La funzione materna

Per esempio sulla metropolitana non troppo piena, uomini e donne stanno seduti e in piedi, alcuni guardano un telefono, certi stanno assorti, dei gruppetti chiacchierano. Una sta masticando una gomma americana, un altro è gobbo con le gambe aperte, una terza si guarda le mani perfette – un bimbetto piange poi viene preso in braccio, e poi arriva quello che canta canzoni strazianti. E allora sul vagone sale come un’onda, che passa per i volti, che trasforma i lineamenti, chi cede e chi resiste alla canzone – mentre una, una sola donna, pensa guardando tutti loro:
guardali, questi sono tutti, dei figli.

Anche questo vecchio qui sporco e scomposto che mi sta davanti è un figlio, pensa cioè, e allora la critica alla maleducazione è sostituita dalla percezione di una distrazione implume, di una sciatteria vulnerabile, e anche la vanità della donna che gli sta accanto, ora le procura un senso di tenerezza, per via della sua lotta romantica con la morte e con il tempo – la lotta che lei ora sta perdendo in maniera più evidente, e quello che canta pure è un figlio, e la madre che è in lei, si strugge per qualcosa che ha in fondo agli occhi, e che lui a qualsiasi madre per prima alla propria, ha accuratamente evitato di dire.

La funzione materna come un dispositivo della lettura del reale, come un domino delle grandezze interne, come il vento forte che all’improvviso toglie le foglie rosse, e rimane l’ossatura dei rami, lo scheletro delle forze reali, la gentilezza necessaria che procura l’evidenza.

(D’estate invece, la donna intravede nella spaccatura di un muro di cinta, un enorme cipresso, di considerevole altezza, su cui si arrampica fino alla cima, un’opulenta bouganvillea, violacea e sontuosa. Che pianta il cipresso! – pensa sempre la signora – una bestia che sorveglia i morti ma che non sembra morire mai, su cui si possono arrampicare i figli di tutte le specie, e non si scalfisce, ma fa a tempo a vederli trionfare o ad aiutarli quando cominciano a ingiallire.

Se fossi quel cipresso pensa la donna, un giorno lontano potrei vedere i miei bambini farsi vecchi, riconoscere i loro capricci nel modo di tornare bizzosi, sincerarmi che qualcuno li aiuti ad alzarsi quando vogliono lasciare la televisione, perdonarli di quei difetti che già oggi li rendono talora sgradevoli, sua figlia che pianta il muso al gestore del ristorante perché non ci sono le fragole, Ossignore pensa, chi la perdonerà se per la rabbia del tempo tornerà così esosa – e non sarà graziosa e piccina come adesso).

Qui.

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