Intorno a Blue Whale

 

Premessa.
Scrivo questo post venendo incontro alla richiesta che mi è stata fatta da più parti riguardo il fenomeno Blue Whale. E in effetti le cose da dire sono molte, ma devo avvertire preliminarmente che si tratterà soprattutto di suggestioni suggerite dal fenomeno mediatico e narrativo che commenti stringenti sul gioco blue whale, dal momento che i contorni concreti sono così sfumati. E’ tutto un pare, si ipotizza, e si indaga, si considera si sospetta e si ritiene: ossia: pare che ci sia un gioco nato sui social in Russia in cui, per entrare a far parte di piccoli gruppi gli adepti, sollecitati da alcuni personaggi considerati leader, dovrebbero attuare un’escalation di atti autolesionistici che comincerebbero con i tagli sulla pelle e si concluderebbero con un gesto suicidario. L’ideatore del gioco sarebbe sotto processo in Russia – dove il suicidio di adolescenti raccoglie medie annue triplicate rispetto alle medie europee – e la polizia postale starebbe indagando su denunce che provengono dalle varie regioni italiane. La situazione è particolarmente intricata perché in primo luogo, il mondo di cui si parla è moderatamente penentrato e compreso, in secondo luogo perché non è così ovvio stabilire che i comportamenti autolesionistici di una persona, o un tentativo di suicidio più o meno riuscito sia dovuto all’istigazione di terzi o a questioni e scelte private. Le indagini non sono facili -ma sono certamente necessarie.
Intanto alcune considerazioni.

In primo luogo, partiamo da una considerazione di fondo – e che riguarda il modo di vivere la rete in adolescenza. Questo modo non è sempre uguale, per genere, classe sociale, stili di vita, ma molti adolescenti usano la rete e i social come un vivere con una rete di relazioni, che fa da sottofondo costante al quotidiano in cui le comunicazioni e gli scivolamenti tra virtuale e reale sono molto continui e routinari . Stanno a casa il pomeriggio – per esempio con skype aperto, o con il social aperto e sentono di studiare con qualcuno, di garantirsi un “essere con”. In questo modo, il mondo della rete diventa una sorta di complicato doppio contenitore – come in realtà sta diventando per molti di noi anche adulti – di realtà e dinamiche relazionali così come sono dal vivo, con le traduzioni caratteriali digitalizzate delle realtà corporee – e insieme di desideri, proiezioni realizzazioni grafiche di cose che si temono e si sentono.
In questo senso, blue whale ma se non blue whale molte attività alternative, aderisce a dinamiche relazionali preesistenti, che connotano il mondo dell’adolescenza.

Ora – mi pare che il gioco, incarni itinerari che ci sono reiteratamente noti anche in organizzazioni culturali diversi dalla nostra – e che riguardino il rito di iniziazione: l’escalation di richieste pericolose per i ragazzi che garantiscano l’inclusione in un gruppo fino al gesto estremo dell’annullamento di se, ricorda davvero le modalità di ingresso nel gruppo degli adulti che connotano diverse società tribali così come ci sono descritte da diversi antropologi, e che sono riportate anche dagli stessi psicologi dell’età evolutiva quando mantengono uno sguardo di ampio raggio sui processi sociali che accompagnano l’ingresso nell’età adulta. Anzi, secondo alcuni analisti – io ricordo Gallerano e Zipparri Adolescenza, Tradizione, Trasgressione– uno dei problemi della società contemporanea è che molti di questi riti di iniziazione sono stati elusi, annullati, i giovani sono precocemente adultizzati per un verso e eternamente infantilizzati per un altro, e la domanda di rito di passaggio – la prova da dare a se stessi di avere il diritto di essere nel mondo dei grandi rimane un sogno inevaso e irrisolto che blue whale per un verso, ma organizzazioni sociali meno pericolose per un altro saturano. La successione di livelli dei videogames per esempio credo che abbia assolto in maniera sotterraneamente grama e frustrante l’archetipo delle prove per diventare adulti che sospetto sia dentro ogni ragazza e ragazzo, per un altro, un film sdolcinato e sentimentale come l’attimo fuggente deve il suo successo anche a questo allestimento narrativo del rito di iniziazione: con le prove, il suicidio, e il gruppo che si incontra per proclamare nuovi valori generazionali, alternativi e antitetici a quelli dei padri – la setta dei poeti estinti. Da adulti non sappiamo come di volta in volta i giovani oggi si risolvano questo problema dell’iniziazione abortita culturalmente, ma la setta che chiede prove pericolose è un topos che attraversa la storia.

Il fatto è che la ritualistica di iniziazione è davvero pericolosa già di suo, ma diventa esplosiva quando è allestita esclusivamente dai giovani – un po’ perchè non sempre colgono a pieno, cognitivamente che cos’è la morte, o il pericolo un po’ perchè alcuni di loro colgono queste cose benissimo e hanno un valore dolorosamente importante nella loro quotidianità. iIn ogni caso, nelle società dove questo tipo di itinerari sono ancora culturalmente previsti, è il mondo degli adulti che sorveglia la prova, anche crudelmente, ma la sorveglia – perché il mondo degli adulti rimane pur sempre la terra di approdo consapevole di se stessa e della sua responsabilità, verso cui deve tendere il giovane che attraversa le prove. Nel nostro mondo attuale però lo iato tra mondo degli adulti e mondo dei giovani è enorme e contemporaneamente eluso, i giovani sono gli eterni figli degli adulti, per un verso, i precoci cittadini economici per un altro, ma non sono mai un loro che devono diventare un noi. E l’unica agenzia a cui per molto tempo abbiamo affidato la semantica del rito di passaggio e di iniziazione sono state le produzioni di animazione per bambini e cinematografiche per ragazzi, ma anche molti videogiochi, dove la maggior parte dei figli si è giocata la sua partita sul piano della proiezione e della catarsi simbolica. Succede ancora oggi: mia figlia qualche tempo fa vedeva il cartone animato di un cavallo alato che per essere accettato nel gruppo di altri cavalli alati doveva superare un baratro profondissimo passando in mezzo a un cerchio di fuoco.

Fatta questa premessa, occorre prestare attenzione ai contenuti alle intenzioni, ai codici di provenienza, agli effetti, e alle persone più vulnerabili. Ma anche al medium. L’idea di tagliarsi le braccia per entrare in un gruppo è un’idea trasversale – un atto simbolico molto antico per diventare adulti – ricordate? Anche Candy Candy a un certo punto fece un patto di sangue con la sua amica per celebrare il loro essere cresciute e la loro unità. Ma in linea di massima questi – almeno nella nostra soluzione culturale – dovrebbero essere più atti simbolici e rappresentati esteticamente, che atti autenticamente suggeriti da qualcuno. Nel momento in cui vengono suggeriti da qualcuno, usciamo dalla partita simbolica ed entriamo in una partita reale dove però, non c’è mondo di adulti che fa le sue domande ai giovani (forse, il senso del nostro esame di Maturità) ma un altro giovane che dice cosa bisogna fare per essere figo e notabile, secondo la prospettiva sua e del suo gruppo. E quello che mi viene da pensare cioè è che sorgono gruppi di giovani i quali ripropongono un’alternativa ideologica e identitaria, ma di mancanza di soluzione, di nichilismo, di patologia culturale e individuale di chi no, non riuscirà mai mai mai a entrare nel mondo degli adulti, perché il mondo degli adulti è malato, è pieno di dolore e disoccupazione e asfissia e non c’è spazio per noi:
chiediamoci che prospettive ha oggi in Russia un giovane adolescente.

Poche, ma se sta moderatamente bene, una strada la trova. La grande fortuna e sfortuna dell’essere umano è infatti che ha un corredo psicologico tale da potersi adattare a qualsiasi circostanza, e non è una situazione di crisi grave, carestia e quant’altro, a sancire il suo mancato diritto all’esistenza. L’essere umano magari conduce una vita grama, una vita più povera di beni, di garanzie, una vita costellata pure da grandi dolori e lutti e dispiaceri, ma la sua esistenza se la gioca, in Russia come a Nairobi, a Roma come a New York. Il problema allora diventa quando si cortocircuita la marginalità sociale con la psicopatologia individuale e quando questo cortocircuito slatentizza forme patologiche latenti più o meno gravi.

La cosa che da molto tempo preoccupa gli addetti ai lavori – o almeno me, che già ne scrivevo dieci anni fa a proposito dell’anoressia e dei blog pro ana – è che la rete socializza e culturalizza il lessico di diagnosi anche gravi, facendo in modo che persone con le stesse problematiche – per esempio le ragazze anoressiche – si colleghino tra loro e si rinforzino intessendo uno sfondo culturale e narrativo intorno alla patologia: in quell’ambito la dea ana, i dieci comandamenti per essere degne della Dea Ana. In questo ambito, se non è Blue Whale altre ce ne saranno, si costellano insieme patologie gravi che si ritrovano complementari tra loro: da una parte qualcuno che ha un grave disturbo nei termini del cosiddetto narcisismo maligno, e che quindi risponde a un bisogno di istigare l’altro alla sofferenza, godendo della sua obbedienza e nell’incapacità totale di percepire sofferenza e preoccupazione per lui, dall’altra forme depressiva miste a disturbi gravi di altra natura che si lasciano riempire da un lessico masochista, o che trovano nelle istigazioni sadiche una via per esprimere un agito simbolico – tagliarsi, che magari è anche un modo per dirsi e dire che si sta da cani.
Ricordandoci dunque, che quello stare da cani, una depressione grave è il malessere a monte, che nell’itinerario sadico trova una falsa requie, talmente falsa che l’atto suicidario (pensato anche senza l’ausilio di blue whale ma in perfetta solorosa solitudine) la soluzione d’elezione – qui anche con la consolazione allucinata della mitologia dell’eroismo.

In questo senso, penso che ancora una volta dovremmo riflettere tutti sul concetto di slatentizzare, proprio dei contesti della clinica, e capire bene come può essere utile tenerlo a mente nel nostro ruolo sociale di adulti.
Lo dico perché allora in sintesi penso che il problema di Blue Whale, o di altro analogo che potrebbe comparire o circolare senza che lo sappiamo, è che slatentizza organizzazioni patologiche preesistenti. Con il che voglio dire che, qualcuno che già non sta affatto bene (cioè non è semplicemente giù, mogio, in difficoltà per il normale decorso di una stagione difficile, l’adolescenza) per esempio che fa poco ricorso sia ad amici che ad adulti (ecco, per dire, un caso di cronaca recente:, una ragazza che è incinta a sedici anni, e non dice ad amici e a genitori che è incinta è un esempio utile di adolescente che ha un problema patologico importante) che già manda dei segnali di grande malessere è un soggetto, o che per dire reagisce davvero malamente a situazioni stressanti ( un trasloco, una separazione) ecco, questo qualcuno deve essere preso molto sul serio, e considerare subito che mette in atto una comunicazione che potrebbe attrarre soggetti sbagliati – chiede aiuto, non gli si da aiuto sceglie un gruppo che culturalizza il suo sintomo e lo consola con una pericolosa nobilitazione.  Questa persona  sta molto male a prescindere, blue whale o no, per cui bisognerebbe portarlo in consultazione rapidamente. Ancora più rapidamente se si viene a sapere che è entrato in relazione con questo tipo di gioco.

Infine, ma lo dico per conclusione lanciando un tema su cui magari torneremo lo dico come discorso più generale, io credo che noi adulti abbiamo il dovere di preparare i più giovani al linguaggio scritto, alle decodifiche del linguaggio della rete, alla comprensione delle intenzioni emotive e dei caratteri di chi si pone, come sconosciuto o moderatamente conosciuto on line. Sono nuovi skills che abbiamo e che dobbiamo raffinare – per riuscire ad abitare nuove forme di comunicazione con più agio.

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3 pensieri su “Intorno a Blue Whale

  1. Bellissimo post Costanza. Condivido in pieno! Aggiungo che il voler trovare un colpevole (il fantomatico Blue Whale in questo caso) è un bisogno di noi adulti per non assumerci le responsabilità che tu descrivi. Un colpevole molto comodo che ci fa deviare da una visione realistica del mondo adolescenziale e che presenta una soluzione magica che ci rassicura: arrestiamo il colpevole. Ma come dici tu, se un colpevole c’è, è un colpevole più sottile che si incarna in manifestazioni e concetti diversi e non è eliminando questi che risolviamo il problema.

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  2. Post molto interessante visto che Blue Whale non è nè il primo nè l’ultimo nè l’unico dei tanti fenomeni mediatico/virtuali a cui si possono riferire temi e problematiche da te esposte, l’archetipo, il topos, la solitudine e l’aggregazione virtuale. A questo però vorrei aggiungere che non si può eludere il fatto che, per quanto la persona sia già di per sé come dici in una situazione di malessere (vuoi l’adolescenza o evento come lutto eccecc) e che da giochi virtuali come blue whales viene risucchiata in abissi tali da portare addirittura al suicidio, non si dovrebbe mai perdere di vista la colpevolezza di questi giochi virtuali, che tra l’altro possono alienare anche senza arrivare ad aggregazioni virtuali o al suicidio. L’attenzione verso la persona come “paziente” è indiscussa e quindi concordo con la terapia. Ma Blue Whale e simili sono purtroppo un fenomeno che dal mondo adulto deve essere affrontato, anche se è doloroso. non può essere eluso perché vuoi o non vuoi esiste come esistono gli individui che lo usano per fare del male. Ed in più l’attenzione oltre alle parole/lessico andrebbe indirizzata anche e soprattutto sui fatti, non solo affiancare l’adolescente nel saper discernere un lessico virtuale da un altro sempre virtuale ma evitare che il virtuale diventi il suo quotidiano, la sua compagnia, questa è la prima prevenzione, perché potrai discorrerci quanto vuoi ma lo sforzo principale va dato al senso di realtà, al dargli responsabilità, attività, qualcosa da fare nella realtà non virtuale, e parlo di sforzo perché a causa di questo cavolo di web e dell’emulazione di gruppo, sembra un’impresa titanica oggi educare un giovane.

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  3. Post molto interessante e ben documentato.
    Mi piacerebbe porre l’accento sul discorso riguardante il web come amplificatore. Secondo me quello che dici è corretto, ma va inquadrato in un contesto più ampio.
    Il primo ampliamento che farei è, banalmente, quello socio-politico: la dimensione totalizzante del web emerge anche in virtù della disgregazione sociale e, sopratutto, dei rapporti reali, a tutto tondo. Il web è una dimensione a doppio taglio, che rimuove molti limit e barriere al prezzo però di cancellare il contatto diretto con la realtà che passa attraverso esso, intellettualizzandolo. Così si allenta anche l’empatia e la capacità relazionale, che poi porta sia all’escalation di crudeltà a cui ad esempio spesso assistiamo in casi di cyberbullismo, sia a un ulteriore chiusura verso la realtà in favore del web, che di per sè è comodo, perchè permette un contatto mediato e quindi meno “urtante” per il soggetto.
    Il secondo ampliamento che farei è quello generazionale. Il passaggio di consegne, di testimone compiuto da una generazione all’altra si è interrotto da un bel po’, da almeno una generazione e mezza / due. L’adolescente e i giovani desiderano trovare uno scambio, un passaggio, far parte di una continuità storica e culturale, come tu stessa sottolinei nel corso del post. Mancando però una dimensione dove tutto questo possa essere vissuto, e sopratutto acquistare senso concreto, si incoraggia la chiusura nell’immaginario e nel virtuale, che permette di rimuovere i confini della realtà ma che è anche profondamente frustrante. Perchè la mancanza di “realtà” resta una ferita viva, aperta. Molto disagio nasce proprio da queste mancanze. Di loro, spinte autodistruttive anche potenti sono sempre esistite nell’adolescenza. Raramente però sono state così forti, ed allo stesso tempo così slegate dal reale, autoreferenziali, prive di un’incisività storica effettiva, come oggi proprio perchè viviamo in una società totalizzante che gradualmente sta eliminando ogni spazio per vivere il simbolico. Ma visto che l’uomo è una creatura che vive per il simbolico, se esso viene negato torna come rimosso terribile e come patologia. Secondo me questa è la chiave di lettura collettiva su cui non si insiste abbastanza. Il discorso della latenza è quindi, a mio parere, corretto ma incompleto senza questa cornice di riferimento.
    Mi farebbe molto piacere leggere la tua opinione e quella degli altri lettori e lettrici di questo bel blog. Buona giornata.

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