Oggi sarebbe stato il suo compleanno

Mia madre amava dire di lei che era una donna molto vanitosa.
Lo diceva esagerando il tono di voce, teatralizzando la cosa. Per esempio amava raccontare che apriva l’armadio ed esclamava –
 non ho niente da mettermi! e che il marito il giorno stesso l’avrebbe portata a comprare un vestito. In questa narrazione mitica c’era tutta la sua dolorosa oligarchia di pensieri, il gotha dei suoi miti scellerati, l’uomo schiavo del capriccio di un’ape regina, la vanità come mezzo di espressione del potere, lo stilema della civetteria che solo si potrebbero permettere le donne veramente belle – ma che alla fine esercitano sempre quelle che non lo sono del tutto.
Mia madre diceva anche che l’armadio era di ciliegio – e invece è di compensato.

Lo so, perché ora quell’armadio è il mio, e me lo ha detto un falegname sorridendo indulgente. Ma non ricordo mai di aver visto mia nonna aprire teatralmente l’anta dello specchio e dire, non ho niente da mettermi. Né mi ricordo in lei una vanità particolarmente ostentata. Non aveva il rapporto simbiotico che mia madre ha con l’estetica, con le cose belle – e che bisogna dire, ho anche io. In certe stanze il parquet era coperto di un terribile linoleum – che a sua volta simulava il disegno del parquet e che qua e la aveva i buchi della cenere delle sue sigarette. E potendo scegliere tra una scrivania quasi dignitosa, e il tavolo del tinello in truciolato, di uno squallore sconfortante, preferiva scrivere al secondo – pieno di vocabolari, di macchie di unto, e con un piccolo e scalcagnato drago in ferro battuto, pieno di mozziconi di sigarette. Il suo secondo marito era più giovane di lei, un uomo forte e grande, partigiano insieme a lei durante la guerra (questo che anche lei aveva fatto la resistenza l’ho saputo solo quando è morta.)
Lui spesso alzava la voce, e lei gli diceva
 di non urlare.
Un flirt tra due arieti. 

Non capiva anzi la frivolezza – e la guardava con la moderata curiosità che avrebbe riservato alla lingua di un paese lontano. Ma guarda, in cinese salve si dice così. Si era trovata un posto nelle cose, un taglio di capelli che non cambiava, un modello di vestito che trovava inossidabile. E quando si paventava un’occasione speciale, apriva l’armadio che doveva essere di ciliegio e invece era di compensato, e tirava fuori un vestito. Lo indossava in maniera piuttosto goffa e sgraziata – era stata davvero bella, ma doveva essersene accorta molto di rado – tirandosi su la cerniera senza risparmiare un gran batter di spigoli di gomito, e mettendosi le scarpe faticosamente, sui piedi scolpiti dall’artrosi.
Si guardava allo specchio e provava una sapida soddisfazione. Il vestito aveva una cintura sottile che ora si allacciava per poi aggiustarsi la gonna – sopra la sottoveste. In testa aveva qualcosa come un vago piacere attutito ma soprattutto qualcosa che aveva a che vedere con un il rispetto di un canone – verso cui non aveva un senso di inferiorità ma di superiorità.
Allora cominciava a tessere le lodi, dell
’intramontabile chemisier. Che chiamava sempre cos – con la qualifica di eternità. E’ sempre adatto l’intramontabile chemisier affermava soddisfatta, con l’aria di chi li avesse fregati tutti. Oppure – non passa mai di moda, l’intramontabile chemisier!
L’armadio di ciliegio che però era di compensato, era in effetti pieno di intramontabili chemisier, tutti uguali ma di colori diversi, tutti con lo scollo uguale, i bottoncini, la cinturina e la gonna dritta. Non so se il marito gliene abbia regalato qualcuno. Mi è sempre sembrato che viaggiassero su un altro binario.

(il cancro gliel’aveva portato via in un giorno di inverno. Da ragazzina certi pomeriggi sull’autobus mia nonna mi indicava due persone anziane sedute vicine, distratte, polverose – e mi diceva. Cosa ci sarebbe stato di male? Saremmo stati come quei due vecchi la’.  Non risparmiava nella voce la feroce mediocrità della vecchiaia, ma si capiva lo spessore di una felicità perduta.)

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