Appunti

 

(Premessa
Scrivo questo post quasi in forma di rito apotropaico e senza pretesa di esaustività. Non mi sento davvero competente su questo fenomeno del terrorismo islamico, sono inoltre una persona di natura piuttosto pavida per cui sono ad ogni attentato, semplicemente sempre più spaventata. Lo scrivo più che altro per mettere insieme un po’ di cose che costituiscono la mia opinione in merito. E quindi non sarà neanche uno psichico post ma insomma la mia opinione su alcune cose intorno a questa vicenda dell’isis, infarcita da pareri che riguardano la mia formazione professionale.)

La funzione politica del terrorismo è quella di provocare uno stato d’animo – il terrore – che metta di fronte in linea molto astratta a delle ragioni politiche, in linea molto concreta a una forza che cerca sempre di creare un’illusione ottica nel gioco delle grandezze. Non ho gli uomini per fare la rivoluzione, per ottenere l’indipendenza, per impormi come forza militare, e quindi scelgo la strada del gioco ottico della strage imprevedibile e disumana, che coglie di sorpresa perché elude le regole del conflitto, entra nell’umano quotidiano ed esce dall’umano normale. Non sono potente, non sono ascoltato, ma sono disumano. Questo uscire dall’umano è quello che rende il terrorismo efficace e pericoloso: l’incidente stradale è umano, la rapina a mano armata altrettanto, e in quanto umani questi comportamenti sono per noi iscrivibili nel campo esistenziale quotidiano – che ha un margine di controllo. E’ un’illusione, ma possiamo provarci: in macchina guidiamo piano p, oppure scegliamo certe strade, oppure guardiamo attentamente, l’incidente è esito dell’errore, e l’errore è una sorta di grandezza percorribile all’inverso, una successione di non fare. Per le rapine mettiamo dispositivi ma anche scriviamo cartelli come quelli che spesso vediamo in banca: ehy, il cassiere non può aprire niente. Uno che si fa saltare in aria, oppure scende accoltellando alla cieca i passanti, ha l’imprevedibile e misterico dell’atteggiamento fuori dell’umano, perché in primo luogo manca l’istinto di autoconservazione. Almeno al momento, si tratta di una sfida perché questo tizio che si fa saltare in aria, non sta nella scacchiera razionale come ci stiamo noi, neanche quando sbaglia.

Nel caso dell’Isis io ho questa curiosa sensazione. Una microforza politica che si è acchiappata un piccolo pezzettino di mediooriente, e che ora ci usa per mandare messaggi nella bottiglia al mondo arabo, che non manca per altro di far saltare in aria a ritmo regolare, con numeri di vittime altrettanto alti. Il gioco messo in atto sembra allora quello di aizzare lo schema del conflitto culturale   – in un’epoca in cui si moltiplicano come mai prima di adesso le zone di convergenza e di confluenza tra culture islamiche e occidentali, sebbene con una diminuzione delle risorse economiche per tutti che rende molte aree del vasto e variegato mondo arabo più esasperate e soggette a vedersi crescere dentro gruppi sociali esasperati e arrabbiati, la cui invidia sociale per l’occidente ancora opulento può trovare nei messaggi apocalittici dell’isis una soluzione interessante. Cerchiamo di capire: se noi abbiamo colla panza piena, i bambini alle scuole e la sanità pubblica che funziona, i centri di eccellenza e tutto, gente come Salvini e grillo, con tutta una serie di disposizioni all’odio e alla morte per gli extracomunitari che toglierebbero le case popolari, roba analoga e di valenza più mefitica verrà dove le risorse primarie scarseggiano e gli altri sono quelli che hanno la casa con giardino. Quindi, procurare attentati che possono inasprire le reazioni dei governi verso immigrati islamici di varia nazionalità, può aiutare a rappresentarci come cattivi oltre che già ricchi, presso quelle aree della popolazione medioorientale che isis vuole accaparrarsi. Quindi l’attentato in questa modalità avrebbe lo scopo: di mostrare i muscoli e di aizzare il cane.
Siamo il loro specchietto insanguinato per allodole affamate.

Non ho almeno io un’idea molto chiara delle strategie di reclutamento – come avvengono e segnalando chi e come. Ma sappiamo già quanto anche in questo caso la rete e le attività social abbiano un ruolo determinante, forse con situazioni non così lontane da quelle ipotizzabili nel già oggetto di ipotesi Blue Whale: persone con una situazione psicologica di pregressa e grave difficoltà vengono reclutate o esse stesse cercano is. Le immagini di violenza e di potere, la reazione degli occidentali al terrorismo risultano una piattaforma simbolica attraente per chi ha un funzionamento psichiatrico già fortemente compromesso.

Sul profilo psicologico di questa compromissione ci può essere un certo dibattito tra addetti ai lavori, che forse risente delle divisioni interne alle diverse formazioni specialistiche, ma c’è una certa convergenza di opinioni riguardo all’importanza della marginalizzazione sociale, all’esperienza di crescita in famiglie disfunzionali. La mia personale impressione è che vale per l’atto terroristico con retorica is, ma anche per il giovane che spara a una moltitudine di bambini in una scuola americana, fino al pilota che schianta un aereo con tutti i passeggeri su una montagna, siamo di fronte a una organizzazione psicologica in cui, magari c’è un corretto funzionamento cognitivo, ma una gestione delle emozione e di una serie di vissuti altamente compromesso, nell’area di disturbi di personalità neanche ad alto funzionamento. Immagino quindi persone che, a causa di infanzie variamente deprivate e di contesti variamente abusanti, da una parte abbiano meccanismi difensivi rigidi e basici – identificazione proiettiva, scissione, idealizzazione, e da un’altra trovino nelle immagini di distruzione e di impresa suicidaria una soluzione teatrale, un’allucinazione narcisistica ma anche fusionale di incorporazione di ritrovamento di un materno – azzardo, ricordate che azzardo – forse percepito come frustrante o inaccessibile o da dominare. Mi viene da pensare che candidarsi come un terrorista dell’is, a prescindere se pilotato prima o come soggetto che fornisce un’azione a cui is metterà una bandierina dopo, sia un atto che da una parte avvicina un maschile, un padre, dominante e magico e potente, da sedurre e blandire, nell’esercizio di dominare il materno depresso come sfuggente. Sono congetture, prendetele come tali, pensate da chi spesso si è interrogata quando lavorava ai centri antiviolenza sugli esiti che ha la tipica violenza di genere che ricorre in una certa marginalità sociale e culturale, dove uomini che si vivono non riconosciuti socialmente aggrediscono donne rese inerti e depresse per i loro figli di fronte gli occhi attoniti dei bambini.

Sono fantasie, – che forse andranno bene per qualcuno per qualcun altro no, e che vanno prese per quello che sono. Ne potrei produrre molte altre – per esempio potrei anche immaginare figli di madri invece potentissime e falliche quanto inaccessibili per altro verso, dominanti e frustranti – le strade narrative della psicopatologia sono tante e quindi non davvero schematizzabili. Sta di fatto però che tutte le traiettorie nascono da una mancanza di fondo, che soltanto – ancora una volta, un buon contesto vicario può almeno parzialmente sopperire: con maggiori strategie per l’integrazione, con una maggiore sorveglianza di quello che accade negli istituti scolastici su quelli che possono essere degli indicatori di rischio.

Si tratta naturalmente però di strategie di lungo corso – e non penso, ecco questo lo voglio pure dire, che possano da sole essere opposte alle scelte muscolari che le amministrazioni – Francia dopo Parigi, Inghilterra dopo Londra – hanno ritenuto necessario adottare per fronteggiare la minaccia terroristica.

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