Scuola di danza

 

A sentire i rumori nella stanza, prima ancora di vedere i corpi non veniva proprio il pensiero della grazia, ma anzi rimbombava sull’assito del pavimento, la goffa permanenza nell’infanzia, tonfi, risate, ma anche riverberi di prime ambizioni. Il brusio da controcanto per i tre tempi che preludevano al quarto in cui, quella procace come una Carmen ottocentesca, si provava a fare la spaccata nell’aria, e riatterrava, fiera e troppo sensuale, per quella caserma dell’ascesi.

S’andava a scuola di danza un’ora prima dell’inizio del corso, con i capelli asserragliati nella crocchia, un’odissea di mollette nella testa, qualcuna anche del gel feroce ea domare un’anarchia contro culturale, le calze rosa e il body scuro. Le più grandi, le sopravvissute, le ambiziose, e qualche volta bravissime e bellissime, avevano pure un tutù vecchio da portare arrotolato ai fianchi, un vezzo di dimestichezza estrema con il palcoscenico che era meglio di una medaglia al valore militare, la prova di una prossimità persino emotiva, di una familiarità che sfiora nella routine con l’estetica teatrale.

Alle altre rimanevano i calzerotti, nel gergo del luogo e del tempo, i galloni della fatica quotidiana, la prova di un essere dentro, di un duro allenamento, da lasciar scendere dalla gamba alla caviglia, a dimostrazione di tentativi, tentativi, tentativi di esatta mollezza.
Si stava attaccate alla sbarra e si lasciavano ciondolare le gambe come compassi rotti, e poi certo, pure la schiena come un nastro di raso che scivola per terra con le mani.
Si aspettava la maestra di danza.

(Non erano tutte predestinate. Alcune erano escluse per l’ingratitudine di corpi troppo immanenti, altre per evidenti chiamate del godimento, certe ancora perché funestate da una proibizione nevrotica al piacere del corpo, al suo uso. La combinazione magica era in un precoce contatto interno con il dire delle cose senza parlare, insieme a una importante venatura ossessiva, con l’ambizione, e infine per le elette da Dio con un tipo specifico di sensualità, di femminino che in quel mondo si chiama talento. Ne ricordo poche, io non ero nessuna di loro –essendo goffa, ontologicamente ciarliera, robusta pigra e anche bizantina. Ma una certa Greta col collo e il modo di tenere le mani tipico dei cigni, a quindici anni volò alla Scala, e di li a Mosca. Tutte annuimmo con un grave cenno del capo.)

Quando la maestra poi arrivava, era tutto uno sbattere d’ali verso i confini della stanza, un assumere posizioni compite e corrette, ci si distribuiva lungo la sbarra, la maestra al centro, con lo specchio enorme alle spalle, la nostra coscienza infelice. Era una scuola modesta, non si disponeva di pianista, c’era un piccolo registratore. La maestra lo accendeva e faceva vedere l’esercizio. Esercizio questo primo, come il secondo, il terzo e il quarto, di apparente semplicità, e per il profano, forse di considerevole noia, e scarsa fatica. La danza è prima di tutto una questione di parossismi interni, di tensioni estreme in stato di fermezza, di movimento controllato dopo la soglia dell’angoscia. La maestra metteva musiche gentili e graziuose, cose sull’orlo di un punto croce, giri da vecchine con il tè delle cinque, a cui noi obbedivamo come soldati di trincea, mentre lei sberciava come un caporale di provincia, brandendo il bastone e colpendo le schiene e le gambe. Le gocce di sudore scendevano.
I padri questa cosa – non l’avrebbero mai capita.

(La maestra di danza mi guardava di rado, e mi regalava carezze meccaniche con estrema parsimonia. Apprezzava soltanto un certo mio modo di tenere il collo del piede,  e forse era il suo minimo sindacale per potersi dire che m’aveva incoraggiata. Mi vedeva come non mi vedevo io ancora. Bambina prima, e adolescente poi, io mi ricordo di me come di un animaletto insignificante e poco efficace – ma lei credo che indovinasse, certe connotazioni che mi sarebbero uscite da grande – forse in me vedeva i segni di mia madre e di mia nonna, in effetti prime cittadine di altri mondi. E forse ora che ci penso, altre cose che cominciavano a germogliare già allora.

Perché per esempio, le mie compagne, osannavano la maestra di danza, di cui io invece già allora, coglievo distintamente la piega infelice della bocca, e tutto un romanzo ingiusto che l’aveva resa ostile alle cose. Era una donna minuta e piacevole, eccessivamente esile direbbero le mie competenze di oggi, ma soprattutto una donna che faceva fatica a prendersi il diritto a quel secondo tipo di erotismo che è prima di tutto l’atto di ballare. Mi accorgevo che anzi, in tutte le occasioni importanti della vita aveva sempre esitato prima di afferrare il godimento, mentre tutti intorno a lei – in primo luogo la scintillante sorella – fioriva senza ritegno. Morì giovane, troppo triste, forse con meno gentilezza di quanta ne avrebbe meritata)

La sbarra durava a lungo, in un crescendo di epos e stacanovismo che non aveva uguali. Se ne emergeva sfiancate e alcune, particolarmente pronte – all’atto della danza vero e proprio. Si cambiavano le scarpe, si intingevano nella pece, qualcuna già sognava di guadagnare l’uscita, io ero divisa tra la convinzione di imparare qualcosa di meraviglioso (che mi è rimasta) e d quella di fare qualcosa di assolutamente incongruo con ogni parte di me (che mi è rimasta). Già un po’ antropologa, guardavo le mie compagne ai lati della stanza, muovere le zampe nervose e i colli lunghi come puledri stretti nel recinto. Io speravo in un arabesque e un divano.

La maestra di danza ne avrebbe chiamata una ad una per fare per esempio delle piroette in diagonale, nella feroce celebrazione del darwinismo sociale del talento. La figlia della merciaia sarebbe caduta senza riscatto, la nipote del rabbino sarebbe stata punita per la sua rigidità, Costanza insomma insomma, poi veniva questa Francesca, volteggiava come una libellula, tutte si concedevano un sorriso.
Nessuna però,si poteva accasciare sulla terra, grande nemica di questa astrazione carnale.

 

Nella sua pedissequità – qui

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