Lacrime di coccodrillo

 

Volevo chiedere scusa in cuor mio a Paolo Villaggio tardivamente, e per averlo guardato a lungo con occhi disonesti. Se faccio a tempo anzi, un giorno o l’altro gli vorrei portare anche un fiore sulla tomba, un sorriso, uno sberleffo, una carezza. Scusami scusami scusami. Grazie e scusami.
Negli ultimi anni mi era parso amaro bianco e dispiaciuto, enorme anche e nelle ultime apparizioni televisive come anestetizzato da qualcosa, appassito, confuso. Ci avevo già fatto pace, devo dire, e pure parecchi anni fa, quando un mio caro amico mi aveva portato a vederlo a teatro, forse per via di un abbonamento non ricordo, fece un Avaro di Moliere al Teatro Argentina, semplicemente titanico. Io scoprii un mondo, e capii tardivamente che a detestarlo per tutti gli anni della mia velleitaria carriera di intellettuale, non ci avevo capito un cazzo. Mi vergognai ricordo, un bel po’. Forse questo mio amico aveva anche provato a dirmi nel foyeur del teatro che Fantozzi, e tutto Villaggio avevano delle cose interessanti da dire, e io dovetti risultare arrogante e confusa, come ero spesso in quegli anni. Poi mi ricordo che in quella interpretazione lui riuscì a mettere il dito nel tragico, e anche in una lettura magica, e persecutoria e feroce di quella commedia. Fu terribile ricordo – certo merito anche di una grande regia, e un ottima scelta di illuminazione – bluastra, livida lunare – ma ricordo che pensai che quell’attore per rendere quella scena, doveva avere un’intimità con aspetti torbidi, persecutori, maligni dell’esistenza che io gli avevo sempre negato.
Deficiente. Deficiente. Deficiente.

Avevo visto diversi film di Fantozzi, che per una persona della mia generazione era una sorta di obbligo sociale. Fantozzi era una delle monete culturali che univano ogni volta dei piani generazionali. Un’altra per esempio sarebbero stati i film Amici miei primo secondo e terzo. Altri ancora erano certi cantanti. L’effetto catartico che però aveva Fantozzi per la maggior parte degli italiani non era garantito da nessuno: Fantozzi era guardato dai più nei termini di un ridere di, e non di un ridere con. Forse parte integrante di quelle sceneggiature era la doppia valenza per cui, qualche spettatore davvero sofisticato riusciva a sopportare le conseguenze teoriche, l’idea di umano che tutta l’epopea del ragioniere trasmetteva, ma ecco, la maggior parte e forse, la maggior parte di noi coetanei borghesi e con la bocca sporca di latte, era grata al ragionier Fantozzi perché legittimava i più bassi istinti discriminatori, fortemente classisti, elitari. Tutti ridevano, perché si sentivano più fichi del Ragionier Fantozzi, ridevano perché lui era lo Sfigato di cui ridere, il non loro servile, respjnto, non amato, espulso, che loro si credevano – devo dire con cinismo in qualche caso clamorosamente a torto – che non li avrebbe mai riguardati. E io odiavo Fantozzi perché mi pareva, idiozia suprema che questo fosse il senso dei suoi film. Mettevo addosso a Villaggio lo sguardo della maggior parte degli stronzi, che non avevano il coraggio di farsi carico di quello che diceva.

Si rideva molto ricordo per esempio – unico momento in cui ci si sentiva di potersi identificare con il Ragionier Fantozzi – al pensiero della cagata pazzesca della Corazzata Potiomkin. Piaceva da pazzi l’idea anarchica e iconoclasta di uno che abbatte un mostro sacro quando, la questione di fondo non era abbattere tutto ciò che colto, ma abbattere quelle ridondanze della cultura che non portano da nessuna parte e che hanno fottuto la sinistra di questo paese intellettuale e non solo. Anche qui: vent’anni dopo, per la mia tesi di laurea in psicologia mi sarei imbattuta sui pipponi infernali, a proposito della carrozzina per le scale. Sulle teoresi delle teoresi delle teoresi. Fantozzi mi sarebbe tornato in mente, con sprazzi di gratitudine.

 

Io per parte mia ero stata di quelle ragazze giovani, che non reggono la dignità del cinismo, e si difendono con l’istinto materno. Devo dire, sono stata a lungo questo tipo di sguardo e vedo che ogni tanto torna, come un’ondata. Ma anche quel modo per cui – non reggevo Fantozzi, mi dispiaceva troppo, mi faceva piangere, mi indignava che se ne ridesse, e mi indignava pure Villaggio (te l’ho detto, scusami) mi faceva perdere di vista qualcosa, di poetico, di narrativo di importante.
Eppure non era solo colpa mia. Intorno a Fantozzi succedeva questo: quelli che ridevano di quello che tzk non erano, quelle che compiangevano quello che tzk non erano, gli intellettuali che spesso ne prendevano vergognose distanze. Forse a destra, qualche mente particolarmente brillante si decideva a coglierne il genio. Poca cosa.

Il fatto è che per una decisione voluta, forse con una precisa intenzione etica estetica e politica, niente di quello che ruotava intorno a Villaggio doveva essere in primo luogo decodificato come bello, polisemico, e orrore – profondo. I titoli di testa e i titoli di coda rinviavano a una smandrappata levità con il Font della grafica imparentato con i Film di Lory Del Santo, e la qualità della pellicola dubbia. Forse anche film poveri, di bassa pretesa, con tutto un cotè da narrativa popolare – questo, il vero specchietto per le allodole, in cui a file intere di centurioni spettatori sono caduti. Fantozzi, che era la chiave di un mondo ingegnoso e bellissimo, e fantasioso, a tratti nel senso del surreale diretto derivato di certi racconti di Buzzati – il direttore megagalattico di qua, le poltrone di pelle umana di la, e ora mi ricordo che cito sempre nel mio parlare, la meravigliosa “nuvola di Fantozzi” che mi ricorda certe storielle yiddisch alla rovescia, per cui niente, in gita pioveva solo in testa a Fantozzi, ecco tutte queste cose meravigliose e narrative, non erano indicate come estetiche, e bellissime, con i trucchi che la regia sa trovare per dirti come qualificare ciò che vedi, ma rese, operazione tragica nel tragico, banali, dozzinali, qualunque – un film di cassetta come un altro. Non si correva il rischio di apparire eruditi segaioli.

 

Mi ricordo infine il feroce sarcasmo con cui disse, in una serata da Paolo Rossi – diventerai famoso quando sarai morto. Solo da morto ti riconosceranno il tuo genio.Paolo scusaci davvero. Per buona parte è stata colpa nostra.
Non tutta.

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