L’istrice morente: sulle interruzioni delle psicoterapie.

 

Capitano spesso in studio, pazienti che hanno alle spalle altri percorsi terapeutici, magari di altro orientamento. Si potrebbe pensare che arrivano in terapia con un senso di delusione di amarezza perché il fatto che essere di nuovo su quel tipo di poltrona dovrebbe essere la dimostrazione che non si è venuti a capo del problema – giudizio questo, socialmente molto persistente. La psicoterapia è quella disciplina che culturalmente vive uno stato di esame reiterato, di aspettativa scettica per cui, le si chiede la risoluzione totale di tutte le questioni più complesse, per poi trovare in eventuali delusioni la cronaca di una morte annunciata. E’ un fatto curioso, che fa capire come non si riesca bene ad afferrare da una parte lo stato di una disciplina in via di strutturazione e quindi la questione di un sapere che non si divide tra tutto vero e tutto falso ma tra cose ottenute e cose da ottenere, e da un’altra si fa fatica a sopportare quella che io chiamo la storicizzabilità del corpo psichico.
In medicina, sopportiamo – anche se a fatica – la storicizzabilità del corpo: ossia il fatto che il suo uso nel tempo e le esperienze materiali lo modificano al punto tale da portargli danni cronici, senza che per la mancata guarigione di quelli nessuno dica che la medicina è inefficace. Per esempio una persona beve molto e a lungo, il fegato ne rimane irrimediabilmente compromesso, compromesso in modo tale che se va bene dovrà prendere farmaci tutta la vita e essere più vulnerabile alle patologie e questo è un fatto. Vivi all’umido e al freddo e ti viene l’artrite e questo è un altro fatto, e via discorrendo. La nostra identità psichica va purtroppo incontro alle stesse trasformazioni dovute alle nostre esperienze storiche particolari, e tutti rimaniamo colpiti dal fatto che eh si può correggere un po’ il tiro, ma la personalità non cambia radicalmente.
Non si torna mai vergini.

Le psicoterapie sono incontri tra due soggetti storicizzati – in cui uno dei due ha trasformato la propria esperienza storica in esperienza tecnica. Questa techne si è focalizzata su un processo, su una serie di problematiche piuttosto che altre, su una classe di strumenti, su un tipo di sguardo. Grandi terapeuti hanno un vasto raggio esistenziale che copre anche romanzi lontani dal proprio o dalla letteratura su cui ci sono specializzati, ma ci sono ottimi terapeuti estremamente capaci su una certa classe di segmenti esistenziali. Per questo, soprattutto per persone che emergono da una vita e da un’infanzia di ripetute aggressioni al corpo psichico, o che hanno una genetica fragilità nello stare al mondo, o entrambe le cose, può essere comprensibilmente utile fare per esempio un primo ciclo di psicoterapia anche lungo magari con un collega uomo di formazione per dire, cognitivo comportamentale, e a distanza di anni, un ciclo con una collega di formazione psicodinamica. Ma ha più senso di quanto si creda anche affrontare due cicli di psicoterapia di orientamento psicoanalitico, prima con un uomo e poi con una donna, o prima con uno psicoanalista che lavora in un modo e poi con uno psicoanalista che lavora in un altro, i quali, pur provenendo persino dalla stessa associazione avranno un modo completamente diverso di stare in stanza in ragione della propria personalità e del proprio carattere. Il secondo spesso e volentieri, nota aspetti che il primo considerava meno rilevanti, e via di seguito.

Diverso è il caso invece di persone che avviano una terapia la portano avanti fino a un pezzo, e poi la interrompono a metà. Per poi decidere qualche anno dopo di voler ricominciare da un’altra parte. Si tratta di manovre per me, quasi invariabilmente autodistruttive e che si servono di un apparente sguardo razionale sulla realtà. Il quasi è determinato da quei casi, che ci sono certamente, di pazienti che si trovano male con il terapeuta o ne contestano il modo di operare, ma accade davvero di rado, perché di solito o un paziente si rende conto subito del fatto che non si trova bene con il terapeuta che ha consultato, oppure lo fa come dire troppo troppo tardi, magari perché guidato da terzi.

In generale però la situazione che si osserva con maggiore frequenza è che un paziente si è trovato bene, ha fatto una serie di apprezzabili progressi, e comincia magari a percepire un senso di noia, entra in una zona della terapia che è ripetitiva, e magari anche il terapeuta fa fatica a far fare lo scarto al lavoro a un livello superiore – oppure, ha ragione di credere che lo scarto debba arrivare a tempo debito, cosa che con pazienti con un mondo inconscio particolarmente devastato, che ancora occulta questioni molto dolorose e delicate, il cui emergere potrebbe mettere in pericolo il paziente, ha anche una sua ragion d’essere. In ogni caso, anche con una spiegazione esplicita, il paziente non si persuade, e chiude la terapia.

Di solito questi abbandoni non sono casuali, avvengono in parte in corrispondenza di elementi che emergono e che possono spaventare, per cui sono ricacciati lontano di nuovo, sotto le soglie della coscienza, in parte in ragione di una personale organizzazione relazionale con un Altro avvertito come potente, del cui essere benefico si fa fatica a fidarsi, a seguito del proprio modo di percepire delle relazioni di dipendenza. Allora si percepiscono vissuti di noia, ma anche di soddisfazione, di tranquillità – che sono però puramente difensivi, e che risultano tanto più sorprendenti quanto più si considera la gravità dei problemi che la persona aveva portato in consultazione e che ora sono per esempio semplicemente tollerabili e visibili ma ben poco sistemati. Le identità di chi fa questo tipo di operazioni possono essere diverse, non sempre ostili alla psicologia, anche se spesso – per forza di cose, presto o tardi ci diventano, perché le terapie non concluse sono come lavori a maglia senza nodo, spesso e volentieri si sfilaccia tutta la trama e l’ordito, e la persona, dopo qualche tempo si ritrova da capo a dodici, con lo stesso problema di prima, ma con meno risorse di quante ne avesse le volte precedenti, – anzi alla lunga rischia di diventare aspra, disillusa, cinica – e naturalmente è molto meglio essere aspri disillusi e cinici su qualcun altro, che su se stessi, o solo su se stessi.
Qualcuno – addirittura – ne trae persino una decorazione narcisistica. Ah non ne ho conosciuto nessuno – mi disse uno scrittore di un certo successo – che sia stato capace di trattarmi! Nessuno ha gli strumenti la disciplina non è disciplina.
Non gli veniva il sospetto che ab ovo era lui che non li voleva fornire. Come un paziente che non assumesse farmaci, pur essendo un caso ben poco originale, e andasse in giro dicendo che la medicina non ha fatto abbastanza progressi.

Di fatto in ogni caso, succede anche qualcos’altro difficile da spiegare. Può certo succedere che un secondo psicoterapeuta sia più adatto a un paziente di un primo. Persino un terzo. Ma c’è un problema e riguarda all’uso della narrazione della propria esperienza. Questo uso dell’esperienza è un’occasione preziosa e magica, che si serve di risposte emotive con qualsia lessico di scuola sia portato avanti. Funziona tanto meglio quanto più il lavoro su di essa produce uno scarto di stato d’animo, una risposta che non è solo pensiero. E questa cosa, succede molto bene con i grandi incontri, e magari altrettanto bene con grandi incontri alternativi, ma alla terza, quarta, quinta volta, il racconto si è deposto sul fondo, si è fatto maniera di se stesso, e al di là della autodenuncia di problematicità che implica una dichiarazione di molte terapie lasciate a metà strada, oramai quella narrazione di se è diventata una sorta di istrice moribondo. Una parte di se vitale che sta ferma, adagiata, che non è più capace di reagire, ma tiene comunque una grande quantità di aculei pronti a  ferire per difendere, il corpo psichico dell’animale straziato.

Ora, il clinico può subodorare, e sentirsi abbastanza forte per tendere la mano oltre la cornice di aculei schierati, in qualche caso ha anche successo. Però sarebbe opportuno non arrivare a questo stato, e tenere duro quando arriva, la grande tentazione della rottura, sopportare, resistere. E questo naturalmente è un compito che riguarda anche i terapeuti.
Perché un’altra osservazione che si può fare è che quando un paziente abbandona il campo, qualcosa sta succedendo alla relazione. In qualche modo anche il terapeuta o ha portato elementi suoi, o la relazione ha seguito cocciuta la sua condanna, oppure il terapeuta si è comunque lasciato trascinare, non è riuscito a fronteggiare una resa, oppure ha creduto che come spesso succede la terapia sarebbe ridecollata. Bisogna allora saper intuire anticipatamente i segni dell’accadimento prossimo – e mettere sul tavolo l’intenzione psichica di chiusura quasi prima che venga espressa – perché a volte, può essere troppo tardi.

Ci sarebbero magari altre cose da aggiungere, ma magari confido nel dibattito.

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Un pensiero su “L’istrice morente: sulle interruzioni delle psicoterapie.

  1. l’istrice morente, gli aculei, lo scarto di stato d’animo e il racconto che si è deposto sul fondo, non li dimenticherò mai.
    grazie, Costanza.

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