Il cantore di barzellette

 

 

Ho quarantaquattro anni e già quando ero piccola io il raccontatore di barzellette era una figura in declino, per quanto allora ancora impercettibile. Si trattava di solito di una persona di mezza età, quasi sempre un uomo, frequentemente sovrappeso ma non sempre, amante della crapula e del buon sesso, nella versione archetipica qualcuno capace di esercitare un potere sociale, e tradizionalmente seduto tra gli scranni di una maggioranza, anche se quasi sempre su un sagace trono di seconda fila. Il raccontatore di barzellette era un eroe della prima repubblica e della scorrettezza politica, e probabilmente l’ultimo grande epigono che abbiamo avuto modo di osservare è stato il suo malgrado tramontabile Silvio Berlusconi. Verrebbe da collocare i raccontatori di barzellette all’altezza di una moderata media borghesia di maschi caucasici, ma in realtà il raccontatore di barzellette era una sorta di funzione matematica di qualsiasi gruppo sociale. Anche gli Shtetl avevano i loro impavidi raccontatori di barzellette, e nei campi di cotone c’era sicuramente un cantore di barzellette, perché il raccontatore di barzellette era quello che ridefiniva, condividendoli, i valori sostenuti da un gruppo, li ridistribuiva tramite l’umorismo, e rassicurava con la condivisione della risata le logiche di appartenenza.   La barzelletta aveva, dunque mi è sempre sembrato, un ruolo squisitamente conservatore e reazionario: non si può ridere di qualcosa che deve avverarsi, ma solo di qualcosa che è ampliamente solidificato: anche la dissacrazione è profondamente teologica, e conferma la sacralità: solitamente sperando di poter rubare la tiara del Papa per gettarla alle ortiche. Il cantore di barzellette era di volta in volta, il bastone della vecchiaia di un imperatore tenace, l’asta per il campione di nuovo lignaggio che si voleva buttare oltre l’ostacolo.

Certo, il raccontatore di barzellette – che già nella mia prima infanzia suscitava in me ambivalenti sentimenti – doveva avere caratteristiche e specifici talenti, la coazione alla seduzione del narcisista, ma anche e questo quasi scientificamente non smette mai di affascinarmi – una specifica convinzione quasi divina, di avere il diritto di far ridere gli altri ancorché una sorta di bisogno erotico del sorriso altrui – Ma quel diritto di prendersi sul serio mentre si formula una narrazione umoristica mi ha sempre affascinato perché, constato, intere legioni di grandi narcisisti che seducono e si fanno amare facendosi votare, facendosi guardare, mostrando i loro quadri e suonando le proprie cose, anche essendo grandemente spiritosi nella loro vita quotidiana e raccontando in modo buffo le cose che sono loro capitate, entrano in un puerile imbarazzo di fronte al dover raccontare una barzelletta, la quale, senza questo sentirsi in diritto di far ridere, di recitare, sarà un fallimento infame. Il narratore di barzellette era quindi prima ancora un narratore, un teatrante, un camaleonte, un virtuoso emotivo dei tempi scenici e della tensione narrativa. Oltre che un assolutamente risolto aedo di qualsivoglia gerarchia sociale: l’inclusività del narratore di barzellette si avvaleva pressocchè regolarmente dell’esclusione di qualcuno.
Il raccontatore di barzellette era dunque una figura genuinamente premoderna, e come vedremo necessariamente analogica.

Mi sono chiesta infatti cosa ne è stato di questi grassi industriali sul litorale, questi zii del pranzo della domenica, per quale motivo ora leggono sempre il giornale, come mai anche i loro bambini a scuola barzellette ne raccontano sempre di meno, smettano sempre più presto. Come mai spontaneamente il narratore di barzellette va mettendo in silenzio, vada in estinzione come i panda, sembri trovare da mangiare solo in certe specifiche riserve – forse mi dico non ancora digitalizzate. Mi sono risposta che la verità va trovata ponendosi la domanda in altro modo, ossia perché i gruppi sociali non vogliono più i raccontatori di barzellette, non esprimono più quella funzione matematica e hanno adottato scelte linguistiche, e antropologie dell’umorismo che sono fortemente mutate. In realtà è come se le barzellette fossero un dialetto, o un genere letterario, che risponde sempre di meno all’umanità che parla.

( Certo, prima della morte sociale della barzelletta c’è stata una sua fortunata stagione in una formula sintetizzata e ideologicamente, tutto sommato, più modesta e meno arrogante. Almeno in Italia, non so cosa succeda all’estero devo dire e questa mia trattazione non pretende di varcare le alpi, capii che un momento sociologicamente importante per la storia dell’umorismo fu rappresentata dall’uscita dei due volumi Anche nel loro piccolo le formiche si incazzano, di Gino e Michele, dove una serie di battute piacevoli, prendevano il posto dei libri di barzellette. Prendeva piede un umorismo più stringato per estensione ma più intimo nei contenuti, che faceva riferimento all’esperienza quotidiano della vita e dell’umano, più inclusivo e più tarato sull’esperienza privata, spendibile come spiccioli, le formiche erano piccine veloci smart, e non quindi mastodontiche come certe infinite storielle come il vecchio che non riusciva a morire e a cui si sparava a fine tribolazione, e che ti prendevano per esasperazione. L’erede delle formiche sono stati i capitani di Spinoza.it e quando i social si sono diffusi, l’umorismo pulviscolare della freddura, ha proposto la grammatica di un nuovo linguaggio – il quale primariamente condivide un mondo privato, in cui grandezze ideologiche rimangono ma passano sullo sfondo, le storielle resistono ancora nell’immaginario ma si leggono mentre si raccontano di meno, e diventano una dichiarazione di identità culturale che non ci si sente più in dovere di esternare. O meglio, credo che lo si faccia in un altro modo.

Credo allora, che il raccontatore di barzellette sia stato cannibalizzato da diversi cambiamenti collettivi, il primo fra tutti si è intrecciato con i social netwark con i reality e con una generica patologia della narrazione e perfino dell’industria culturale per cui si è inflazionata la centralità dell’esperienza privata e della sua inclusività, a discapito di narrazioni di visioni del mondo che si assumevano la responsabilità delle loro feroci gerarchie di potere. Non è che scorrettezze politiche, e gerarchie sociali non ci siano più, anzi se vogliamo sono categorie che oggi fioriscono in comportamenti più sfacciati e franchi di dieci anni fa – potremmo dire, sdoganati – ma sono diventati appunto contenuti che sintatticamente non sono più affidati a un genere, un narrazione codificata e distinguibile, ma sono stati spalmati sull’ossessione biografica di questi anni, dove tutti, grazie anche – ma non solo – ai social (ma pensiamo ancora i reality e ancora i meccanismi di selezione dell’editoria) narrativizzano il proprio quotidiano, il proprio privato, la propria routine e quindi le dinamiche inclusive ed esclusive dei gruppi sociali vengono affidate a nuove strutture narrative. Si può dire che ora, al posto dei narratori di barzellette sono fioriti – i ricamatori di aneddoti privati.

 

Questi nuovi ricamatori, sono di entrambi i sessi ma bisogna dire a onor del vero, che ci sono soprattutto grandissime ricamatrici, che dell’arte narrativa dell’aneddotica privata unita al marketing della personalità hanno fatto una teoresi. Io credo che siano queste sapide e spesso ciniche signore, le vere eredi sociali del narratore di barzellette, e sono in fondo la chiave di volta della comicità femminile televisiva dell’ultimo decennio. A pensarci bene, che si pensi alla Littizzetto, per un verso, che si pensi alla Lucarelli per un altro, via via fino alla pulviscolare rete dei ricamatori e delle ricamatrici dell’aneddotica privata, che fioriscono sul web, cambia la salsa cambia il rapporto con la visione globale delle cose, ma la funzione che svolgono nell’economia psicologica dei gruppi sociali – è sempre la stessa.

 

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4 pensieri su “Il cantore di barzellette

  1. in fondo le cose sono più interpretabili con i ricordi che dietro a grandi ed inutili giri di parole. Siamo sempre gli stessi anche se pensiamo che Facebook ci abbia cambiato

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