invece segue la morte, ci fa lampeggiare la nostra idea di figlio, di padre, di sostegno e di contenimento, tutta quella storia ci sollecita, ci tira fuori cose, dobbiamo dirle per forza per sopportarle. Specie, se abbiamo figli. Quindi, io davvero capisco il bisogno di reagire e di dire pareri, di condannare e di trovare sentenze commestibili. Un ragazzino che si ammazza è uno scacco matto, una chiamata all’angoscia intollerabile. Uno pensa ai propri figli e scappa subito nella gogna, e anche se pensa ai propri padri – forse gli viene da fare lo stesso.
Io non sono così! Non sono così! Non sono così!

E’ legittimo. In un primo momento persino fisiologico.  Vorrei solo dire però, che questo è rischioso prima di tutto per noi stessi. Se trattiamo così male l’ombra incarnata negli altri è segno che con la nostra non ci vogliamo parlare. L’incapacità di aspettare delle informazioni, o ancora meglio l’incapacità di tollerare il fatto che l’assenza di informazioni deve far sospendere il giudizio è un agito nevrotico che più che scaricare l’angoscia la moltiplica e la lascia innescata. Allora io dico: ci siamo sfogati, abbiamo detto delle cose che avevamo bisogno di dire, ora teniamo il punto su alcune cose.

  1. Questa è una vicenda di adozione che sembra essere stata poco assistita. Dove un bambino è arrivato in una casa straniera forse dopo essere stato precedentemente istituzionalizzato. Un passato segreto e roccioso lo riguarda, e la prima cosa che mette in discussione è il suo diritto di essere figlio. Lo stesso diritto alla genitorialità non se lo riconoscono la maggior parte delle madri adottive, che devono fare un sacco di strada per combattere il giudizio di Dio che ritengono sia stato impresso nella loro difficoltà a fare bambini. Hanno torto naturalmente, quel diritto ce l’hanno eccome. Ma queste storie di corpo e psiche delle donne sono poco accessibili alla razionalità. L’adozione tocca un tabù filosofico, emotivo, che tutti ignorano bellamente, non rendendosi conto che strade difficili e anche belle attraversano certe famiglie che si formano in questo modo. Intorno a questa vicenda io leggo gli itinerari dei dolori di queste storie. Itinerari il doppio difficili, il triplo dolorosi, di quelli che emergono dalle nascite naturali. Tanto più se c’è una voragine di ricordi che dura ben due anni, i più importanti della vita nostra. Non sappiamo. Questa prima cosa non sappiamo come si sta, cosa è successo. Sappiamo però che quella è una prova difficile, e che psicologicamente se non è aiutata è foriera di guai non lontani da questo. Ora arriva questa vicenda plateale, ma la fuori c’è un mondo di sfide. Attenzione dunque.

    2. Questa vicenda è avvenuta in un paese, in seno a una coppia che si è separata. Dove un padre ammette di non essere riuscito a trovare un contatto e una madre, che forse sulle droghe leggere ha messo dei significati peculiari, ha cercato di attivare in malo modo una funzione paterna fuori da casa. E’ stato un atto infelice, che forse vuol dire delle cose – possono essere un miliardo. Ma ancora una volta noi non sappiamo. Non sappiamo manco com’è stare in un paese da sola, adottare un figlio e separarsi.  Però una cosa la possiamo immaginare. Avere un bambino che ti dice che la vuol fare finita, e avere un figlietto che la fa finita, madre adottiva o no, è una cosa che ti mette un principio di follia dentro. Pensate a come si sta. Siete sicuri che direste così disinvolti che il problema non sono le canne?

    3. Vale per questo ragazzo quello che valeva per l’altro. Ossia il sacro diritto della complessità, e della grande scomodità nella vita. Non facciamo ad altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi stessi, e non togliamo all’altro il diritto a una sofferenza così terribile, e a un ordine di storia privata così complicato, da cavarcela con ah ma non si manda la pula, ah mamma cattiva. Sopportare che qualcosa ci è precluso, misterioso, lontano vuol dire pure, permettere di difendere la propria complessità. Difendetevi. Domani anche a fronte di una misteriosa felicità potreste dire a qualcuno di farsi i cazzi suoi.

 

 

 

 

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5 pensieri su “Una predica

  1. ce n’era un enorme bisogno. A parte che dopo tutti questi anni bellissimi e istruttivi passati a leggerti, un po’ me lo immaginavo che avresti detto questo, ed è importantissimo. Poi speriamo che chi ne ha più bisogno ci arrivi, a leggerti

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    • Che sollievo leggerti.
      Mia madre sarebbe stata come questa madre, io al contrario le canne a volte me le sono fatta coi ragazzi e ora davvero non so più cosa é giusto (giusto, boh), certo é che questa povera madre al di là di tutto si porterà sempre la più grande delle sofferenze, e noi qui col nostro ditino alzato a pontificare!

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  2. “Se trattiamo così male l’ombra incarnata negli altri è segno che con la nostra non ci vogliamo parlare”
    Ecco, solo per questa frase bellissima e vera, meriteresti un abbraccio e un ringraziamento.
    Finora è l’unico commento sensato che ho letto questo tuo.

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