Passeggiata Romana (2013)

Le città sono fatte anche di cicatrici, intorno a cui si arrampica di nuovo il sangue dell’edera, i cui bordi si cicatrizzano nel tempo in paesaggi sopportabili, le ferite diventano allora lineamenti, la possibilità di espressione di un mondo interno, strade su cui si può camminare anche se sono dritte come solo la perfezione di una sciabola può fare, e profonde solo come la violenza di chi sventra può permettere.
La pelle ambrata di Borgo Pio intorno alla via della conciliazione, il dorso ruvido di un rinoceronte, dietro i palazzi di Corso Vittorio. Le chiese ritratte di fronte all’arroganza del rumore.

E poi il rasoio che ha fatto il quadrato intorno all’ombelico di piazza Argentina, e il coltello per la carne che affonda, asfittico, su via del Plebiscito, fino alla strage di medioevo e finestre piccole nelle bestie di pietra del ghetto, che ha fatto l’incauta spianata di Piazza Venezia, una distesa di illogica e disordine intollerabile, di false redenzioni in aiuole ordinate, di palazzi che reggono per l’ambizione e la nostalgia di un potere ceduto.
E poi via dei Fori Imperiali – immensa, persino ingenua nella sua tracotanza.
Pure, tra tutti questi squarci, è la mia preferita.

Non è tanto per il fatto che con quell’approdo smargiasso al Colosseo, è come i vestiti di tulle delle ragazze povere alle feste, fumo negli occhi di una falsa ricchezza, di un impero per un momento credibile, Sentirsi minimi sui marciapiedi larghi, i tappeti rossi per la sfilata militare, le colonne romane su un fianco, e la capitale che si arrampica dall’altra parte. Non è la truffa del potere, la storia lucidata e dilatata fino al collasso.

Ma è che in un preciso punto dove conviene passare alle ore oblique del mattino o del far della sera, subito dopo il terribile Altare della Patria, in mezzo alle colonne alle rovine, ai desideri avanzati, e alle favole degli scrittori, ecco guardando a destra, all’orizzonte, si stagliano due altissime palme, di tipo californiano sembrerebbe: secche arrivano fino al cielo con un ciuffo di foglie alla fine.
E io quelle vecchissime palme gemelle che sono li da quando io nacqui e forse prima, le trovo esotiche, audaci, e dolci. Mi pare che regalino all’improvviso un sogno diverso, che tra loro ci sia il passaggio a un altro mondo, a un altro tempo: di qua il passato che non passa –  di la un futuro impossibile di nuovi deserti, nuovi oceani chi sa.
Palme come colonne d’ercole,.

Viene voglia di piegare il tragitto, rinunciare alla meta della consuetudine, scavalcare transenne e tagliare in mezzo ai ruderi, come se fosse il prato della prima volta. Come certi sconfinamenti dell’infanzia.
Invece si continua, si sorride alle palme californiane, e si asseconda la strada del potere che è diventata vecchia anch’essa, e la si perdona.
Un po’ troppo.
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