Bambini lasciati in macchina. Caute considerazioni

 

In questi ultimi tempi, sono tornata spesso col pensiero alla vicenda della bimba dimenticata in macchina. Ci sono tornata a ondate regolari, metà emotive e metà professionali, perché da una parte ero sollecitata qualcosa di istintivo e umano, qualcosa di angoscioso – ci si interroga sulle parentele possibili: sono una madre anche io: con tanto lavoro, e facilmente distratta, dall’altro mi metteva davanti a delle riflessioni sulle diagnosi, sul linguaggio della psicodinamica quando parla della vita, quando parla la vita e quando la vita se ne serve. Esitavo, formulavo ipotesi e però leggevo inviti di colleghi che saggiamente mi i dicevano di starmi zitta per rispetto e per deontologia, e perché in assenza di conoscenza diretta è opportuno tacere. Continuavo a formulare dei pensieri però, che forse, prendevano spunto dall’ultima occasione di cronaca, la mamma che dimentica la bimba in macchina e la bimba muore, ma era molto su altro, e io di questo altro soprattutto voglio parlare, che non so bene che cos’è: un altro sul linguaggio, sull’epistemologia psicoanalitica nella sua versione volgarizzata, sui poteri e i limiti di un modo di pensare le reazioni agli eventi.

Ogni volta che accade questa tragedia, l’opinione pubblica si infiamma e vi reagisce variamente, reagendo in maniera appassionata all’immagine di un bambino di pochi mesi, un anno, morto di caldo in una macchina. La parola e l’immagine che infiamma, che domina è quella della morte, che assume una centralità psichica, emotivamente ingestibile. La morte di un bimbo è un fatto talmente incandescente, che deve stare al centro, ossia, al centro dell’azione, del movente, delle cause. Pensare all’errore ci diviene intollerabile, pensare che la morte non era il fine dell’errore, è una cosa che ci terrorizza – ma anche una sfida cognitiva che ci risulta ardua: come tenere ferma la concentrazione su una donna che al centro di una foto pulisce una strada e alla sua destra sta bruciando una casa. Non siamo spontaneamente capaci immaginando la vicenda di mettere la morte in un’area periferica, cioè quella delle conseguenze non previste. Perché la cattiveria la combatti sul piano logico, l’errore è un nemico, per sua natura sfuggente. Narrativamente, allora dominiamo meglio questa immagine della morte del bambino in macchina prendendo la madre e stabilendo una intenzione – e volentieri, perché questo ci risolve il problema dell’attrito con la sua disperazione, pensiamo a una intenzione inconscia. In questi giorni, come nelle occasioni precedenti, questa roba inconscia dell’infanticidio, mi è tornata spesso in mente.

Molti colleghi – hanno messo in guardia le persone dalla logica dell’intenzione mortale inconscia. Questi colleghi, generalmente di formazione non psicodinamica spingono giustamente l’accento su logiche di tipo cognitivista, per esempio sull’importanza che hanno nel nostro funzionamento celebrale schemi cognitivi di azioni routinarie che compiamo sempre identiche, per cui se solo casualmente ne saltiamo un passaggio e non abbiamo nessun segnale che questo passaggio sia stato saltato, noi portiamo avanti le nostre azioni routinarie seguendo lo schema in tutta tranquillità. Sono vicende queste che capitano frequentemente a neogenitori, non a padri e madri di 4 o 5 figli, a persone che oltre tutto hanno alle spalle una lunga, molto più lunga, vita mentale di persone senza figli. Io ricordo quando nacque il mio primogenito, che ci misi un po’ – nel senso di mesi molti mesi – ad accorgermi che ora ero entrata in un permanente “essere con”. L’ingresso in questo essere con può essere lungo, non costante e non omogeneo: e non penso in termini psichici di io, coscienza e logiche tipiche dell’approccio psicoanalitico, penso al cervello all’organizzazione cognitiva degli schemi mentali di azione, a prescindere dall’io del genitore. Il cervello deve cambiare script, deve inventarsi tutta una lunga rubrica di azioni con un essere con. Ora si dorme sempre sorvegliando il sonno di un altro, si guida con, si parla davanti a, si è di esempio per, non ci si ammala per, si sorveglia che, si guarda insieme a, ora non si vive più senza complemento dopo il verbo, cambia la grammatica del cervello.
Roba da cognitivisti, e loro possono quindi spiegare meglio perché secondo loro questa grammatica possa non instaurarsi sempre per bene e subito, specie al ritmo di un figlio ogni 7 anni. O perché insomma si possa saltare un passaggio e credere, in assoluta buona fede che quel passaggio sia stato compiuto.

Lo sguardo psicoanalitico però deve mantenere un’onestà intellettuale e non tirarsi indietro da una posizione scomoda. E la posizione scomoda è dovuta al fatto che siccome nel panorama della spiegazione degli atti la spiegazione analitica mette sempre l’inconscio non è che ora possiamo far finta che l’inconscio per noi non conta, che per noi questo caso è diverso. Stiamo sempre a parlare di atti mancati, di non casualità delle dimenticanze e dei lapsus e ora? Ora stiamo zitti?

Un po’ stiamo zitti, perché non si possono formulare granchè ipotesi sulla storia di una singola famiglia, che non si conosce, non si ha avuto in stanza, non se ne sa niente. Non bastano le poche notizie generali e fornite dai media per formulare ipotesi prive di fondamento – perché essa si fonda su un lavoro a proposito delle storie individuali, e del modo di raccontarle da parte dei singoli –e anzi proprio per questa sua caratteristica ha fatto così fatica ad adattarsi alle richieste della critica scientifica e della dimostrazione dei suoi assunti.
Un po’ può però formulare delle riflessioni e degli interrogativi, magari rinunciando esplicitamente a giudicare chi deontologicamente e umanamente deve rifiutarsi di giudicare la famiglia straziata a cui si può solo mandare un abbraccio, e riflettere invece in termini generali – su una classe di fenomeni.

La prima riflessione che ho fatto è che se volevo pensare a qualcosa di sensato dovevo ribellarmi alla centralità della morte e non metterla al centro delle eziologie probabili. Toglerla anzi con determinazione perché, io credo, quando c’è un intenzione inconscia di questo tipo le azioni pericolose sono di altra natura e perdonate la freddezza, relativamente meno incerte negli esiti – e più moleste nella vita quotidiana. Pericoli per i bambini più acclaratamente rilevabili e credo più frequenti. L’intenzione inconscia invece può essere più modesta – e comunque completamente preclusa alla coscienza e anche più sfumata. Può essere soprattutto più riferita simbolicamente all’atto eluso che ha portato alla tragedia. Attenzione quindi il complemento dell’intenzione è per esempio il portare il figlio al nido, e il valore che deve avere sotto il profilo inconscio il non portarlo. Cosa si associa a quel preciso atto mancato lo si può scoprire solo parlando con la persona che lo fa, ma si può pensare che intorno ad esso ci siano molte possibili associazioni: per esempio se ci atteniamo al caso di chi non porta un bimbo al nido e lo lascia in macchina: il dispiacere di separarsi e le lacrime del bambino, il senso di colpa per andare a lavorare piuttosto che stare con i piccoli, forse oggetti più grandi come la fatica emotiva della genitorialità da sospendere momentaneamente, o della presenza afffettiva. Un uscire magicamente da un ruolo genitoriale, un voler tornare a un tempo magico di possibilità, di essere figli e non padri, e chi sa cos’altro che ha a che fare con questo – ma tutte istanze non pensate, o pensate a tratti, in una misura in cui quotidianamente, assicuro – capitano a tutti, sono quasi fisiologiche. Solo che qui certe operazioni psichiche e quotidiane, sono durate forse più del solito.

A questa conclusione mi ci hanno comunque portato due pensieri. Il primo che riguarda la durata dell’amnesia dissociativa in questi casi. Perché constato che a tutti capita di scordarsi di fare una cosa routinaria e importante e pure di occuparsi di un bimbo. Ma nella grande maggioranza dei casi, recuperiamo il ricordo dandoci una botta in testa, un’ora dopo, due ore dopo. Ma cavolo, l’ho fatta questa cosa? Ma cavolo mio figlio sta ancora sul balcone! Il cervello cioè solitamente, ci fa ricompattare la dissociazione in tempo. Quindi, una lunga dissociazione di tante ore, mi fa riflettere sull’importanza di un’intenzione inconscia più corposa che si serve del meccanismo della dimenticanza.
La seconda riflessione riguarda gli oggetti dei meccanismi psichici inquadrati dalla prospettiva psicodinamica che nel nostro orizzonte culturale vengono chiamati in causa solo a proposito di macrooggetti. Si parla di inconscio ancora oggi e di difese inconsce, solo per chiamare in causa amore, morte, incesto, omicidio. Ma non è così, non è che uno dissocia o rimuove o idealizza o disprezza solo cose macroscopiche, questo è molto naif. La psiche funziona sempre con certi strumenti e certi funzionamenti, mettendo anche oggetti simbolici grandi su oggetti reali piccoli e viceversa, associando cose importanti a piccole dimenticanze ed è anche per questo che le terapie psicoanalitiche durano così tanto: perché alla fine si tratta di costruire narrazioni complesse costituite da microricostruzioni di piccoli atti, piccoli eventi, piccole proiezioni, piccole associazioni. Quella volta che il mio bambino si mise a urlare, io mi sono ricordata di me che urlavo.
Dunque, io ho pensato che, le lunghe amnesie che presiedono a queste tragedie, sono sostenute da meccanismi psicodinamicamente rintracciabili – quali la dissociazione (cioè una sorta di censura verticale dell’esperienza – in opposizione alla rimozione, che è una censura orizzontale) ma che questi meccanismi non siano probabilmente sostenuti da desideri inconsci di morte ma fossero applicate a contenuti diversi, quotidiani, comuni – solo con una concatenazione di conseguenze che manco l’inconscio poteva anche solo lontanamente includere . Quando l’inconscio include di queste progettualità abbiamo ben altre storie cliniche.

Queste lunghe dissociazioni, sabotaggi capitano invece relativamente spesso – e in seduta posso testimoniare che sono occasione di ampie riflessioni e insight. Noi sappiamo di tutti i bambini morti, ma non sappiamo dei bambini che hanno dormito e poi si sono svegliati in primavera senza trovar nessuno, di quelli che sono rimasti infreddoliti in macchina fino al ritorno di un adulto, di quelli che hanno rischiato sono andati al pronto soccorso e poi dimessi. Perché la genitorialità anche in persone che non hanno una dimensione problematica grave, può avere delle aree di ombra, come altre cose importanti della nostra vita possono stare nell’ombra e insomma, la dissociazione è un’arma terribile di questa zona d’ombra: forse la più terribile perché davvero irriconoscibile: mentre altri comportamenti altamente problematici possono infatti essere riconosciuti perché tutta la personalità in qualche modo cambia, la dissociazione scinde verticalmente, e la persona è quella di sempre – Così come dobbiamo tenere a mente che ecco, anche l’inconscio si può sbagliare: attuare un meccanismo che ha un certo scopo e produrre una catena di effetti che va completamente altrove, come io credo che sia nella maggior parte di questi tragici casi.

Proprio per questa considerazione, come c’è un allarme nelle automobili quando non metti la cintura, ci deve essere un allarme per quando si ferma la macchina e si lascia un seggiolino. E questo anche pensando, non solo al rischio terribile di un piccolo che smette di vivere, ma anche a quello psicologicamente rilevante di un povero bambino che a 5 mesi si dovesse svegliare cominciare a piangere e rimanere solo e disperato per chi sa quanto tempo. Non è neanche quello un bel pensiero, se ci si concentra per un momento a quanto si è sprovvisti di risorse di mondo a 5 mesi, 1 anno, 1 anno e mezzo. Quanto poco si è certi in quel momento che qualcuno tornerà. Penso che tutti sappiamo di questi bambini che perdono la vita per questi atti mancati, e allora dobbiamo sapere che ce ne sono altrettanti che per gli stessi atti guadagneranno un’esperienza traumatica, e dobbiamo pure sapere che questa cosa può capitare a chiunque, o alla maggior parte, perché è l’esito imprevisto di un atto inconscio che riguarda la nostra manipolazione nevrotica e simbolica quotidiana. Non è insomma una cosa che abbia necessariamente bisogno di un disturbo borderline di personalità, per questo ci risulta tanto spaventosa.

Un’ultima considerazione sulla utilizzazione culturale delle logiche psicoanalitiche. Mi lascia perplessa la disinvoltura con cui qua e la ho letto di presunte intenzioni involontariamente infanticide in questi giorni, con questa idea di inconscio come il parmigiano, come il prezzemolo, l’ingrediente che sta bene con tutte le pietanze criminose anche se non so bene manco che sapore ci ha e come funziona. Se mi si accende il tasto analitico e mi ricordo che potrei essere l’analista di chi lincia riesco capisco bene il bisogno di andare per le spicce e stabilire una casualità lineare tra un comportamento presunto e l’effetto della morte di un bimbo – anche se dovremmo stare attenti, è una delle cose per cui siamo meno etologicamente orientati – ma se dismetto quei panni, e penso all’uso distorto di una disciplina, non nascondo di essere irritata. Sarà un grande successo della divulgazione psicodinamica e psicologica quando passerà nella mentalità condivisa l’idea che le storie sono diverse l’una dall’altra, e a storie diverse corrispondo dna diversi, e modificazioni del dna diversi, e parole diverse e sogni diversi. E tutto questo riuscirà a impedirci di sbraitare in modo scomposto davanti a ogni fatto di cronaca.

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