Diagnosi in psicoterapia. Una breve nota.

Molto spesso le persone che arrivano in terapia, fanno una esplicita richiesta di una diagnosi. Qualche volta si aspettano, alla fine delle sedute di consultazione – quelle prime che si fanno allo scopo di verificare la trattabilità di un caso – che il terapeuta dica a chiare lettere di cosa soffre il paziente.
Quelle chiare lettere non di rado, corrispondo all’alfabeto della psichiatria che si ritiene – per certi versi neanche a torto – che la psicoterapia condivida senza esitazione. E’ una domanda per diversi aspetti più che lecita. Una persona arriva, non sa che cos’ha ma non sta bene, vuole sapere come definirsi e cosa deve fare, viene da un mondo dove le parole sono l’inizio di ogni soluzione e stare fuori dalle parole lo fa sentire fuori dalle soluzioni possibili. Inoltre una diagnosi precisa da la sensazione secondo me più che giustificata, di una riduzione dell’asimmetria di ruolo, in particolare se a quella diagnosi segue una decodifica: l’esperto da al suo assistito un vocabolo del suo gergo, e gli spiega con cosa esattamente corrisponde e questo atto, lo fa sedere al suo tavolo, lo fa diventare medico anch’esso – di se stesso.

In psichiatria la diagnosi ha oltre che una funzione comunicativa importante, una improcrastinabile funzione procedurale. La diagnosi è infatti una costellazione di segni, che corrispondono invariabilmente a delle disfunzioni da correggere. Se si vede come è strutturato il DSM V (come del resto anche i DSM delle precedenti edizioni) si osserva che appunto le diagnosi sono costruite tutte nello stesso modo: esiste un insieme di sintomi disfunzionali, e un minimo numero di esse compresenti costituisce l’etichetta da proporre e soprattutto da proporsi, per decidere come procedere.
Quelle disfunzioni infatti sono la parte fenomenica di un noumeno materiale in cui c’è qualcosa che non va. Una carenza di una sostanza, l’eccesso di un’altra, un neurotrasmettitore che sta troppo poco in circolo, etc. etc. biologia e mondo astratto si parlano in termini di carenza, di meno, di inadeguatezze.
Invece tutto ciò che funziona è per questo tipo di diagnosi, un intoccato da proteggere, niente su cui contare, se non per un vantaggio di risulta.

Nel contesto psicoterapico la diagnosi psichiatrica ha invece una valenza molto più insidiosa, pericolosa. Se da una parte è infatti, pacificante, tranquillizzante, quella tranquillità è pericolosa, perché ha il potere di accorciare una tensione linguistica, fa correre il rischio di usare la diagnosi come un verdetto a cui reagire come adattandosi. Sono fatto così ergo – oppure ho questo problema dunque. Ci si identifica con la diagnosi, la si può ipostatizzare, trasformare in cosa, e questa cosa in cui ci si trasforma non include i nostri pregi e le nostre risorse, che sono i mezzi con cui lo psicoterapia lavora – diversamente dalla farmacoterapia. Ne consegue che il clinico che come primo pensiero cerca la diagnosi psichiatrica tradizionale si mette in una brutta posizione mentale, perché non diagnostica le risorse. Non le mette nel pacchetto unico.

In realtà in psicoterapia, la costruzione della diagnosi è una parte del percorso di cura che quasi combacia con una prima, molto consistente sezione, della terapia. Per come lavoro io la diagnosi combacia con un primo numero molto consistente di sedute in cui il paziente racconta la sua realtà psichica, la sua storia e il suo modo di stare nel mondo e in quella stessa narrazione si drenano gli aspetti psichiatrici in senso tradizionale e quelli invece evolutivi che aiuteranno i primi a evolversi. La costruzione della diagnosi insieme al paziente è essa stessa passaggio successivo alla diagnosi, quasi una situazione paradossale, perché nell’atto di acquisire quell’insieme complesso di mondo interno e modo di usarlo verso l’esterno in quel mondo interno si mette qualcosa in più di discriminante, ossia la possibilità di isolare indicare e riconoscere aspetti del proprio stare al mondo e questo come dire è un altro funzionamento in più che quando il paziente era arrivato non c’era, ora c’è e ha la possibilità di modificare l’insieme.

Questo tipo di acquisizione non può naturalmente coincidere con le sedute preliminari, le quali tuttalpiù riescono a indicare in linea di massima delle aree di difficoltà e delle aree di funzionamento un dove bisogna cominciare a lavorare e un cosa c’è di buono da sfruttare. Si può decidere, qualora un paziente ne faccia una richiesta – di dare una diagnosi nell’immediato. A volte quando la situazione è critica e c’è bisogno di lavorare in tandem con uno psichiatra quella diagnosi può avere un valore ancora più dirimente. Ma non può essere mai l’unica cosa da dire. E se anzi si elude, per quanto comprensibilmente frustrante, è per rispondere a una necessità di lavoro.

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3 pensieri su “Diagnosi in psicoterapia. Una breve nota.

  1. Quasi due anni di terapia e non ho mai saputo esattamente per cosa. Sospetto, dopo aver letto questo post, che davvero sia stato meglio così – sono di quelli che si devono informare, che prima di andare a fare surf cercano il manuale su come stare in piedi sulla tavola, avrei sicuramente pregiudicato, valutato, rotto erca’. Invece ho potuto lavorare sui fenomeni senza perdermi nelle definizioni. Grazie.

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  2. mi viene in mente il titolo di un capitolo, bellissimo, di Dentro e fuori la stanza, che dice le psicoterapie come scuole di poesia, e ora rifletto sulla costruzione di una diagnosi come poiein, come pregnanza e significazione delle parole nel loro intreccio, come fare nel senso poetico.
    Grazie.

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