Mitzvà

 

 

(Ho scritto questo racconto oramai, molti anni fa, ci sono molto molto affezionata, riguarda la mia prima analisi, la morte del mio primo analista e maestro Gian Franco Tedeschi a cui devo molto, e l’acquisizione importante per me del desiderio di fare lo stesso lavoro. E’ stato anche un racconto importante per la mia sicurezza personale,  perché fu leggendo questo racconto che Luigi Aurigemma mi diede la sua benedizione, e si decise a prendermi sul serio, prima di questo racconto – ogni volta che tentavo con lui di parlare di lavoro, di pazienti, di clinica e di Jung, scartava sempre, andava altrove. Quando invece fu pubblicato, su “La Rivista di Psicologia Analitica” lui ebbe l’onestà intellettuale di scrivermi una lettera, e dirsi che si era sbagliato, per via forse della mia giovinezza, quando questo probabilmente è un mestiere per vecchi. Cominciò un nuovo corso.
Un caro saluto allora ai miei vecchi, che mi mancano tanto)

 

Il giornale rimasto aperto minacciava di volare via, io lo tenevo sulla pietra del parapetto coi pugni stretti, avevo la sinagoga alle spalle e dicevo se mi mettessi a piangere adesso direbbero tutti che è tanto salutare anche se di cattivo gusto e allora come faccio a piangere che sono anche così malvestita oggi, eppure li’ sul giornale c’è scritta questa cosa, questa cosa della morte e insomma, mi sembra il minimo piangere.
Ma vedete che è una cosa imbarazzantissima piangere malvesititi per la morte del proprio analista. Avere trent’anni, aver smesso di fumare pensandoci ancora troppo spesso, avere un fidanzato ancora da troppo poco tempo, avere un lavoro ma non si sa se ti fanno il contratto, insomma essere alle soglie della normalità occidentale piangendo il proprio analista in più per strada e in più con una maglietta troppo larga è veramente un’esperienza difficile.

Lo studio era un’icona. Certi ebrei e certi antisemiti concordano sull’aspetto delle cose e discordano sugli aggettivi da affiancarci. Nello studio c’era poca luce e sembrava che fossero le foto in bianco e nero a mangiarsela oppure la stanchezza degli scaffali. Sul pavimento c’era un vecchio parquet di listarelle che saltavano e sopra i tappeti lisi, (lui ci inciampava sempre e io dicevo oddio ora mi casca addosso che imbarazzo trovarmi con uno junghiano in braccio… e però no, non è mai cascato). C’era un tavolo vecchio con sopra souvenir di saggezze svariate buddha di giada, dee dalle cento braccia, alberi di pipe e in un angolo quello che valeva di più, una menorah proprio cheap, una menorah da motel che pure col tempo vedevo lui accarezzarla piano, in momenti di profonda ispirazione. E poi c’erano un mucchio di altre cose e tutte insieme facevano di quello studio una spelonca di saggio, e c’era un’appiccicosa aria talmudica e tutto era quello che si pensa quando si pensa a un vecchio ebreo, con stima o disprezzo secondo gli occhi di cui si dispone.

Alla fine mi sono messa a piangere forte. Ho avuto anche un ultimo pensiero fortemente semita e forsanche vagamente nevrotico, in cui mi dicevo con tutti i soldi che ho speso in terapia se non piango alla morte del mio analista segno che non sono brava negli investimenti, devo piangere se non altro per patrocinare la causa. A pensarci ho cominciato a piangere sapendo che io e il mio analista avremmo riso di gusto di questa considerazione. E ora mi rendo conto di quanto sia fortissimamente commovente, di quanto sia un grimaldello di lacrime, ricordarsi quando si ride insieme a una persona.
A quel punto proprio mi sono abbandonata alla disperazione nera, era mattina, una mattina calda di estate caldissima, una mattina di luglio ancora piena di macchine e persone, io volevo andare a un funerale ma non avevo fatto in tempo.

La casa stava in un bel quartiere di alberi, glicini, portieri in livrea. Come ho appreso in seguito mediante frequentazione di nevrotici di diversa risma e credo religioso, si trattava di un quartiere ad altissima densità di psicoanalisti. Immaginavo gli psicoanalisti incontrarsi dal giornalaio a scambiarsi facezie psicoanalitiche, di coloritura diversa a seconda la scuola di appartenenza – junghiani e freudiani guardarsi amabilmente tacciandosi di nevrosi l’un l’altro, vuoi per l’eccessivo tasso di materialismo vuoi per l’inflazione di spiritualismo. Mi immaginavo allora questi nuvolosi signori distinti, quello colla barba l’altro colla pipa, scambiare sorrisi autocoscienti, e già nella mia immaginazione provavo una stima infinita per quel dosaggio del sorriso, che se non ridi passi per maniaco depressivo ma se ridi sempre, sono guai. Immaginavo che compravano tutti il corriere della sera. Perché mi dicevo, gli psicoanalisti sono persone intelligenti mica possono votare a destra, d’altra parte se votano rifondazione è segno che il loro training non ha avuto l’esito sperato.

Mentre piangevo a dirotto arriva una coppia di premurosi turisti ispanici, una signora con un ragazzino. La signora parlava italiano e chiedeva cosa è successo? Per un po’ la mano sulla spalla mi è sembrata una cosa così ovvia che non ci ho fatto caso poi ho messo a fuoco sul cappelletto colla visiera di plastica, la canotta verde acqua, gli occhiali da sole blu cobalto. E poi ho visto pure il bambino e tutti e due mi guardavano solerti e interrogativi. Allora la mano sulla spalla mi è sembrata assolutamente poco ovvia e anche imbarazzante. Ringraziai la signora che ora guardava gli annunci funebri. Dissi che si, era mancata una persona cara. Poi sorrisi un po’ forzatamente ma in modo da esortarla ad andarsene. E allora la signora diede un colpettino e se andò col ragazzino e io piegai il giornale e guardai la sinagoga. La sinagoga rimase muta.

Quando parlava sputava e faceva anche delle smorfie strane. Mi avevano avvertita di questa cosa. Aveva nel volto qualcosa di infantile e un naso piccolo un naso di un altro, forse un’ipotesi di naso. Camminava a passi piccolissimi. Aveva gesti lenti invece, una segreta malattia, uno scacco della natura che lo costringeva a calcolare le mosse, a combattere con delle forze oscure, per prendere una penna per esempio, come se un diavolo gli volesse tenere la mano lontana dal portapenne. Ma vedevo che aveva imparato una strategica pazienza, e allora aspettavo silenziosamente la fine di quelle lotte minimaliste. Portava le bretelle, come piccola concessione glamour alla caducità della civetteria e aveva una moglie e due figlie, che io spiavo avida nei ritratti sulla scrivania. Sembravano tutte belle, tutte sorridenti, e io cercavo nelle foto qualche traccia di umanità, magari un difetto, magari una promessa.

Arrotolai il giornale piano e lo misi nella borsa di stoffa. Rimasi a guardare il fiume a mettere a fuoco le cose. I platani dall’altra parte. Un tizio con un cane sotto il guinzaglio che penzola. Gabbiani col becco grosso.

Mi mettevo sulla poltrona di pelle vecchiotta. Raccontavo delle cose, raccontavo dei sogni. Facevo quasi sogni su commissione. Ci andavo due volte a settimana e se si avvicinava la seduta e io non avevo sbrigato neanche un po’ di lavoro onirico mi sentivo in colpa. Ma sognavo Certo non facevo quei bei sogni junghiani di cui si parla nella letteraura specializzata. I pazienti di analisti junghiani sognano cose meravigliose archetipiche e fiabesche, sognano vecchie streghe, urobori, quadrati e mandala. Io facevo sogni caserecci, magari anche ridanciani. Ho pensato che facevo dei sogni freudiani magari corretti dalla cultura cinematografica. Per esempio sognavo di andare a sciare con Fantozzi, oppure sognavo di essere con Walter Matthau nel letto di mia madre. Poi le raccontavo a lui. Era come un gioco. Io raccontavo il sogno, lui se lo beveva piano ad occhi chiusi, se lo assaporava. Io intanto attendevo. Studiavo le rughe e poi venivano le domande e mentre si parlava il sogno si trasformava in qualcosa d’altro, prodigio dell’ermeneutica.
Spesso mi portavo il sogno trasformato appresso per tutta la giornata. Come una specie di amuleto, oppure come una specie di piccolo dizionario. Poi la sera a casa, l’avrei lasciato in uno scaffale, insieme ad altri sogni trasformati e così mi mettevo insieme la mia piccola enciclopedia onirica che sapevo mi sarebbe tornata utile.

Guardavo ancora: la sponda del fiume, il bianco del lastricato, il verde confuso dell’acqua. Due figure piccole che litigano sul margine dell’isola. Lei incrocia le braccia, sbuffa, ha un’aria impettita. Lui si è fatto lontano sembra che voglia dare calci ai sassi, ma non ce ne sono. Sono due ragazzini, 16 anni, dovevano essere a scuola, mi sa.

Alla fine della seduta con un bel sorriso mi regalava sempre qualche massima taoista. Buttava questi sassi nello stagno del mio inconscio, mentre le acque consce del mio razionalismo si indispettivano. Diceva cose tipo “Se un cavallo torna vuol dire che è tuo” “Non si può camminare sempre sulla punta delle zampe” e via con metafore concernenti galline e polli. Nei momenti di crisi galoppante, quando arrivavo alla seduta attanagliata da angosce fidanzatesche, angosce familiari angosce ancestrali mi diceva “ascolta il tuo tao”. Questa qui mi piaceva molto. C’erano mattine che l’angoscia mi legava in uno stato fuori del giorno, come prima del tempo. La vita mi si ammassava davanti, tutta insieme e forte e spaventosa. Allora dicevo “ascolta il tuo tao”. Il che di per se già mi distraeva essendo che stavo pagando uno per trovarlo, il tao. Ma mi portava via dall’angoscia e mi metteva alla ricerca di qualcosa più dentro e più sano, della paura. E poi mi alzavo. Per oscure alchimie delle faccende psichiche “ascolta il tuo tao”, funzionava. Bisogna dire che il mio Tao come si è scoperto in seguito non aveva proprio la forma sperata dal mio analista. Il mio analista voleva che in fondo al cuore ci trovassi una sbriluccicante stella a sei punte, e a questo fine talora mi suggeriva speranzoso: “si legga un po’ di salmi”. Ma non è riuscito a lenire la mia allergia per l’ortodossia ebraica. Tuttavia, per mantenermi vivo il senso dell’origine, ogni tanto chiudeva la seduta con una storiella yddisch sempre a proposito naturalmente, in modo da appagare le acque razionali del mio io e allo stesso tempo facendo l’occhiolino al mio tao, come a dirmi che se ora ridevo segno che dalla mia storia non scappavo.

Ora lei si è girata. Dice qualcosa e si allontana. Lui rimane fermo. Lei se ne va proprio via. Lui torna indietro. Vorrei far notare loro che sono un’isola anche piccolina e, presumibilmente, si incontreranno dall’altra parte.

Oltre al fatto che ero raonevolmente folle, ero approdata nel suo studio perché un giorno avrei voluto fare il suo stesso mestiere. Questo di per se è un segno di squilibrio psichico, a rifletterci è anche piuttosto evidente. Uno deve studiare tipo dieci anni, farsi torturare pagando per altrettanti per poi ottenere di stare in una stanza con delle persone sovente tristi, per molto tempo. Un mestiere per cui uno si fa pagare per essere intristito.
Forse era il fascino che su di me esercitava la categoria. Un mestiere così è un ventaglio per i salotti antichi, un’etichetta per i vini d’annata. Forse era l’idea dello studio, i libri il lettino. Forse il limpido sapore della gratitudine. Forse il segreto dominio sui pensieri per un’ora, la possibilità per un momento di mettere i guanti e toccare piano senza che si rompano i sogni degli altri, metterli in controluce e guardarne i colori.

Però io studiavo filosofia. e dicevo che me ne faccio di Platone, se non aiuto qualcheduno a ricordarsi quello che ha visto. Magari se se lo ricorda lui, me lo ricordo pure io.

Spostai lo sguardo sul parapetto. Fissai per un po’ le macchioline della pietra. Nere, bianche, grigie, ocra in certi punti. Le macchine sembravano più lontane ora. Era molto malato, era anziano, non sono andata al funerale, era legittimo andare al funerale che diritto ho io di andare al funerale io ero l’allieva prediletta la paziente preferita, che tanto quando si parla di psicoanalisti non è che cambi tanto una o l’altra cosa. Ma il funerale è già finito.

Mi avevano detto che l’analisi era una cosa dolorosa. Uno mi aveva detto: un sentiero di spine, l’altro una strada di cocci. E nelle sedute io diligentemente cercavo di pestarli i cocci, in cerca di sane sofferenze catartiche. Per la verità chi va in analisi nei cocci ci dorme e magari li per li non è che facesse tutta questa differenza… e poi certi cocci, a guardarli bene non sono neanche così male. Di certi cocci sono rimasta gelosa e me li sono tenuti per me.

Vero che c’erano volte in cui io arrivavo li, mi sedevo tutta di buon umore con tutt’un sacchetto di leccornie psicoanalitiche tipo lite colla madre, sogno di transfert magari addirittura con un rabbino capo, magari con un pezzo di ghetto di Venezia, che se proprio devo sognare ghetti sogno sempre quello di Venezia come mai non si sa, cioè si sa mio padre, è di Venezia. E allora insomma c’era un bel daffare e dire e stare zitti insomma erano sedute di parole e silenzi proficui e poi me ne andavo e lui mi aveva dato la mano, un sorriso pure, una qualche massima di gru per esempio, che lao tze le gru le teneva in gran conto, sono animali da metafora le gru, e io che gru non ero per niente uscivo e finiva che piangevo. Che certe volte i sogni ridisegnati sembravano condanne senza appello. E mi doleva dover sospendere le mie velleità per essere solo e solo paziente. Quello lo so era il mio coccio preferito. Mi ci tagliavo, e allora lo rigiravo lo smussavo. Ma pure, è sempre stato quello che mi ha detto la strada da fare.

Formiche, che portano briciole di pane in una frattura di pietra. Metto un dito prima della frattura. La formica cerca un varco, prima si sposta a destra, poi a sinistra, sempre col peso della briciola. Io intanto ricordo queste cose, e dico che tutto è andato come doveva.

Col tempo le mie velleità psicoanalitiche ottennero maggior credito. Ma fu un processo lento.
Al mio analista piaceva avermi come allieva. Avevo un sacco dei connotati giusti, studi filosofici, famiglia intellettuale, e persino lo shabbat da riscoprire. Ma era onesto e sapeva che un buon analista oltre tutte queste belle cose deve avere anche una preziosa inguaribilità, qualcosa magari di minuscolo, di ridotto all’osso, un piccolo diamante che punge e che vede. Forse voleva essere abbastanza bravo e togliermi persino il piccolo diamante, il più brillante dei cocci e sapevo che dentro oscillava tra l’orgoglio per il nuovo adepto, e un sottile dispiacere, per quella spina troppo preziosa.

D’altra parte per giuramento professionale era obbligato a dare credito ai sogni più che alle coscienze.

Lascio passare la formica. In fondo, questa formica mi pare coraggiosa a fare questo viaggio sull’orlo del parapetto. Non è una formica qualsiasi, di quelle che vivacchiano in basso negli angoli protetti dalle erbacce, questa è una formica particolare, fa avanti e indietro tutto il giorno lungo la linea dell’orizzonte.

Quindi mi iscrissi a psicologia. E cominciai a leggere le cose che volevo leggere. Leggevo gli eroi dell’oligarchia junghiana, ma ho sempre manifestato una malsana preferenza per l’arrabbiata bratacomiomachia freudiana. I libri da leggere erano decisi a fine di certe sedute, in conclusione di certi sogni, come se ora, alla piccola enciclopedia onirica, potessi metterci le note. E poi se ne discuteva insieme, e si diceva che io tutte quelle cose dovevo scriverle e io, non le scrivevo mai.
E intanto il mio analista si ammalava. Non lo vedevo che si ammalava. Cominciò a farsi trovare seduto, anziché raggiungermi nello studio. Anticipò l’orario della visita perché diceva, nel pomeriggio sono troppo stanco. Certe volte, la malignità della malattia gli rendeva difficile la parola. E cominciò a permettere che accadessero certe cose, come se fossero un ultimo lusso prima di un destino che cominciava a farsi sbirciare. Prendevamo il caffè, il tempo della seduta si allungava.
Ma a me lui sembrava sempre lo stesso, enorme, incrollabile, forte, iperuranico. Transfert, direbbero.

Mi accorsi che la formica conosceva la strada, che percorreva sicura un sentiero invisibile, avanti e indietro dalla crepa nella pietra fino al cibo dimenticato da qualcuno. Mi ipnotizzava guardare questo diligente andare e venire tra il cielo e il fiume.

Imparai il suo modo di lavorare, imparai la sua testa, le sue domande, i suoi witz. Ora portavo sogni dipanati come matasse e quando mi capitavano occasioni di scacco avevo la sua testa a disposizione, sapevo sempre cosa mi avrebbe detto. E mi acciambellavo nella comoda culla della allieva preferita. Mi ha sfiorato il sospetto qualche volta, che un bravo analista ha solo figli unici. ma questo senso di figlia prediletta mi rimaneva addosso, e io mi ci stringevo come a una coperta. Ci rendevamo conto entrambi che la strada era finita e che io dovevo andare a imparare qualcos’altro. Ma esitavamo sulla soglia. Come certe cene tra amici: tutta la sera per parlare di quella cosa e non si capisce mai se ora la questione è importante o pretestuosa, se è perché davvero che quel libro va letto, o è per via del freddo fuori del portone.
O chi sa, forse al padrone di casa non va la notte che sta per arrivare.

Due giorni prima avevo atteso a lungo fuori della stanza. In quegli ultimi tempi addirittura era a letto. Parlava poco e io andavo lo stesso. Lo stavo accompagnando da qualche parte e non me ne accorgevo. Io raccontavo le mie ultime novità le mie ultime riflessioni i miei ultimi studi. Raccontavo di libri e di sogni e lui ascoltava mentre illustravo come avevo imparato a sbrigliare le matasse. Sorrideva con sforzo e rimaneva immobile. Ma io avevo giorni buoni e lui era contento. In quegli ultimi giorni, mostravo il lato luminoso del brillante.
La sua stanza intanto, mi sembrava sempre più vuota. Mi sembrava che ci fosse solo lui e basta.

Le cose nella mia borsa. Chiavi di casa, agenda, un rossetto, un fazzoletto, un libro -di quelli che fanno ridere, un penna, della carta.

Aspettavo nel salone. Qualcosa ho capito e ho cominciato a mangiarmi avida tutte le cose che vedevo. Tutti i pezzi di anima che ci sono nella casa di una vita. I nomi sulle custodie dei cd, il graffio sullo sgabello del pianoforte, il grigiastro di candele mai usate. Un gruppo di libri in un angolo, nomi di oligarchie dignitose e remote. Mi sedetti dentro ognuna delle fotografie, dentro a viaggi compiuti, tra i testimoni del suo matrimonio, alla laurea della figlia. Toccai i posacenere d’argento, la scatola del tabacco le bottiglie per gli alcolici.

Poi mi hanno detto che questa volta davvero era meglio che me ne andassi.

 

Mi sono alla fine ripresa lo sguardo e le mani, mi sono accartocciata le mie cose e ho visto che era una di quelle giornate in cui Roma è piena di cielo. Non come certe ore in cui l’aria si inspessisce grigia sui tetti e si fa cosa dolorosa.
Ma era una mattina di cielo grande e alto e luminoso, che le chiese possono stendere i campanili, le case i tetti e si può camminare piano.

 

 

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