Con gratitudine, alla redazione di Marie Claire

(Qualche tempo fa la redazione di Marie Claire ha messo insieme una serie di domande che io poi potessi cucire insieme in un articolo. Lo trovate ora, nel numero di questo mese. E’ un articolo difficile qualcuno mi dice, ma abbastanza smart per le esigenze della rivista. Ho trovato comunque l’operazione coraggiosa, stante i media delle pubblicazioni femminili in circolazione, anche nel voler rispettare un certo modo di procedere mio quando scrivo, modo che spesso i media trovano ostico. Pubblico qui la versione integrale dell’articolo, con le domande dei redattori che per vario motivo non hanno trovato posto nella versione definitiva, e anche un linguaggio un po’ diverso – così potranno leggere la risposta che nel giornale non poteva starci. Penso però che possano esserci degli spunti utili per tutti. Buona lettura.)

 

 

– Mi rendo conto di essere piuttosto scettica sull’esito finale dei percorsi psicoterapeutici. Forse per questo ho trovato meravigliosa quella pagina de “l’uomo dei dadi” di Luke Rhinehart in cui il protagonista – uno psicanalista, per l’appunto – si dice stufo di “far passare i propri pazienti da uno stato di stagnazione tormentata a uno stato di stagnazione compiaciuta”. Ecco, l’effetto che noto in tanti amici da anni in analisi mi sembra esattamente questo. Lei ha dei numeri che possano smentire?

Può consultare il lavoro di De Coro e Andreassi sulle ricerche che provano il successo delle psicoterapie, e i modi con cui questo successo è di volta in volta “operazionalizzato”. Cioè tradotto in una serie di costrutti misurabili con le complicate metodologie della psicometria. La psicoanalisi – ma attenzione con psicoanalisi e con analisi dobbiamo essere consapevoli che ci riferiamo esclusivamente al modello freudiano (lettino, tre sedute a settimana, interpretazione dei sogni) o almeno psicodinamico (due sedute a settimana, con domande sui sogni) è efficace come altre forme di psicoterapia. Ed effettivamente il compiacimento rispetto al tormento è oggettivamente un passo avanti. Sarò provocatoria, ma i pazienti all’arrivo in terapia piacciono a tutti, perché sono insicuri, e quindi compiacenti e generosi, rinfrancano il narcisismo degli amici, e in qualche caso li fanno sentire magnanimi e tanto buoni: perché è tanto bello dire di stimare uno che si sente una merda! Poi uno va in terapia, cambia magari alcune cose, mentre di altre dice lo sai che c’è sono fatto così, e diventa magari orgoglioso di certe sue caratteristiche di personalità. Orgoglioso? Che palle! Ci piaceva prima che era umile eh, così li stronzi li potevamo fare noi.

 

Ma io non sogno mai (o meglio, è rarissimo che mi ricordi qualche sogno, al risveglio). Nei casi come il mio la psicanalisi è comunque possibile?

James, uno dei padri della psicologia generale, aveva teorizzato che il nostro pensiero cosciente è un flusso continuo. La prospettiva psicodinamica sostiene che esiste un altrettanto continuo flusso di pensiero inconscio e che questo anzi, intesse il flusso di coscienza. Lavorare coi sogni rende le cose più facili, perché nel sogno la coscienza dorme, ma non è che le narrazioni coscienti siano prive di inconscio. Per un buon terapeuta psicodinamico, molti racconti di vita quotidiana possono essere trattabili come sogni. Inoltre, esiste nel mondo analitico il cosiddetto approccio relazionale, che ha oramai una lunga tradizione, e tutti gli analisti sono un po’ relazionali. L’approccio relazionale fa si che in stanza si presti molta attenzione anche a quello che succede tra terapeuta e paziente, perché quella è una relazione sotto vetro, pura se paragonata a quelle della nostra quotidianità e quindi può aiutarci a capire tante cose su come funzioniamo.

 

– Mi scusi dottoressa, ma cosa ci trova di male in una “sana” rimozione? Trovo che in molti casi sia il male minore…

La rimozione è un meccanismo di difesa che ci hanno dato in dotazione come funzione protettiva. Serve a proteggerci quando non siamo in grado di tenere nel campo della coscienza qualcosa di profondamente disturbante. Il problema si ha quando questo qualcosa di profondamente disturbante continua a disturbare organizzando i nostri comportamenti ma agendo in maniera occulta per via della rimozione. Rimozione non vuol dire cancellazione di un evento del passato e della sua azione sul nostro comportamento, ma cancellazione provvisoria, del ricordo cosciente di eventi materiali a cui un certo comportamento è collegato. Quindi succede che si continuano a fare cose in un certo modo per assecondare gli stati d’animo di quegli episodi originari senza capirlo. Allora, non è tanto il male minore, il male minore è capire perché facciamo delle cose che ci portano lontano da quello che vogliamo, riacquistare potere sulla nostra storia, soffrirne provvisoriamente, e dare un posto alle cose in modo da cercare, per quanto è possibile, di comportarci diversamente.

 

– La psicoterapia mi ha aiutato molto a capire la fonte del mio malessere. Però, finito il ciclo delle sedute, la causa era ancora lì perché non si poteva rimuovere in alcun modo, e il malessere è rimasto. Allora che senso ha avuto tutto quel parlare e piangere a tu per tu?

Questo dipende molto dalla sua psicoterapia, è una risposta che non si può dare in linea generale. Ma la psicoterapia in un certo senso non può cambiare la materia della vita, la storia alle spalle ma anche certe difficoltà contingenti. Non toglie dei genitori freddi, non toglie neanche un licenziamento o il fatto che se una persona che amiamo si ammala ci dispiace. Capire la fonte del malessere o il perché delle nostre reazioni alla contingenza ci fa camminare più comodi nella nostra storia, forse ci fa essere più bravi nella scelta dei tragitti, ma non ci cambia l’arredamento della vita, e il fatto che la vita può essere purtroppo dolorosa o – spiacevole.

 

– Un paio di miei amici in psicoterapia da lungo tempo sono diventati quasi più esperti dello psicoterapeuta, solo che usano ciò che hanno imparato per manipolare il prossimo. Non c’è un modo, per gli psicoterapeuti, per evitare di mettere in giro queste armi improprie viventi?

Questa cosa che succede, ed è antipaticissima, è una sorta di passaggio obbligato di molte psicoterapie, anche se non di tutte perché ci cadono di più certe organizzazioni caratteriali che altre, certe personalità piuttosto che altre. Solitamente è un fenomeno che capita a metà percorso, perché si capiscono delle cose che prima non si capivano, ma nel frattempo si soffre molto per arrivare a vedere delle cose dolorose della propria vita, e ci si consola allora proprio così arrampicandosi sui complessi di superiorità usando il falso appoggio delle acquisizioni appena ottenute. Ma si tratta solo di una nuova trasformazione camaleontica della nevrosi, se la psicoterapia va avanti, questo meccanismo viene raccontato e messo in campo, e dovrebbe estinguersi o quanto meno attutirsi, perché l’effetto di una buona psicoterapia dovrebbe essere anche quello di evitarci relazioni inautentiche e troppo asimmetriche, dove ci si pone falsamente nel ruolo di chi sa e giudica. Quella cosa è una difesa nevrotica – prima o poi si dovrebbe approdare al piacere di stare tra pari, e al rispetto che chiediamo per noi stessi, di essere selvaggiamente vivisezionati.

 

– “Quello deve andare in analisi”, si dice spesso con leggerezza, ma è vero? Come capire se bisogna andare in analisi o risolversi paranoie da soli? C’è un eccessivo uso della psicoterapia?

Col tempo mi sono fatta l’idea che la psiche è storicizzata come il corpo, e quindi come ci succede che mano mano che cresciamo il corpo con la realtà con il portare avanti sempre certe abitudini ha bisogno di cura, di medicina, di intervento – penso che sia possibile concettualizzare altrettanto a proposito del nostro corpo psichico. Dopo di che si possono tenere a mente due osservazioni: la prima è che un sacco di gente se ne fotte dell’artrite, la seconda è che un sacco di gente usa il pretesto della lamentela dell’artrite del vicino, per giustificare la propria intolleranza.

 

 

Sono scettico sulla psicoterapia e le spiego perché: non discuto che gli psicoterapeuti siano preparati e abbiano studiato molto e a lungo, quindi lungi da me accusare chiunque di poca conoscenza dell’argomento o di pressappochismo. Però quel che mi trattiene dall’analisi in generale, è la domanda? Come può un cervello indagare un altro cervello? Come fa un’anima (se vogliamo chiamarla così) sfruculiarne un’altra, e risolverne i problemi? Lavorate su ferite profonde che danneggiano una parte fluida e oscura dell’umanità. E se anche avete “strumenti”, alla fine, non si tratta solo di un essere umano che ascolta un altro essere? E come può dare una risposta certa, chiara e possibile mente con buoni risultati una persona che, volente o nolente, avrà dalla sua un suo vissuto e una sua visione? Lo so, chiedo troppo. Ma non mi arrendo al fatto che la psicoterapia sia sostanzialmente, per me, “non scientifica”.

E’ un discorso molto ampio, che riguarda la stessa visione della scienza, che bisogna dire è stata ampiamente sorpassata dalla filosofia della scienza del novecento. La scienza non è infatti un’acquisizione lineare di conoscenze, come vuole una certa semplificazione positivista, la scienza è per esempio la successione di una serie di paradigmi, e questi paradigmi non è che si succedono in maniera lineare, per grado di efficacia assoluta, ma per miglioramenti relativi per cui un paradigma nuovo non sempre soppianta completamente uno vecchio. In medicina capita spesso a tutti di sentirsi dire: “è un vecchio farmaco, ma ha il suo perché” e vedersi prescritte medicine che oggi sono state sostituite da altre, ma che magari non a torto il medico ritiene possano avere una loro efficacia. I corpi sono diversi e la pluralità delle ricerche in campo farmacologico garantisce un maggior arsenale di risposte per quella diversità. La pluralità dei paradigmi nella scienza, è per lo scienziato pratico – quale il medico la garanzia di avere una strumentazione sufficientemente ampia per rispondere alle diversità dei corpi. In psicologia non è tanto diverso. Esiste una pluralità di paradigmi i quali includono gli effetti della stessa relazione sulla cura. Esiste anche quella stessa successione di paradigmi di cui parlava Lakatos, per cui la pluralità degli strumenti è un arsenale per la pluralità delle soggettività. Dopo di che, diversamente dalla medicina, il modo migliore che un clinico ha di ricorre a quella vasta congerie di strumenti è passare dalle forche caudine di una terapia personale. In questo il parallelismo si spezza – e forse capisco che è proprio in questa biforcazione l’origine del suo scetticismo. E ha ragione, non tutti sanno usarsi così bene per fare lo stesso con gli altri. Ma ce ne sono di bravissimi.

 

Ho vari amici psicoterapeuti, ma non  sono mai andato in terapia. E sa perché? Per colpa loro. Sono tutti di diversa formazione: chi junghiano, chi freudiano, chi lacaniano. E ciascuno mi parla malissimo della “scuola” che l’altro ha seguito per fare il suo mestiere. Ora: lei mi può spiegare come faccio a giudicare chi mi dice che «sei andato da quello sbagliato»? Come faccio a capire qual è lo psicoterapeuta giusto per me? Come decidermi? Mi devo documentare prima? Devo fare io una serie di colloqui “conoscitivi” e poi scegliere così, guidato dall’istinto, quello che sento più adatto a me? E se il mio istinto sbaglia? Ho parecchie prove che lo ha già fatto in passato..

E’ davvero una cosa difficile, mi rendo conto specie quando si arriva alla terapia per un sentimento di grave necessità. In realtà come dimostrano le ricerche sull’efficacia delle psicoterapia, tutte le terapie sono efficaci, purché fatte da persone competenti, non è questo o quell’arsenale teorico a fornire più capacità ma la solidità della formazione. Se non si ha una persona conoscente a cui chiedere, del cui giudizio ci si fidi – una persona cioè capace di saper individuare la competenza – secondo me è buona norma scegliersi terapeuti di cui si sa che vengono da una solida associazione, radicata. Può essere la SPI (freudiani) AIPA o CIPA (junghiani) – per fare degli esempi. Scuole note psicodinamiche garantiscono che i terapeuti abbiano fatto una terapia psicodinamica su di se (cosa che non sono obbligati a fare per esempio gli specializzandi in psichiatria, delle scuole universitarie e di molti istituti non psicodinamici) e che siano piuttosto serie nei criteri di inclusioni dei futuri psicoterapeuti.

Ma voi psicoterapeuti, una volta che avete ascoltato problemi, angosce, fobie, paranoie e traumi infantili, come fate davvero a “lavarvi” anima e coscienza dalle tematiche che avete appena cercato di alleviare? Come impedire che i problemi dell’anima non siano contagiosi? Per essere psicoterapeuta, io  credo che sia necessario essere molto porosi. E come fate a strizzarvi l’emotività dalle brutture degli altri? Glielo chiedo perché sono in psicoterapia da anni e mi sta a cuore la vostra salute psicofisica…. 

Gli stati d’animo che ci inducono i pazienti fanno parte del pacchetto del lavoro. Come ci sentiamo ci fa capire delle cose delle persone che ci hanno provocato quegli stati d’animo – capire bene quindi questa cosa, è una cosa buona per la terapia ma anche per noi stessi. In un certo senso, in quel modo, ci liberiamo facendo anche bene il nostro lavoro.

 

perché una seduta dallo psicanalista deve per forza durare solo un’ora (il che a volte obbliga ad andarsene proprio quando si era trovato il modo giusto di spiegare qualcosa di importante)?

Ci sono alcuni terapeuti che propongono la durata variabile della terapia – alcuni lacaniani per esempio – sulla qualcosa non sono molto d’accordo. Ci sono ottimi motivi per far durare la seduta un tempo standard. Il primo pratico riguarda la qualità dell’osservazione che è in grado di fornire un tempo fisso. Si raccolgono meglio le informazioni. Il secondo motivo riguarda il paziente – perché un tempo fisso è affidabile, orientativo, contenitivo, da sicurezza al paziente. Forse ce ne è un terzo anche molto banale e pratico. Si lavora con tanti pazienti, si ha bisogno di organizzarsi.

 

– è vero che andare in analisi uccide la creatività?

No. E’ un’idea che circola a causa della volgarizzazione della prima psicoanalisi freudiana, in cui si teorizzava che l’arte è una forma di sublimazione di impulsi repressi. E’ un’idea coerente con un certo contesto storico e culturale: Freud aveva scoperto l’inconscio e lo guardava dalla prospettiva di un’educata e pur sempre pudica quanto decorosa borghesia con l’occhio del sospetto: l’inconscio era qualcosa da scoprire per poter assoggettare alla coscienza e alla ragione. I suoi successori invece ci hanno come dire, fatto amicizia, e il percorso analitico è diventato un percorso di amicizia con il proprio inconscio e di conseguenza, l’arte e la creatività non sono più la sublimazione di contenuti sospetti, ma diventano qualcosa d’altro. Winnicott per esempio ha teorizzato che l’arte è il nostro modo di giocare da adulti, di negoziare con il materno interno, l’area intermedia di allontanamento e avvicinamento dalla realtà. E d’altra parte pensiamoci bene, l’arte è nel complemento oggetto di quello che si crea, o nel modo di creare? Quel modo, quella ricerca di modo, deve essere sempre qualcosa che ha a che fare con i nostri contenuti agognati? E’ un po’ riduttivo.

 

– come si fa a capire se un terapeuta ci sembra quello sbagliato perché è proprio quello giusto (dunque ci solleva cose e disagi che tendiamo a voler allontanare), o perché proprio è sbagliato?

– uno psicoterapeuta può essere sbagliato per un paziente e giusto per un altro? la professionalità non dovrebbe garantire un’efficacia trasversale? oppure un terapeuta sbagliato per te è un cattivo terapeuta punto?
Sono molti i punti che secondo me il lavoro di psicoterapeuta somiglia a quello dello scrittore. Entrambi per esempio, lavorano con delle narrazioni della vita. A volte mi sembra che i giovani terapeuti assomiglino un po’ ai giovani scrittori, che sanno scrivere bene narrazioni di vite che hanno molto della propria, che sono vicine alla loro esperienza. Poi più si impara a scrivere e a guardare, più si impara il mestiere più si impara a lavorare su narrazioni lontane dalla propria storia. A volte, quella lontananza crea una sorta di ellisse di tensione che è proficua. La trasversalità la garantisce l’esperienza. In compenso la gioventù porta un eros e una passione nel lavoro che può smuovere montagne.

 

– La psicoterapia serve a rendere più felici? 

Si e no. La psicoterapia libera dall’infelicità che procura l’ossessione di un sintomo, il sentirsi prigionieri di stati d’animo e sentimenti che non cambiano mai. Ma non cambia tutto quello che sta fuori dalla sua stanza, non cambia la vita, la morte, la separazione, il lutto, o la stanchezza e la frustrazione. Anzi non di rado la psicoterapia è una cosa che da anche la possibilità di essere veramente tristi, perché ci riconosciamo il diritto di capire che qualcosa che ora ci sarà lontano era importante per noi.

 

– Due cose sbagliate che ha detto a un suo paziente e che non dirà mai più. Perché sarà capitato per forza, che lei voglia o no ammetterlo! 

La psicoterapia è come il maiale non si butta niente! Tutto quello che vi cade dentro, se visto in tempo può diventare un oggetto prezioso, anche una frase arrischiata – quando un paziente per esempio ci rimane male, quando dovesse capitare di essere stati distratti o aggressivi. Viene da pensare che un’emozione forte mostrata, possa essere un errore. Ma quell’emozione forte può dire delle cose su cosa suscita il paziente nelle altre persone, oppure di come si sente lui. Oppure si può ragionare insieme su come lui reagisce. Invece se tutto questo non succede la persona rimane con il sapore di quella strana reazione, con le sue emozioni, e tutto questo in aggiunta è pure un’occasione mancata. Quindi ci potrebbero essere stati degli errori ma che non posso raccontare, perché se mi fossi accorta in tempo di loro l’avrei usati – e questo temo che qualche volta possa essere successo.

 

 

 

 

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