note su Recalcati – Miller

 

Non ho mai nascosto per l’universo lacaniano una sorta di complicata diffidenza, per non dire una sorta di scomodo disagio verso quello che avverto uno stile di personalità un modo di abitare il mondo analitico per non dire psicoterapeutico che mi è estraneo, o forse dovrei anzi dire – pericolosamente intimo. Riconosco a Lacan alcuni momenti di geniale teoresi, e anche al contesto suo e dei suoi discepoli un universo linguistico e comunicativo – falsamente elitario ma segretamente seducente, che trova in tanti lavori divulgativi di Recalcati una forma efficace e definitiva, che ne spiega il meritato successo. Ma il lacanismo mi rievoca forse degli aspetti ombra della mia storia personale e della mia formazione – e forse anche di più il recalcatismo: anche io scrivo in maniera letteraria e seduttiva   – tutta presa dal desiderio di conquistare il prossimo, e anche io amo i richiami a un pensiero filosofico e colto a prescindere gli scranni della clinica. Ma soprattutto, nessuno si renderà mai conto quanto la componente narcisistica sia un ingrediente frequente quanto – a sorpresa – efficace, nella professione dello psicoterapeuta. Non tutti i clinici lavorano con uno sfondo narcisistico dell’organizzazione di personalità – per cui attraggono pazienti, e li tengono a se, e godono dei loro miglioramenti vedendosi riconfermati, e parlano in maniera oracolare in contesti pubblici incarnando in questo modo non sempre solo qualcuno in cui idealizzare aspetti se negati, ma incarnando anche istanze di protezione di se e di saggezza, che diventano una voce interna che protegge il paziente. Questa cosa nel Recalcatismo è potentissima, ma io non nascondo di funzionare in questo stesso modo anche come clinico, di ricordare la voce dei miei analisti nella gestione dei momenti di crisi, e anche io alle volte mi ritrovo a dire in seduta, o qui sul blog altrove, cose che seducano e rimangano in presso, sapendo di piacere e di voler essere amata, ma anche, sapendo di mettere dentro agli altri qualcosa che poco modestamente so, che può germogliare, e seminare e approfittare dell’intelligenza e della sensibilità che trova nei miei interlocutori e pazienti.

Tuttavia questa dimensione strabordante dell’io, il sicuro godimento di quello che l’analista è in grado di dire, il terribile compiacimento, è una dimensione che mi spaventa, per la sua possibilità di tracimare e fare danni, perché l’analista che fa l’analista, ma anche lo psicoterapeuta che fa lo psicoterapeuta, no non è prima intellettuale, non è prima studioso, non è prima soggetto politico, non è maestro, è prima di tutto analista che fa l’analista, terapeuta che fa il terapeuta, prima prima prima di tutto persona che si occupa di altre persone che se la passano male, o alle volte molto male, e in un certo senso deontologicamente ed esistenzialmente questa sua posizione non riguarda solo i pazienti in cura in quel momento, ma quelli che ha avuto e che non vengono più, e quelli che potrebbe avere e non sono arrivati, e quelli che sono degli altri e quelli che non sono di nessuno. Un analista è in un certo senso un analista sempre.

Essere un analista sempre vuol dire allora che nel suo essere soggetto eventualmente pubblico deve avere sempre in mente la diade relazionale in cui il suo comportamento cade, e anche la sua immagine pubblica, ne deve essere quindi molto consapevole, perché questo suo diciamo essere in stanza è un dato permanente. La stanza d’analisi lo segue e in quella stanza non bisogna indugiare in quelle dinamiche narcisistiche perché hanno l’effetto di materializzare i complessi di inferiorità dell’altro di tradurli in corpo. Il che vuol dire ricordarsi, che molti vengono in quella stanza avendo un’idea di se di non amato, di abbietto, e l’analista sempre più bello e bravo e di successo è la reificazione di tutto quello che quel non amato e abbietto non si sente in diritto di essere mai. Ecco allora perché bisogna stare tanto attenti.

Ed ecco, se ogni scuola psicoterapeutica quanto meno delle maggiori ha un suo rischio latente, e un suo peccato originale – a me pare che il problema latente dell’universo lacaniano sia questo pericolo di una deriva narcisistica, più spiccato dei severi e rigidi colleghi per esempio kleiniani, e che supera quello per esempio di noantri junghiani, che in termini di peccato originale conserviamo un rischio e un passato di strafalcioneria lessicale e scientifica che è sempre in agguato. Ed ecco, tutta la vicenda Recalcati – Miller mi è sembrata un esempio di questa patologia narcisistica della clinica, una patologia tale che non salva nessuno, dei due interlocutori per me colpevoli di aver tradito la deontologia entrambi, per via diverse ma per lo stesso problema. Amatemi! Ditemi che sono pieno di qualcosa quando ho paura di essere vuoto.

Il problema di Recalcati, non è tutto sommato aver fatto facciamo conto un endorsement sulle sue preferenze politiche, anche se sono operazioni comunque rischiose, che non a caso molti colleghi anche prestigiosi evitano, ma di aver correlato narrativamente ed esplicitamente in un contesto politico e pubblico una descrizione diagnostica a una scelta di voto. Per cui è stato in grado di dire alla Leopolda che l’essere contro Renzi era senza dubbio segno di una profonda nevrosi. Ora questa cosa è piuttosto grave su un doppio versante: un versante politico perché usa la clinica per declassare le diverse scelte politiche, attentando in un certo senso – che spero sia piuttosto intuitivo – alla libertà di opinione e delegittimando con una razio da dominanza psichiatrica la legittimità delle diverse formazioni politiche. Perché capito c’è il partito dei sani, e il partito dei mentecatti. Per un secondo verso più clinico prende i pazienti e li rende spettatori del narcisismo suo e titolari di insulto: tu paziente che vieni da me Recalcati, vieni per quella cosa la che io ci posso insultare uno. La nevrosi come insulto razzista. Non è una cosa che secondo me un clinico possa deontologicamente fare.

 

Ma questa cosa la posso dire, io, o qualsiasi altro mio collega ma trovo che sia ancora più scandaloso e raccapricciante che lo faccia qualcuno che sia stato, a sua volta l’analista di Recalcati. Miller che rimprovera Recalcati per le sue scelte pubbliche, delle quali in quanto suo ex analista dovrebbe avere acuta ratio, è qualcuno che fa qualcosa di molto grave, che tradisce potentemente un patto analitico che è per sempre, a prescindere dai rituali di scuola che qua e la possano ipotizzarsi, un tradimento indicibile e volgare. Nelle scelte di Recalcati deontologicamente discutibili il maestro deve saper trovare un sintomo, e tuttalpiù silenziosamente dispiacersi, eventualmente scrivere i rivolgersi privatamente al suo -per sempre per sempre suo – paziente, ma la violenza e la ferita di usare l’errore dell’altro per il vantaggio narcisistico proprio – il Fatto Quotidiano manco una rivista specializzata per addetti ai lavori – è inqualificabile. E forse nel triste gioco di specchi viene da spiegarsi banalmente perché questo tratto narcisistico che fa scrivere tante cose quanto meno interessanti e che possono essere analizzate e discusse da Recalcati – non abbia trovato un maestro che desse gli strumenti per arginarlo nelle sue derive più pericolose.

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