piccole cose

Stavo in macchina lato passeggero, davanti, una strada di alberi e acqua, un nastro liscio grigio e stretto, una macchina si ferma perché non sa se imboccare un sentiero sterrato, sarà quello o non sarà quello si capisce che si chiede il guidatore davanti a noi, noi dietro fermi un po’ col desiderio di sorpassare un po’ col senso del pericolo, la percezione della sosta incongrua da parte del guidatore davanti, dico ma non potevi accostare insomma eh mentre che decidi potresti provocare un incidente.
E poi penso a mio padre.

Perché mio padre aveva questo rapporto colla strada, probabilmente identico a quello del signore davanti a noi, un rapporto esemplificativo del suo rapporto col mondo d’altro canto, mio padre per esempio era solito fermarsi agli incroci e riflettere, vado di qui o vado di li, le persone dietro a suonare il clacson, i motociclisti a passargli intorno nervosamente, mio padre ancora più impassibile, anzi se ero con lui parlava del malumore degli automobilisti, del fatto che al giorno d’oggi nessuno ha più pazienza, papà cazzo deciditi, papà LA FRECCIA!

 

Perché corollario diretto della pensata dell’incrocio, era un uso rapsodico della freccia, episodico, umorale, Michele la freccia urlava mia madre, e quello dietro bisogna dire anche cose peggiori, e lui eh ma guardate proprio ora ci stavo pensando, mi stavo decidendo posso raccontarvi una barzelletta? Perché a mio padre, di comunicare al mondo dove sarebbe andato non aveva né interesse, né intenzione, anche il suo mondo interno era a noialtri in macchina, noi intimi, assolutamente blindato – non era comunque un bel mondo – e a tutti riservava questa affabile zona intermedia di ansia e ironia, di angoscia commestibile e levità gentile, mentre sotto le fronde e i fiumi e i laghi del suo elegante e svagato stare al mondo, c’era la nascita feroce, la depressione aspra, e tutta una serie di fantasmi muti, e imprigionati.
Tuttavia

Tuttavia veleggiava e conveniva lasciargli lo spazio di una manovra che lui altrimenti non avrebbe mai considerato opportuno calcolare. Le occasioni in cui codesto calcolo gli era rigorosamente e senza scampo imposto, i parcheggi, le ricordo con nausea e angoscia per l’uso spasmodico, iracondo – per quanto questo potesse attenersi alla sua persona – delle marce, e dei freni. Nel parcheggiare mio padre costringeva la macchina a dei balzi furiosi, a delle impennate, a dei sofferenti singhiozzi, grazie ai quali riusciva evitare di ammaccare il paraurti di quello parcheggiato tre metri dietro a lui. In ogni caso, la macchina, avrebbe avuto metà del culo di fuori.
Mia madre avrebbe detto Michele, con riprovazione, lui avrebbe fatto spallucce.

E niente. 
Poi la macchina e partita, e tutto non è ritornato come prima.

(qui)

 

(qui(

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