Identificazione proiettiva, Self disclosure, come delicati strumenti di lavoro.

C’è stato un tempo lungo e importante in cui il modello della terapia analiticamente orientata era quello della psicoanalisi freudiana di prima maniera. Con l’analista seduto dietro al lettino, silenzioso, accogliente, non giudicante, del quale in linea teorica doveva essere noto il meno possibile.   In realtà molte cose dell’analista sono note, malgrado le sue migliori intenzioni. A volte l’arredamento di uno studio parla chiaro, ma altre volte, sono spie insindacabili i modi di vestire, le posture, i segni del volto, le inflessioni dialettali. Il corpo dell’analista cioè rivela sua malgrado età, posizione sociale, stato civile, stato di salute, qualche volta orientamento sessuale e religioso.
Di queste denunce identitarie, la psicoanalisi è certamente sempre stata consapevole, così come gli analisti sono sempre stati consapevoli di vivere dei pensieri, delle suggestioni emotive che erano indotte dai racconti dei pazienti. Tuttavia per molto tempo il cosiddetto controtransfert – l’insieme di tutto ciò che prova sente l’analista rispetto al suo paziente, ivi compreso ciò che si ritrova a proiettare su di lui è stato considerato una fonte di problema se non di sciagura, da osteggiare, da sciogliere. Come se le percezioni emotive del clinico fossero sempre uno spessore che impedisce di vedere l’altro, una nebbia egotica ed egocentrica che ostacola la linda decodifica del racconto.

Col tempo il controtransfert è diventato un prezioso dispositivo, utile a capire moltissime cose un ampliamento delle strumentazioni razionali e intellettuali, e ascoltarlo è diventato per molti clinici la via regia per procedere nella cura (Jung diceva, bisogna ammettere in tempi non sospetti, che il transfert è l’alfa e l’omega della terapia – alludendo però anche a quello che provava l’analista in merito al paziente e a quello che gli metteva addosso) . Questo è accaduto per molti motivi – parlarne qui ci porterebbe troppo lontano, ma in generale c’è stato un grande cambiamento epistemologico che ha riguardato l’oggetto di sguardo nella cura – che dal singolo si è sposato sulle sue relazioni, e il giudizio di valore sulle dinamiche inconsce che da vessillo della patologia sono diventate simbolo di logiche funzionali, oltre che disfunzionali. Ma sono stati enucleati anche nuovi meccanismi psichici, che hanno messo in luce l’utilità dell’uso del proprio controtransfert. Per esempio l’introduzione del concetto di identificazione proiettiva di Melanie Klein ha dato alla lettura delle reazioni dell’analista una nuova gamma si sfumature, aiutandolo a capire in maniera più distinta quando si trovasse a essere manovrato dalle dinamiche inconsce del suo paziente. L’identificazione proiettiva è infatti quel meccanismo difensivo che induce nell’altro stati d’animo che si tengono scissi in se stessi e che si controllano meglio nell’altro. E’ una sorta di induzione a provare delle cose che non si tollerano, di cui non ci si vuole appropriare, che al terapeuta può essere molto utile far entrare nella propria consapevolezza. Tenendo a mente il concetto di identificazione proiettiva infatti, può capitare che in seduta ci si chieda se quel paziente ci sta facendo arrabbiare perché ci proiettiamo delle nostre vicende personali sopra – perché elicita dei nostri aspetti ombra, per dirla con Jung, o perché in qualche modo la sua psiche vuole che noi ci arrabbiamo, per esempio subappaltando delle funzioni superegoiche che il paziente crede di non considerare importanti per tutelare un’immagine narcisistica di se per esempio come cinico, oppure per far sentire il terapeuta male come il paziente si sente, arrabbiato come il paziente è arrabbiato, per punirlo di una percezione di equilibro di cui si vorrebbe appropriare, un materno fuori da se.
Tenendo a mente l’identificazione proiettiva il terapeuta potrà allora da una parte rendersi conto di parti scisse del paziente subappaltate, ma dall’altra anche di cosa capita nelle sue dinamiche relazionali – perché quella situazione che lui sta vivendo con il suo assistito non deve essere tanto diversa da certe che ricorrono nella sua vita quotidiana: in terapia si è gli stessi di fuori, si funziona come fuori, e chi sa quante volte il nostro paziente che ci fa arrabbiare per amministrare un bisogno di aggressione, ha fatto arrabbiare qualcuno: colleghi, compagni di scuola, una moglie.

Parlo qui dell’identificazione proiettiva perché è uno dei concetti che tengo maggiormente in considerazione quando penso al mio uso della Self Disclosure, strumento clinico entrato in auge da poco nelle terapie analiticamente orientate, e che presenta per un verso consistenti margini di rischio, per un altro consistenti vantaggi. Per una trattazione estesa di questo concetto, rimando all’articolo di Annamaria Loiacono che mi ha ispirato questo post e mi ha suggerito queste riflessioni, qui sintetizzeremo grossolanamente definendo la Self disclosure un’apertura che l’analista fa al paziente rivelando cose di se stesso con lo scopo di fornire qualcosa di utile alla terapia.
Si tratta di uno strumento oggettivamente pericoloso. L’analista che dice qualcosa di se, anche se quel qualcosa riguarda il suo paziente, mette in campo un oggetto che non è quello principale, una grandezza che potrebbe essere un ingombro, in un certo senso è come se nello spazio della stanza dilatasse la sua fisicità psichica, in un modo che – se non c’è accortezza – può usurpare uno spazio che è sacro, ma che anche può coprire comodamente aree vulnerabili del paziente. Questi magari è ben contento di non parlare tanto di aree scabrose della sua vita, ma che si faccia finta di fare terapia (quando in realtà si soddisfa il narcisismo del curante).

Più in generale, se intendiamo l’analizzando come un complesso di parti psichiche, alcune delle quali agiscono in direzione ostinata e contraria al suo benessere ma che anzi hanno lo scopodi mantenere e foraggiare assetti patologici, è sempre opportuno chiedersi quale parte del nostro paziente si servirà della nostra self disclosure- se quella che lo porta in cura o una di quelle che gli fa saltare le sedute, bisogna chiedersi se un piccolo aneddoto la rivelazione di uno stato d’animo non saranno cioè manipolate per attaccare la terapia anziché per aiutarla. Può succedere.
Infine bisogna sempre sapere quello che si sta facendo. Mi sono accorta per esempio che la mia percezione della self disclosure è spesso una sorta di superstrada tramite cui far arrivare dei concetti, saltando una serie di passaggi intermedi che ne garantiscano una più autentica acquisizione, e questo può essere un peccato perché le migliori acquisizioni in terapia, sono delle costruzioni individuali di cui il clinico è principalmente testimone. Dire qualcosa di se, offrendosi come esempio può allora implicare che il paziente capisca un’esperienza in maniera passiva, come complemento oggetto della narrazione e non come soggetto, e magari l’acquisizione diventa parziale, di facciata, alle volte ancora una volta testimonianza di un ego ipertrofico, di fronte all’ego dell’assistito che si autopercepisce in fase di costruzione e qualche volta – come invaso.
Tutte queste considerazioni, non mi fanno pensare però che la self disclosure sia una prassi da evitare, e con una certa attenzione e sicuramente un dosaggio modesto – da calibrare da paziente a paziente, e da occasione a occasione, qualcosa che può essere utile a vario titolo.

Alcune self disclosure – sono su temi diciamo innocui almeno per me, o tuttalpiù forireri di riflessioni da dipanare insieme al paziente riguardano per esempio alcuni gusti personali, opinioni personali – in fatto di estetica o di politica (come avevo scritto nel post precedente). L’ammettere un gusto estetico, una passione veniale, un orientamento politico è un mezzo che utilizzo per costruire alleanze terapeutiche, ma anche per offrire una costa umanizzata, limitata, non onnipotente della mia persona di analista, e anche un modo per confermare le percezioni che potrebbe avanzare questo o quel paziente. Mi guida anche il ricordo della mia esperienza quando sono stata al posto di quelli che oggi assisto, e la sensazione di fastidioso gioco di potere che posso aver provato all’idea che qualcuno fosse evasivo su certi dati collettivi e storicamente determinanti. Trovo opportuno quindi non tirarsi indietro davanti a certi quesiti, anche se il fatto che vengano posti non deve sfuggire alla disamina delle parti, perché la possibilità di rispondere in maniera onesta, non deve occultare i bisogni che la richiesta di disclousure o il suo implicito suggerimento – può sostenere: questa persona mi sta chiedendo se ho figli. Perché ? cosa significa? A cosa le serve sapere questa cosa? Perché questa persona pone queste domande mentre altri no? Si fida di meno? Vuole controllarmi di più? Vuole rispecchiarsi narcisisticamente? Non lo vuole affatto? Vuole spostare il campo del discorso? Ancora una volta, quale parte del mio analizzando, mi sta facendo questa domanda?
Di fatto il fornire informazione ha lo svantaggio di far cadere una possibilità immaginativa saturandola di dato di realtà. E’ per esempio interessante constatare di cosa i pazienti si fanno convinti a proposito della vita dei loro terapeuti, perché spesso quelle supposizioni che scivolano in granitiche convinzioni dicono molte cose importanti che riguardano la loro storia personale – ma si tratta soltanto della perdita di una via di accesso a fronte di molte altre possibili, e forse anche questa questione non andrebbe esasperata.

A prescindere da questo, personalmente io metto in campo anche un uso della self disclosure diverso, che è atto a mettere in luce le dinamiche relazionali che un paziente mette in atto. Per esempio può capitare che un paziente mi racconti qualcosa che mi induce un potente stato d’animo, oppure che mi aggredisca in modo tale da farmi sentire ferita oppure mi faccia arrabbiare, o mi scandalizzi, o anche mi trasformi in una madre che vuole spiegare cosa è giusto fare. Allora può capitare che io espliciti lo stato d’animo che provo, e cerchi però di riflettere insieme all’analizzando su cosa sta succedendo. La mia self disclousure sul mio stato d’animo   – es sa cosa mi è successo? Mi accorgo che mi sento arrabbiata per questa cosa che le è successa, ma lei invece mi appare tranquillo, è vero? – solitamente va di pari passo a una esplicitazione degli stati d’animo dell’altro e di poi alla riflessione sulla dinamica relazionale che una certa modalità mette in campo. Spesso lo scopo è il disvelamento di proiezioni e identificazioni proiettive. Si tratta di una cosa interessante e utile nella clinica perché spessissimo, quello che accade in stanza accade anche fuori, ma spesso e volentieri quel che succede porta a risultati spiacevoli per il paziente, perché non di rado sono i risultati che vuole ottenere l’organizzazione patologica, né più né meno ingranaggi di faticose e frustranti coazioni a ripetere. La self disclosure del terapeuta può essere utile a smascherarle.

Infine, esiste un vantaggio come dire di risulta, da questo tipo di scelta operativa, che di norma va detto è particolarmente efficace perché cade o forse crea, un momento di forte tensione tra i membri della coppia analitica, qualcosa che spesso capiterà di ricordarsi ad analisi conclusa e anche dopo. Si tratta infatti di un momento, di solito, di grande verità e vicinanza emotiva, un passaggio che di solito lascia svuotati anche a fine seduta. Io personalmente, ho un’esperienza molto intensa, in queste circostanze – credo che spesso questa intensità arrivi e venga intesa come dedizione, come un atto di onesto mettersi in gioco da parte del clinico. Ma uno dei motivi per cui molte persone vengono in terapia è proprio questa sensazione dolorosa esperita con diverse metafore diverse storie di vita, di non essere stati degni di una dedizione totale, di non essere stati degni di un’onestà che sfidasse le gerarchie di ruolo, o anche al contrario di un’attenzione che era invece invasiva e stravolgente e scardinante le separazioni. Queste piccole rivelazioni del gioco della relazione, sono cioè una prova emotiva che si può stare in relazione avendo del bene, senza farsi del male, sono prove emotive del fatto che – se ne è degni.

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