Memorie di una lettrice perbene. Su “l’amica geniale” di Elena Ferrante

 

Ho un ricordo distinto legato all’ingresso nel piacere di leggere. Ero in treno dovevo avere circa tredici anni, e andavo a Torino, uno dei miei primi viaggi da sola. Leggevo i Miserabili, ed ero arrivata a quel punto in cui Javert deve fare i conti, con il fatto che Jean Valjean l’ha salvato. Quel passaggio, mi commosse terribilmente e mi ritrovai da sola a piangere calde lacrime nello scompartimento. Il controllore arrivò e mi interrogò preoccupato. E io mi trovai a capire e a spiegare che stavo piangendo per via di un libro, per via di Victor Hugo, e neanche per un passaggio romantico o sentimentale, anche se – e questo ci doveva entrare molto, i Miserabili è davvero un romanzone romantico e sentimentale – tuttavia piangevo per l’acquisizione del grigio, dell’ambivalenza, della dolorosa confusione sul piano morale. Mi ero immedesimata nel povero quanto cattivo Javert, di cui era evidente la buona fede, e la stolida, forse, adesione a un codice etico che ora si dimostrava inaffidabile e traditore. Ma certo, piangevo anche perché ero intrisa dell’atmosfera e del romanzo, della Francia del tempo e piangevo perché mi ero affezionata a dei personaggi mitici, la piccola Cosette, ma anche a quelle vie, a quelle case – a quelle barricate.
Imparai allora una prima regola del buon lettore, secondo cui, quando trovi un romanzo che ti piace molto, ed è molto lungo, hai trovato un posto dove sei felice a cui sei grato perché ti ci puoi accomodare.

Quel tipo di commozione, quel tipo di piacere puerile non è poi stata una costante nella lettura, ed è tornato solo a tratti, non sempre in corrispondenza di prodotti di grande qualità, ai quali invece è spesso corrisposto un godimento diverso più meditato: si cresce, e si comincia a chiedere ai libri anche altre cose, le quali raramente si presentano tutte insieme. Spesso ho ragionato su questo insieme di richieste, o almeno sulle mie, lettrice forte e discretamente esigente. Io so di fare delle richieste agli scrittori che incontro, diciamo ad altezze diverse: una prima altezza riguarda la pasta del linguaggio, una seconda altezza, riguarda l’invenzione di un mondo che non c’è , una terza altezza la comprensione di un mondo che c’è, una quarta altezza riguarda – un tentativo di visione del mondo. Vuol dire che come lettrice forte, chiedo agli scrittori: di lavorare sulla qualità della loro prosa, e quindi di restituirmi una prosa mediata, e lavorata, di decodificarmi realtà che mi sono vicine oppure lontane (e qui quindi rientra la qualità anche della descrizione di luoghi e personaggi) di inventarsi un recipiente, un’atmosfera, un contesto, un mondo, e nei casi più fortunati di intessere la propria scrittura di un tentativo di pensiero del mondo, ossia – un tentativo sotterraneo di dire qualcosa di filosofico, tramite una trama: un tempo si diceva una weltanshauung. Nel mio approccio forse dilettantesco del pensare alla letteratura, sicuramente cioè extra accademico, un autore eccezionale è un autore che satura tutte queste grandezze, un grande autore è uno che riesce nella maggior parte di esse.
Quando ho cominciato a leggere l’amica geniale, ho in primo luogo ripensato al mio rapporto con Victor Hugo, al tipo di piacere che mi aveva dato lo stare dentro ai Miserabili – con cui ha davvero tanti contatti in termini di contenuti e di struttura: la struttura del feuilletton, la vicenda di un bildungsroman nei termini di un’ascesa sociale dalla miseria alla nobiltà, la storia di un individuo e di una serie di relazioni come occasione per parlare della storia di un paese, la Francia di allora come la Napoli di adesso, lo sguardo sull’emozioni private, sul sensibile femminile, ma allo stesso tempo i continui confronti e ribaltamenti sul piano dell’etica, e sul piano per usare una parola antistorica e fuori luogo, del conflitto sociale e della lotta di classe. Ma soprattutto, come con Hugo, io ho provato un senso di divertimento, un’immersione, un desiderio di stare con il libro, che da tempo, sempre inseguendo fruizioni celebrali della parola scritta, avevo perduto.

Tuttavia, più sono andata avanti nella lettura, e più mi sono resa conto che sull’impianto della costruzione di trama del feuilletton con dentro tutti i suoi possibili epigoni televisivi e soap operistici, venivano saturate quasi tutte le altre grandezze che sono per me importanti in un romanzo: il ritratto di un mondo, la comprensione di un mondo, e persino – cosa che con mio disappunto devo dire incontro davvero raramente – una visione del mondo: tragica, filosofica, ma solida. In misura minore anche una prosa piacevole, anche se forse – e su questo tornerò dopo, troppo poco lavorata, troppo agile, troppo esile. Tuttavia, con questa prosa domestica, facile, difettosa, non sono mancati passaggi molto belli e ben scritti, e momenti narrativi di grande capacità simbolica.

Non mi interessa qui, ripercorrere nel dettaglio le vicende della tetralogia. Due donne nascono in un rione popolare di Napoli, Lila e Lenuccia, entrambe molto brillanti e intelligenti, e in virtù di queste spiccate qualità del carattere e della personalità faranno ognuna un’ascesa a suo modo, entrando e uscendo nella profondità del l’origine, dove sono nate – un sottoproletariato poverissimo, senza scampo (e mitico: nella distanza che c’è più che dalla concretezza del paese, dalla concretezza dei lettori di romanzi oggi). Lenuccia, l’io narrante, porta avanti gli studi, diventa una scrittrice di successo, attraversando relazioni ed ambienti sociali sideralmente distanti dalla Napoli sottoproletaria dell’origine. Lila smetterà di studiare prima, rimarrà socialmente dove è nata Elena, ma farà esperienza di diverse imprese importanti nell’imprenditoria, nella fabbrica, nella nascente informatica. Forse il cuore dei libri è nel rapporto delle due, nello sdoppiamento che rappresentano, in ciò che sono l’una per l’altra e in ciò che l’una deposita, nell’altra – quella gli stati emotivi, l’altra l’intelligenza delle cose. Si potrebbero scomodare categorie psicoanalitiche, e parlare del romanzo di un’identificazione proiettiva, dove abbiamo la storia di una lunga relazione tra donne dove una mette aspetti di se a operare nella vita dell’altra – non a casa il libro finisce, con l’emergere dalle brume del passato, incongruo e poetico, delle bambole con cui giocavano da bambine. Ma io per una volta, non vorrei parlare di questo, né dei numerosi spunti psicologici o psicodinamici che offrono quattro libri che sono un continuo germogliare di plot, e quindi di possibili riflessioni sul funzionamento psichico, su sentimenti stati d’animo e costellazioni familiari, perché quello che mi ha interessato nel lavoro di Ferrante, è la funzione di dispositivo cognitivo che il rigoglioso emergere di passioni asprezze e innamoramento svolge nel romanzo e nella sua fruizione.

Il plot emotivo infatti, la rutilante successione di colpi scena relazionali, stati d’animo travolgenti, semantiche di vita privata, sono la chiave di accesso per fare, una storia privata della politica italiana, una storia delle vicende che hanno fatto la trasformazione del modo materiale di vivere delle persone e di come vicende macroscopiche hanno agito sulle vite microscopiche, e in particolare sulla pulviscolare organizzazione delle famiglie, della vita delle donne e delle persone. A ritroso, proprio per questo a me, il volume che mi è piaciuto di più è forse il terzo, perché il volume in cui al centro ci sono le vicende del terrorismo, del femminismo e della lotta di classe, il volume in cui si racconta della relazione mai funzionante tra classe operaia e mondo intellettuale, la parte in cui si disvelano ipocrisie che la sinistra bene, ma diciamocelo soprattutto quella che spererebbe di essere la sinistra male, ma a conti fatti rimane sinistra bene, spera sempre di non vedere, raccontandosi empatie con le richieste sociali e la vita di chi le avanza che sono sempre cartacee teoriche, e che non riguardano le scelte pratiche di vita. Le persone che si frequentano, le donne e gli uomini che si decide di sposare, le famiglie in cui si decide di entrare, e da cui far arrivare dei figli: Lenuccia fa con Pietro il complicato matrimonio interclassista che tutti danno per scontato sulla carta, ma su cui ben pochi si esercitano a tutt’oggi nella prassi.

Si tratta di una strategia non nuova e anzi, nel solco della storia del romanzo. Tuttavia secondo aspetto che mi interessa e che secondo me determina non poco le reazioni che ha suscitato il successo della Ferrante, è che questa centralità della storia minima dell’Italia, è una centralità femminile, il bildungsroman è la formazione di due donne, con le vicende a cui sono andate incontro le donne: quando sono andate in Normale e quando sono andate in fabbrica, quando le hanno menate e quando le hanno lasciate con i figli e senza alimenti, quando hanno avuto il carisma e il potere e quando sono state punite per il carisma e il potere, in questo mi è sembrato un romanzo genuinamente femminista, originalmente femminista specie per gli standard italiani – meno per le abitudine letterarie d’oltreoceano. In ogni caso, questo bildungsroman femminile, è tanto più interessante perché spiega e dispiega la costruzione etica del femminile, il modo delle donne di costruire il proprio sguardo morale e politico, che passa dal materno e dalle relazioni. E ora che ne scrivo, mi ricorda molto un importante lavoro della psicologa statunitenste Carol Gilligan  Con voce di donna, tradotto in Italia nei lontani anni 80′, e che riguardava la strutturazione del pensiero morale del femminile, le sue categorie idiosincratiche, e i modi in cui si costruisce.

Forse proprio per questo, mi ha molto divertita il fatto che una grandissima moltitudine di uomini l’abbiano letta con divertimento piacere e stima, salvo poi quasi essere sbigottiti, arrabbiati o imbarazzati per scoprirsi sedotti da qualcosa che è in se così profondamente non maschile nel raccontare le logiche anche di ambiti e sguardi solitamente maschili. Un mio amico qualche giorno fa – uno con cui condivido interessi come Houellebeque o Carrere, mi ha prima detto: l’amica geniale è una roba per donne mitomani e frustrate. Quando gli ho ricordato che si era bevuto tutti e quattro i volumi con voracità e soddisfazione benchè lui no non sia una donna mitomane e frustrata, ma un solido padre di famiglia, ha ammesso che era vero ed era evidente quanto fosse sorpreso da se stesso. Ha aggiunto, in effetti – oltre mitomani e frustrate, anche brillanti. E insomma nei vari dibattimenti della critica, mi è parso anche, di vedere il maschile in difficoltà per scoprirsi immerso in un tipo di godimento per un verso, e di comprensione della realtà per un altro, tipicamente femminile. Femminile in un senso reazionario e premoderno del termine, che magari ora non esiste più da solo, non è più così graniticamente fisso e opposto al maschile ma che si c’è sempre stato e continua a sopravvivere nel modo di affrontare la realtà di molte persone ancora oggi.

D’altra parte, anche se volendo politicamente, o filosoficamente non so se sono d’accordo, premoderna, ma con una consapevolezza gentile e quasi tragica è tutta la visione del mondo che sottende il romanzo e che diventa chiara in due passaggi per me esemplari. Il primo, quando la cognata di Lenuccia a una serata in cui parla del suo libro femminista cortocircuita la sua lita con la madre e i contenuti del libro concludendo: una donna che non ama la sua matrice è una donna perduta, il secondo nella triste vicenda del bellissimo personaggio Alfonso, omosessuale con ambizioni transessuali che morirà in circostanze non chiare. Alfonso nel periodo prima di morire, era quasi perseguitato dal suo maschile originario che lo perseguitava, riaffiorando nei tratti somatici a cui condanna la vecchiaia. Tutto il lavoro, ruota cioè sulla dialettica tragica, di emancipazione dalla condanna dell’origine, che può funzionare solo, e mai del tutto e sempre a costi elevati, con un ritorno all’origine. Elena Greco nasce nella miseria, ma non se ne salva finché si nega la relazione con il suo passato. Salverà se stessa e le sue tre figlie, quando alla sua origine farà ritorno, quando con la sua madre, la sua matrice farà pace, la madre zoppa, ignorante, ma lungimirante e intelligente. La madre malata e senza speranze, che però è stata capace di generarla. E quindi la madre, ma anche il rione, ma anche Napoli.

Non sono le uniche cose interessanti queste, de l’amica geniale, ma sono per me abbastanza per sentirmi grata a uno o più libri – senza necessariamente arrivare ad adesioni ideologiche – sono grata all’autrice per avermele messe sul piatto, per avermele rese godibili, per avermi fatta divertire in maniera quasi puerile, in una fruizione apparentemente non intellettuale del testo. Forse, questo effetto è stato garantito proprio da quello che le viene più rimproverato: una qualità di prosa non sempre spessa, che nella sua estrema fluidità appare non scarna, ma parlata, qualunque – non impressionante. Ho in mente diversi autori italiani che in tempi anche recenti mi hanno regalato un piacere estetico nella pasta del linguaggio di gran lunga superiore ai sentimenti che mi ha suscitato la qualità del lavoro di Ferrante. Uno di essi, proprio perché mette insieme tutte tutte le mie domande al romanzo arriva all’eccezionalità. Gli altri però magari, con il buon linguaggio parlano gran bene del proprio ombelico, del proprio mondo, della propria generazione, del proprio problema. E’ davvero la somma qualità estetica del linguaggio la prima e unica priorità di una letteratura interessante? O una buona prosa, non eccezionale che però fa tutta una serie di operazioni se non eccezionali rare nel nostro panorama non ha diritto ad uno scranno?

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2 pensieri su “Memorie di una lettrice perbene. Su “l’amica geniale” di Elena Ferrante

  1. Grazie, riflessioni bellissime con cui mi ritrovo in pieno. Riguardo alla prosa, a me il mancato spessore non è pesato affatto. Lo trovo uno di quei rari casi in cui la semplicità deriva da grande lavoro ed esercizio, una di quelle apparenti semplicità che solo quelli veramente bravi raggiungono!

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  2. Le tue considerazioni sono molto interessanti.Anch’io ho trovato bella la storia e banale lo stile.Tuttavia,se l’io narrante è una donna nata da una famiglia poverissima, in un quartiere poverissimo ,che accede ad un universo intellettuale molto più ampio ma poi ritorna alle origini e riaccoglie dentro di sé sia il rione che la famiglia ,non ha più senso l’uso di un lessico medio e colloquiale piuttosto che uno più complesso che non apparterrebbe realmente al personaggio e non ne rifletterebbe l’arco esistenziale? Lenuccia sta fra due mondi,e ci sta anche il suo modo di raccontare. Riflettendo su quello che hai scritto, può darsi che questa scelta stilistica sia più ponderata di quello che sembra.

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