Psicoterapia e politica. Appunti

 

 

Ho avuto – come capita d’ufficio ai terapeuti di formazione junghiana – due analisti. Il primo era un uomo, la seconda una donna – come spesso nelle associazioni junghiane si caldeggia per una formazione più completa. Questa cosa della doppia analisi è certamente una prassi costosa, ma è di grande utilità per il lavoro successivo, e devo dire –mi sento di consigliarlo a ogni collega. La doppia analisi, mostra in maniera genuina e incontrovertibile alcune questioni di metodo interessanti, e che per essere funzionanti hanno anche bisogno di essere smitizzate. Quando si fanno infatti due terapie – per esempio con due persone di sesso diverso, alla fine si mette in campo sempre il medesimo oggetto, la propria biografia, e anche il punto di approdo varia piuttosto modestamente, quel punto di approdo ha a che fare con il riconoscere come declinazione di se, le vicende che abbiamo attraversato e prospetticamente il saper usare tutto quello che si sa di essere in maniera più adattata e flessibile di quanto si credesse un tempo. La cosa interessante però è che materia identica, scopi analoghi, ma si creano itinerari diversi.

La doppia analisi, fa cioè confrontare con altre connotazioni del privato del terapeuta e di come possano essere utilizzate o se non utilizzate possono essere pericolose per la terapia. Il suo carattere, il suo modo di ragionare – ma anche, la sua storia religiosa e di classe, e anche il suo orientamento politico. A questo proposito: il mio primo analista era un disincantato liberale, che a un certo punto mi rese chiaro che votava Forza Italia, la mia seconda analista una donna di sinistra, anche piuttosto incazzata, e piuttosto operativa sul piano concreto.

Nessuno dei due ha mai invaso il campo analitico con le proprie convinzioni. Nessuno dei due ha ribattuto per esempio mai severamente a qualche mia affermazione, o manifestato un’eccessiva complicità, hanno però fatto entrambi in modo che la loro connotazione personale non fosse completamente occultata ma una sorta di uno dei tanti oggetti sulla scrivania a connotare un’identità privata. Una cosa non dirimente ma riconoscibile, non dichiarata a chiare lettere ma dichiarata onestamente in due modi molto gentili – in termini di solidarietà etica quando mi sono trovata a parlare con la mia seconda analista su un certo argomento, e in termini di affettuoso umorismo quando il mio primo analista ricevette una storia di mio infervorato attivismo politico. I due modi, certamente risentivano anche del fatto che anche io nei due momenti di terapia ero diversa: con il primo ero tutto sommato prima di tutto ancora una ragazzina, mentre lui era un uomo anziano – sarebbe morto a terapia non finita, con la seconda io ero un’adulta, con i numeri per diventare collega, lei a sua volta era una donna adulta ma non anziana e quindi, la qualità della relazione era diversa. Tuttavia quei due modi di risolvere quella e altre caratteristiche idiosincratiche ed identitarie, per me sono stati in entrambi i casi un insegnamento. Un insegnamento che suona così:

di ai tuoi pazienti quello che sei, ma non per condannare quello che sono loro, ma per far capire loro che quello che sei nel mondo materiale è un oggetto relativo, non capace di giudicare, di creare gerarchie, di condannarli, di quello che sei perché gli analisti sono umani che parlano con altri umani, tifano per esempio una squadra di calcio, dicono cazzate sul fatto che ah il cane è bello ma impegnativo meglio il gatto, ma il gatto però invece si sa è egoista, l’analista è un umano troppo umano e insomma, non ti curerà pensando che dove sta lui tu non stai, e quello stare è politico. Non è quello il punto.
I miei analisti mi hanno detto questo – qui dentro non è questo il punto.

Io a mia volta ho seguito spesso – anche se non sempre – questo esempio. Le terapie sono mondi idiosincratici, che cambiano molto da paziente a paziente. Con certi pazienti, per esempio poco sensibili alle categorie della politica, quello che io sono politicamente non è emerso mai, manco sullo sfondo, con altri – molti – in questo modo qui: come un oggetto da usare come gli altri. Se interrogata sulla questione raramente mi tiro indietro – anche se la manovra ne implica diverse altre di cui ora parlerò, in qualche raro caso – in maniera lucida e ponderata, ho utilizzato l’isomorfismo politico con certi miei pazienti come un oggetto emotivo di cui potessero approfittare, un essere con simbolico, su cui potessero accomodarsi, essendo magari pazienti che non hanno avuto mai ne sedie comode, né letti comodi, né culle comode. E’ un’operazione che faccio anche con altri aspetti della vita quotidiana, alcuni possono anche essere molto sciocchi (le scarpe, per esempio) molti pazienti hanno bisogno di un inizio di noi. Io forse pure, ammetto di averne bisogno. Un piccolo trampolino materiale – uno sfondo su cui mettere delle cose dopo. Quando c’è un isomorfosmo politico questa cosa è facile. Quando non c’è non crediate, la vita ha un mucchio di cose su cui costruire un ponte.

La mitezza con cui si circoscrive un oggetto proprio – sono politicamente così orientato, sono vegetariano, non fumo – in realtà – e presto si apprende – dissimula delle considerazioni importanti da fare e che probabilmente riescono meglio quando c’è dissonanza politica di quando c’è concordanza. Il contenitore analitico infatti rende tutto interessante, ossia rende tutto in un certo senso sintomo, micronarrazione pulviscolare del mondo interno di chi sta parlando di se. Per usare una formula un po’ aggressiva ma efficace: in stanza tutto è nevrotico, non perché tutto ciò che facciamo nella realtà sia nevrotico, ma perché in quella stanza tutto è possibile fenomenologia del noumeno di quello che siamo, quel che ci dispiace, quello che torna a essere sempre allo stesso modo. Le narrazioni del proprio modo di vivere politicamente sono particolarmente adatte a questo tipo di sguardo diagnostico e certe volte la distanza ideologica aiuta il terapeuta più di quanto si creda. Per un analista di stampo liberale conservatore per esempio, potrebbe essere più immediatamente facile capire come per il suo paziente occuparsi da mattina a sera di case occupate e distribuzione di case popolari sia una forma depressiva organizzata sotto l’egida de l’Altro Dominante, più facile di quanto sarebbe per un suo collega invece di sinistra, pronto a vedere nella scelta dello stesso paziente fattori di resilienza, aspetti positivi, modi per esempio di guadagnare il centro della scena. Aspetti proiettivi o di scissione, tipici invece di un certo tipo di sguardo politico di destra – in merito a tutto ciò che è altro   – extracomunitari, sono forse più immediatamente individuabili per terapeuti di altra formazione politica.

Di fatto, in quella stanza, la politica diventa comunque un oggetto per parlare di se, al contrario credo di come credo dovrebbe accadere fuori. In ogni caso, proprio per questo utile aiuto allo sguardo della distanza, è bene non accomodarsi troppo nella consonanza politica e se è utile non annullarla per l’alleanza terapeutica è altrettanto necessario in qualche modo, relativizzarla.

Naturalmente non è facile, ma questo tipo di difficoltà si risolve con l’esperienza, e più i terapeuti si fanno esperti, più riescono a diventare terzi rispetto alle proprie convinzioni personali, non tanto sui contenuti – che mantengono una priorità interna nel loro privato che non viene scalfita dalla prassi di lavoro, ma nelle modalità con cui propongono ciò che pensano, nella consapevolezza dei linguaggi che usano e nel cercare di trasmettere ai propri pazienti quella consapevolezza e quel grado di controllo. Non fare in modo che siano le nevrosi a scegliere le tue eventuali prassi politiche, fai in modo di scegliere tu, tra i i tuoi linguaggi, quello che è più adatto ai tuoi obbiettivi.

Il tema è interessante perché riguarda qualcosa che fuori la stanza d’analisi può avere una posizione gerarchica diversa da quella che guadagna dentro – dove in genere è appunto retrocessa, e per questo può essere utile per riflettere su alcune questioni su larga scala, riguardo alle psicopatologie, le diagnosi e il loro rapporto con le nostre scelte pratiche. Per esempio, mi sono spesso infatti ritrovata a riflettere, sui casi di alto gradiente di impegno politico, ossia i casi di quelle persone che si spendono molto politicamente, con azioni concrete che implicano molto dispendio di tempo, di emozioni, di denaro – di se. Ci ho riflettuto perché sembrano saturare due logiche in contraddizione tra di loro. Da un punto di vista collettivo questi soggetti sono salubri e necessari, muovono le cose, hanno delle iniziative utili, sono necessari oggetti visibili di cui la vita politica ma anche più banalmente e capillarmente – amministrativa di una comunità ha bisogno, dall’altro spesso e volentieri saturano altrove e sempre parzialmente domande che riguarderebbero il privato, risolvono con soluzioni complicate squilibri che costantemente si rinnovano, la scelta dell’intensa attività per la polis, a volte si rivela un mezzo per mantenere un equilibrio precario, ma simultaneamente all’occhio clinico risulta evidente che quell’equilibrio precario ha costi molto alti e quella persona è molto infelice. Si tratta tutto sommato, di una constatazione che si fa a proposito di diversi sintomi, solo che in questo caso abbiamo un sintomo socialmente utile.

Questa combinazione non è comunque costante. In casi più fortunati, ci sono soggetti altamente politicizzati che riescono ad armonizzare nella propria parabola pubblica la propria vicenda privata – è il caso per esempio di certi grandi matrimoni che si edificano su una condivisione ideologica ed etica forte, dove per cui le prassi di impegno, si mischiano a delle prassi private, o dove false asimmetrie in realtà consentono di mettere nel privato una distribuzione visibile a tutti degli ingredienti importanti di un’esistenza. E’ il caso di coppie molto conservatrici ma felici dove lui è quello che si occupa della polis   e della trascendenza per entrambi, e lei dell’eros del privato della relazione per entrambi, in un sistema però instabile – che appare fermo fuori, e invece molto dinamico all’interno. Sistemi dove in casa c’è consistente collaborazione e consistente scambio sullo sguardo politico del partner.

In ogni caso, il quadro politico è una moneta narrativa degli equilibri interni che in psicoterapia si può utilizzare, e in caso modificare le regole estetiche con cui quel quadro politico è composto. Non vuol dire cambiare l’orientamento ideologico di un paziente, tema che poi entra in seduta con relativa incidenza – specie nel nostro paese, specie nel nostro momento storico, né che questa cosa debba realmente interessare la clinica, ma io credo che possa succedere che siccome cambiano le regole psichiche a cui si obbedisce, tramite la terapia – oggettivamente ci si va per quello, perché si è sottoposti a una norma che non si condivide ma si segue – può succedere che anche quello sguardo e quel metro di giudizio possa modificarsi. Il che però non toglie che, fuori dalla stanza di analisi le logiche del funzionamento psichico e le logiche del funzionamento sociale possano anche non sovrapporsi.

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