Modi diversi di pensare al Capitano. (Per Totti)

La bambina era una bambina bionda e cattiva, per quanto nell’età dell’innocenza questo non si dovrebbe dire. Forse, in quella che noi chiamiamo cattiveria, ossia una fame angosciosa di dominio, un’ansia di asimmetria, una precoce pulsione al sarcasmo e alla sudditanza di altre bambine più perplesse e mansuete, c’erano soluzioni incolpevoli, per esempio la parossistica emulazione di una madre altrimenti non proprio avvicinabile, e anche il tentativo di sparigliare una sorella bionda e cerulea come lei, solo maledettamente più piccola. Ma anche un personale modo di digrignare i denti, verso una sorte ostile. La bambina bionda e cattiva, aveva nove anni, era all’ospedale già da un mese per la quarta volta, ed era piena di rancore: si annoiava terribilmente, non si sentiva mai sazia di cose e di spazi, si sentiva malamente maneggiata più volte al giorno, e anche contornata da altri bambini che volevano avere qualcosa in comune con lei – e che lei rifiutava con determinazione.

L’appiccicoso stemma della sfiga, il velo di apprensione nei sorrisi delle nonne. Le torri di medicine sui comodini delle case. La bambina bionda e cattiva non sorrideva alle infermiere come la sua vicina che tendeva il braccio a ogni prelievo, e non ringraziava per ogni pacco di biscotti dovesse arrivare di straforo dalle zie. La bambina bionda, a cui mancavano solo un paio di scalini per essere splendente, si ostinava a non brillare mai.

Non era cioè una bambina poco amata, e in fondo non davvero sfortunata. Sarebbe diventata una donna alta e scattante, perché aveva una cosa rognosa, ma per fortuna, non mortale. Era una bambina a cui tutto dal destino alla famiglia, voleva bene in maniera imperfetta, grossolana, sbagliata. Tutto era una forma di comunicazione difettosa. Il cuore che funzionava ma non benissimo, e questi genitori efficienti, capaci nel lavoro, presenti con il corpo e con l’agenda, che le volevano bene, ma forse senza sapere esattamente come si fa. La chiamavano con vezzeggiativi pronunciati come ordini di caserma, le compravano bambole che dovevano poi essere asserragliate in militare ordine di grandezza. Quando la bambina era con sua madre, si sentiva sempre gelosa di qualcosa, della sorella oppure, delle cose che doveva fare subito e con estrema precisione.

Di queste cose, nella stanza di ospedale, su un foglio di quaderno, aveva cercato di scrivere a modo suo, all’eroe della sua infanzia, l’uomo ai suoi occhi più bello del mondo, e certamente più forte, e certamente più potente, capace di fare grandi cose, di cui le parlava con composta ammirazione la mamma, e di più il papà, il capitano della squadra di calcio, il pupone, a Roma, il calciatore Totti. Del calciatore Totti, e in verità del calcio tutto, la bambina sapeva ben poco, e in realtà l’argomento l’interessava blandamente. Il mito l’aveva carpita quasi suo malgrado mentre era distratta, e un pomeriggio si era ritrovata, forse come deve essere successo a buona parte dei bambini romani, con dentro una favola suo malgrado. Il ragazzo di borgata che ha i piedi fatati e porta la squadra in cima alla classifica, il ragazzo stupido che diventa ricco ma rimane buono, quello che fa le pubblicità simpatiche e però alla lazio, ci fa un culo così, quello che regala i soldi all’ospizio cittadino, ma si sposa pure la più fica di tutta la tv. Quello che quando ha fatto gol la settimana prima, aveva fatto sorridere suo papà in maniera infantile mentre spiegava il perché e il percome di una traiettoria rotonda e gentile dentro alla porta. E comunque, la bambina bionda e cattiva aveva nove anni, la donna che sarebbe diventata era sull’orlo della pelle, e Totti prima di tutto, era bello da far paura.

Aveva scritto la lettera appena arrivata, una lettera di bambina smorfiosa, che occulta tutte le sue cattiverie, che parla di operazione al cuore, e di genitori noiosi, anche piena di fiori eh e di disegni e l’aveva affidata perentoria ma già sconsolata a sua madre, per poi continuare a pensarci in un’intermittenza parallela alle cose quotidiane, che s’addormentava sul fondo e poi saltava fuori in momenti inaspettati, che ne so al bagno, oppure quel giorno che le avevano detto dell’operazione, la terza, o quell’altro che aveva litigato con sua sorella e sua madre mica aveva detto che era colpa sua e insomma si era davvero arrabbiata. Ma come, io sono in ospedale checcavolo, aveva pensato. Lo so che non devo dare gli schiaffi però ma scusa. E aveva cominciato a piangere. Sono stufa.
Uffa Totti Uffa

Così quando quella domenica pomeriggio se l’era visto sulla porta enorme, e se possibile, ancora più bello di quanto lo immaginasse, la donna sull’orlo della pelle aveva visto gli occhi azzurri, le spalle e tutto il corredo dello sportivo, ma siccome non è che fosse in calzoncini e maglietta, era rimasta interdetta tra l’ipotesi di un divo della televisione di passaggio e il padre di qualche fortunato compagno di stanza. Poi questo tipo molto bello aveva detto “con permesso checc’ècchiàra?” tutto attaccato, in un romanesco gentile ma irredento, con anche – che lei colse – un barlume di svagata consapevolezza dell’origine, e anche di scanzonata acquisizione di successo, e allora aveva capito! E per una successione strepitosa di stati d’animo, aveva sgranato gli occhi al secondo 1 (maccavolo!) al secondo 10 si era incazzata (mia mamma doveva dirmelo scusa sto in pigiama) al 18 si era messa a ridere (ma cavolo! Ma cavolo) e poi si era messa a piangere un attimo (ma! Proprio a me!) e poi subito ricomposta.

Era settembre, e il capitano si era seduto sulla seggiola di formica con le ginocchia un po’ larghe, i piedi uniti, e le mani incrociate. Aveva anche portato un pupazzo di pelouche, e vedendo la bambina con i piedi già dentro la donna aveva detto, mo’ mi sa che con questo non ci fai gnente, però te lo metto qui, come stai? E lei allora abitando neanche troppo maldestra quell’incrocio complicato della vita, l’aveva guardato entusiasta, e si era avventata sul cagnolino finto, per stringerselo addosso, in un davvero involontario atto di conquista. Come fosse abitata da un femminile radicale, un ospite nascosto, un inquilino fino a quel momento riservato, e che ora si mostrava in salotto senza nessun pudore. Il capitano per parte sua, che sarebbe diventato padre di li a poco, e che per la paternità aveva avuto di par suo ben presto una solida vocazione, aveva colto il gesto, l’allusione, lo scintillare dello sguardo imprevisto, e ne era stato intenerito. Come crescono ste regazzine aveva pensato. Come so’ precoci, guarda questa bionderella na femmina fatta e finita – una signorinella! Avrebbe detto sua madre. Quella si tormentava i bottoni del pigiama, tutto un’allaccia e slaccia, tutto un abbottona e uno sbottona, così ìè troppo eh ma così scusa, non va bene, e intanto Totti la guardava ridendo, e le chiedeva se si annoiava, e la scuola, e spicciate a guarì che ci hai da combatte, te devi impegnà, devi segnare!

A maschi e femmine diceva che bisogna segnare, tutte le volte che andava a trovarne uno in ospedale, perché per quanto recitasse la parte del cretino mansueto che sa dare i calci al pallone ma vende cellulari perché scambia lucciole per lanterne, in verità non era cretino affatto e anzi, aveva una sottile intelligenza emotiva, una cosa del cuore che non controllava manco troppo ma gli era tornata utile in diverse circostanze, in squadra per esempio tante volte, e indubbiamente per portare all’altare quella riottosa tigre della giungla che era la sua celebre moglie. E allora Totti aveva capito che aldilà del fatto che se un calciatore ti viene a trovare la cosa che deve dire è che devi segnare, o che ne so’ parare i rigori della vita, o anche saper giocare di squadra, e tutte le puttanate della retorica calcistica sul campionato della vita, dire a un bimbo o una bimba, maschio o femmina che sia, devi segnare era dirgli, uè tu sei come me, io sono stato un bambino inguaiato come te, e tu ti puoi prendere un po’ del mio essere campione, non c’è differenza tra me e te, non c’è asimmetria. Eallora continuava il capitano all’estatica bambina. Mo’ ti spiego io come segnare, per altro, ti spiego che non è sempre questione de forza e de cannoni, è pure questione de pazienza, de saper aspettare il momento giusto, di intuire velocemente dove si creerà uno spazio, che non è dov’è adesso subbito subbito, de sapè come ragiona l’altro, cosa pensa, di che ci ha paura, dov’è è debole, e dove te fotte. E te Chiara mia me devi vince sto campionato, e me devi uscì da sto ospedale, disci la quarta volta, maccavolo mannomme fa di parolacce quattro volte basta, cazzo, si non si dice cazzo vabbè tua madre mi perdonerà ma mo’ me lo devi promette che te metti a capire bene sta cosa, di come segnà. Per esempio prendere le medicine uno po’ segnare meglio che se non le prende.
E’ ne esempio
E’ come gli allenamenti.

E Chiara lo aveva guardato incantata, cioè un po’ le veniva da piangere, un po’ da baciarlo, un po’ da dire lo so che hai ragione ma io mi sono così stufata, così stufata, e voleva dirgli della sorella, e voleva dirgli ma lo vedi che posto brutto, e in verità glielo disse a Totti Chiara. Per la verità Chiara sentiva pure qualcos’altro di fisico e lontano, che avrebbe decodificato anni dopo, e che a nove anni (nove anni e mezzo avrebbe detto lei, quasi dieci) indicava un sentiero impraticabile al momento, il sentiero dei bottoni aperti, sentiero che Totti ignorava platealmente, ma il momento era comunque magico, il capitano seduto vicino a lei, che le diceva tutte cose straordinarie e importantissime che non avrebbe mai ricordato tanto – salvo – me devi giurà che te metti a fa l’allenamenti e segni – e che effettivamente l’avrebbe baciato volentieri.

Poi a un certo punto il cellulare di Totti era squillato, e lui si era alzato. Le aveva detto che si era fatto tardi senza rispondere, si era alzato, e si erano pure scambiati un bacetto sulle guance (damme un bascetto, avrebbe detto lui con la scie, a cui lei aveva fatto caso e aveva subito perdonato abbracciandolo con ardore). Totti si era lasciato stropicciare, maronna ste regazzine quanto so precoci famme annà via famme, si era gentilmente districato, a lei era venuto un po’ da piangere, a voja a campionati io a sta roba sarò sempre impreparato, aveva pensato e si era dileguato.
(Abbronzatissimo, pensò Chiara).

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