Patologie del sistema immunitario

Dirò qualcosa di provocatorio, qualcuno lo troverà condivisibile, altri ne saranno irritati. Ma trovo un filo che unisce diverse questioni del dibattito pubblico degli ultimi anni: questioni molto lontane tra loro quali: la legge sui vaccini, la limitrofa questione di Stamina, ma anche il lontano dibattito sulla fecondazione eterologa, ma anche l’altrettanto lontano rigoglio polemico ogni volta che qualsiasi istituzione si arrivi a ricordare della legge Mancino, come è successo recentemente con il giornalista di Libero Filippo Facci sospeso per due mesi dall’ordine dei giornalisti per aver istigato all’odio contro l’Islam in un suo pezzo per il quotidiano.
Il filo che attraversa queste vicende, per me è una sorta di patologia della democrazia, una malattia che minaccia gravemente il suo sistema immunitario il cui scopo permanente è quello di sabotare i meccanismi che la garantiscono. La patologia trasversale passa infatti dal disconoscimento ambito per ambito di tutti i dispositivi di sicurezza, che passano – anche in senso molto lato, potremmo dire simbolico – per le logiche di rappresentanza.

La democrazia di un paese popoloso, deve essere infatti sempre un’oligarchia. Si è tanti le cose da sapere devono essere tante,  gli obbiettivi molteplici e spesso l’un contro l’altro armati. Occorre quindi essere rappresentati, con un pensiero al numero e uno alla competenza. In questo orizzonte di senso: la scienza ufficiale – ossia la scienza che dialoga tra riviste scientifiche, università istituti di ricerca e ohibò ricerca privata finanziata da case farmaceutiche o agenzie assicurative – è quella che rappresenta e difende i nostri diritti di cittadini ad essere tutelati nel corpo – ma potremmo allargare il campo anche nella vita per esempio per tutto quel che pertiene inquinamento, fenomeni atmosferici, geologici e quant’altro. Un dispositivo della democrazia tradizionale è quello di riconoscere il potere alla competenza, fidandosi dei dispositivi del riconoscimento della competenza. Il dibattito sui vaccini, come fu quello su Stamina disconoscendo i criteri della competenza, rivendicano un sogno di orizzontalità del potere e del sapere che alla fine va a discapito della cittadinanza e crea una seconda oligarchia maligna, che come illustrò bene la triste parabola di Stamina, aveva come scopo l’interesse privato, ma anche io temo, una sorta di fioritura della depressione e dell’impotenza.

Quello che qui mi interessa sottolineare però è che in entrambe quelle vicende, il dispositivo protettivo della macchina democratica che da potere ad alcuni e lo nega ad altri è messo in discussione sulla base di un’ipotetica titolarità di tutti a legiferare in merito. In secondo luogo era messa in discussione nel tentativo pazzo e romantico che nella vita politica e comunitaria non ci debba essere mai nessuno che corra il rischio di perdere. Il sogno dell’assenza di malattie invincibili per Stamina, il desiderio di una percentuale pari allo zero negli effetti collaterali dei vaccini.
Vincere tutto, tutti sempre, vincere tutto tutti sempre, vincere tutto tutti sempre, vincere tutto tutti sempre.
Contro ogni logica dell’esperienza e dello stare al mondo. Contro ogni dolorosa consapevolezza che si raggiunge – non dico a fare il medico ma di solito a campare, per cui di solito si lotta per vincere un po’ il più persone possibile.

Anche i ciclici dibattiti sulla libertà di parola ogni volta che uno stronzo istiga all’odio, ogni volta che c’è un comportamento acclaratamente discriminatorio sul luogo del lavoro, in nome di una democrazia che tutto deve tollerare, mi pare che ignorino bellamente la ratio per cui certi dispositivi sono messi in scena: per esempio il dispositivo di querela, per esempio i codici deontologici degli ordini, o quelle leggi che limitano le prassi che potrebbero sovvertire gli equilibri della democrazia stessa. A me stupisce questa levata di scudi con cui ogni volta si reagisce a fronte di un provvedimento disciplinare, e quando poi viene da destra – con quel muliebre frignare che così poco si addice a uomini che almeno a esser fascistamente tutti di un pezzo ci avevano il vantaggio di essere attraenti – ancora di più. Ci vedo una lettura della democrazia come sogno, come sala giochi dove tutti devono avere il diritto di giocare a pari merito, nella farsesca e postmoderna perdita di consapevolezza per cui se uno dei giochi ammessi è ammazza il nero oppure abbatti il parlamento, forse abbiamo un problema. E il problema è questa idea dello spazio politico per cui: dobbiamo vincere tutto e tutti dobbiamo vincere tutto e tutti, dobbiamo vincere tutto e tutti.
E cioè dobbiamo abolire i ruoli di mediazione istituzionale, o i dispositivi di correzione della macchina pubblica.

Ho messo la questione della fecondazione eterologa, nonostante in termini schiettamente professionali e anche etici e politici sia personalmente perplessa se non addirittura ostile, e nonostante per le grandezze in gioco sia marginale, rispetto agli altri temi, perché mi colpisce in qualche passaggio della discussione una modalità che passa per il dobbiamo vincere tutto e tutti, una sorta di non tolleranza alla possibilità del negativo storico, una fatica a pensare l’amministrazione del problema del negativo in termini che non siano assoluti – non la deve fare nessuno. Mi sono detta, per esempio, meno male che non è al centro del dibattito il tema delle adozioni, perché per esempio l’ordine di argomentazioni ostili all’adozione potrebbero essere parallele e concordanti – io come clinico non posso fare a meno di considerare quanta quota di problematicità porta l’esperienza dell’adozione, eppure non mi sognerei mai di essere ostile giuridicamente a questa prassi, che anzi in Italia mi pare vigliaccamente osteggiata tramite lungaggini e inefficienze che slatentizzano depressioni e patologie delle coppie accoglienti piuttosto che aiutarle nell’itinerario. Però è una fantasia che a qualcuno potrebbe venire, perché si vuole vincere tutto e tutti tutto e tutti tutto e tutti.

Quello che voglio dire, cioè non è tanto la questione nel merito, perché ognuno di questi argomenti ha diritto a una discussione complessa, e probabilmente a prospettive diverse, e a pareri diversi, dibattiti scambi e proposte di legge. Mi fermo a una sorta di viralità trasversale – che incrocia una storia di esperienza democratica che dimentica i rischi che ha corso, l’informatizzazione e la circolazione in rete di pareri, opinioni, competenze senza che l’utenza abbia sempre i mezzi per decodificarne l’affidabilità, e il sogno di un’orizzontalità che è quasi romantico, doloroso, utopico. Una di quelle cose che porta a modi plebiscitari di considerare l’agire pubblico, e poi si sa dove vanno, i modi plebiscitari.

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2 pensieri su “Patologie del sistema immunitario

  1. Questo fenomeno da lei descritto è forse da ascriversi all’emersione di un prepotente individualismo. Ognuno vuole dire la sua, sempre e comunque. Ognuno vuole avere il suo pubblico, sui social network in particolare. L’impoverimento culturale, unito ad un sostrato già piuttosto scadente, ha fatto il resto, secondo me.

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  2. Buongiorno Costanza, sono uno di quegli utenti che leggono sempre con interesse e non commentano, perché non ritengo di avere le capacità o la formazione per aggiungere contributi significativi alla discussione…e commentare per dire semplicemente che sono d’accordo mi sembra poco utile (anche se magari una parola gentile è sempre piacevole!).
    Ma queste riflessioni sono così pertinenti, e vere…quanto spesso di fronte a certe battaglie e/o prese di posizione penso che alcune persone credono di dover pretendere una società in cui tutto è giusto, sicuro, non si commettono errori (e quindi non esistono né la comprensione né – figurarsi!- il perdono per chi sbaglia)…tutti felici sempre, non si soffre ed il dolore non esiste.
    Sarebbe bello ma forse una delle cose principali che l’età adulta insegna(per i fortunati, poiché tanti lo sperimentano prima) è che il nostro carico di dolore, inutile e senza senso, ce lo portiamo tutti. E da qui partiamo per costruire regole insieme, per migliorare processi e modi di stare in comunità, per cercare di essere felici quando si può…mi sembra oramai la nostra una società di adolescenti in cerca di sicurezze e protezione che deve ritrovare il coraggio e le gambe per camminare da sola…
    grazie per le riflessioni che stimola, sono davvero preziose.
    Francesca

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