Sulle molestie, con un pensiero agli uomini

Mi rendo conto che questo gran dibattito sulle molestie e i ricatti sessuali che sta infiammando media e social, e che ora potrebbe investire anche il contesto italiano, con nomi cognomi congetture e comunque riflessioni e asprezze condivise, mette gli uomini in uno stato di difficoltà e di malessere come non accadeva da tempo. Devo dire non tutti, e anzi, una delle sorprese interessanti di questa situazione è constatare nella materialità delle opinioni, quanti passi avanti abbia fatto anche un paese come il nostro. Certi ambienti non sono affatto cambiati, ma io posso dire con una certa sicurezza, che almeno il mio si, è cambiato. Se mia madre 50 anni fa, avesse avuto Facebook non avrebbe potuto leggere tra le persone a lei vicine, molto simili a quelle che oggi sono vicine a me, niente di paragonabile al parere controllato di certi miei contatti maschi.

Tuttavia, le reazioni non rimangono tutte controllate, autocoscienti e omogenee e in molti si sentono o a disagio, oppure francamente arrabbiati. Alcuni non capiscono esattamente di cosa si parli, altri si sentono invece ingiustamente attaccati, e solidarizzano magari con i nomi famosi che recentemente sono stati chiamati in causa. Io devo dire, nonostante un certo senso di contentezza, perché mi sembra importante che finalmente si parli di queste cose, solidarizzo con molti di questi uomini, pure quelli un po’ a disagio. Penso almeno ai molti che in buona fede per esempio non hanno mai fatto niente di male, e hanno giustamente volendo anche goduto di una posizione sociale che li portava a non farsi domande, perché nessuno chiedeva loro risposte diverse. Mi capita di pensare a quel tipo di maschile per cui io per esempio mi distanzio da molto femminismo militante, quello che sostiene un maschilismo politico del tutto privo di qualsivoglia forma di misoginia o di mancanza di rispetto, e che in una divisione dei ruoli rigida che io non vorrei per me, ma la loro mogli si, sono stati in grado di portare rispetto e felicità, una bella vita di relazione e una ottima genitorialità. Magari sono stati anche dei datori di lavoro meno infelici di altri con le donne, anche se spesso non ne hanno saputo sfruttare o incoraggiare le potenzialità, ma insomma.
Allora ecco, pensando anche a loro, vorrei qui riportare alcune osservazioni, in forma rapsodica, poco organizzata in un discorso. Solo per mettere in chiaro alcune questioni. Perdonatemi se risulterò troppo schematica.

  1. Io penso che sia giusto riconoscere una differenza sostanziale tra uomini e donne, anche se questo riconoscimento comporta dei rischi e va preso con le pinze. Si tratta di un rapporto diverso con l’attrazione sessuale, la quale per gli uomini si impone in maniera univoca ed esplicita. Il desiderio sessuale cambia il corpo dell’uomo, si fa esigente, e non può essere ignorato. Per alcune donne può funzionare in questo modo analogo, ma per moltissime la domanda sessuale è meno univoca e immediatamente raggiungibile. Anzi, si può dire che per molte donne la conquista del desiderio è un itinerario che va con il loro percorso di crescita, un impossessarsi del corpo per poi starci insieme. Io credo che questa impellenza del desiderio per gli uomini, una cosa anche questa che probabilmente si impara a parlarci con il tempo, crei spesso delle difficoltà nel saper pensare il femminile dimenticandosi del potere del sesso. Questo lo dico, non per giustificare l’abuso sessuale o il ricatto sessuale, su un piano giuridico o politico, ma perché credo che spieghi come invece in una prospettiva psicologica, o volendo psichiatrica, la psicopatologia maschile possa passare dall’abuso sessuale.
  2. In ogni caso in questione non è la legittimità del desiderio, per quanto possa farsi impellente. Presto, o tardi, oggi più presto di ieri, anche le donne toccano il loro diritto al mero desiderio sessuale. La questione è che su questa evidenza del desiderio si appoggiano molte storture del maschile, quanto di ordine individuale quanto di ordine sociale. Ossia succede che al desiderio si appoggi l’istinto di morte per esempio, di sopraffazione e anche, di fusione psicotica con l’oggetto, oppure sempre dietro al desiderio si nasconda una vorace e ricattatoria dipendenza dall’oggetto relazionale. Se ci pensiamo il tipo sociale di cui stiamo parlando negli articoli di cronaca è un uomo che da una parte ha potere e denaro a sufficienza senza aver bisogno di ricattare nessuno, che è in una posizione che nel nostro inconscio culturale è ipso facto erotizzata, dall’altra è qualcuno che nonostante tutto questo, sovrappone al gesto sessuale un vincolo, un dominio, un ricatto, la richiesta di un’assenza di scelta. Ossia parliamo di soggetti per i quali la libertà dell’altro è un problema, una fonte di angoscia, l’identità dell’altro qualcosa diviene allora da – a seconda della sfumatura patologica: uccidere (abuso sessuale e stupro), dominare e surclassare (ricatto sessuale) , incorporare per potere annullare qualsiasi distanza (stalking).
  3. In tutto questo la cornice di un contesto discriminante le donne in svariati ambiti – della professione, dell’apprendimento, della salute, incoraggia la strutturazione di patologie che da individuali diventano collettive, in un effetto di tacito rinforzo e di narrazione condivisa. Se in un contesto di lavoro ci saranno poche donne ai posti di vertice, se si da per assodato che oltre a un certo livello solo gli uomini possano far carriera se cioè c’è una consuetudine alle quote azzurre, le patologie del maschile sul femminile saranno più accettate, saranno anche accolte nel tessuto complessivo per quanto in realtà da molti non materialmente condivise. In altri ambiti invece dove il femminile è arruolato per il suo potere seduttivo ed estetico anche sul maschile – cinema, spettacolo, televisione, moda – ho la sensazione che il problema riguardi anche una sorta di punizione simbolica – e forse neanche troppo simbolica per quel dispiegamento di potere e anarchia che è rappresentato dalla bellezza di un corpo, per giunta fertile. Quando si parla di violenza di genere, in effetti, non bisogna mai sottovalutare l’importanza che ha nella percezione della donna, il fatto che essa sia quella che, allo stato attuale dell’arte, è depositaria della terribilmente invidiabile, capacità di generare. Le statistiche dei centri antiviolenza dimostrano che una percentuale consistente delle violenze fisiche è per esempio sulle donne incinte, e possiamo dire che tra la discriminazione di genere variamente istituzionalizzata e l’atteggiamento maschile antiabortista spesso c’è una segreta relazione: non possiamo generare senza la donna, cerchiamo di controllare quel corpo che altrimenti ci sfuggirebbe.

Ora, io non credo che tutti gli uomini debbano sentirsi chiamati in causa. A essere precisi siamo tutti chiamati in causa nella tacita connivenza di organizzazioni sociali, microcosmi che a vario titolo, mischiano il potere con il sesso, quando dovrebbero essere distinti e distinguibili. Ora, emergono dichiarazioni che disvelano questo sistema, e capisco che l’insieme possa essere destabilizzante. Anche la dinamica, con queste confessioni in assenza di prove (che d’altra parte per la natura dei reati, non sono mai disponibili) ha qualcosa che può lasciare perplessi. Tuttavia si tratta di un passaggio che può avere una sua utilità perché alla fine forse, quelle distorsioni potrebbero essere più facilmente isolabili e meno sostenute socialmente, questo bisogna dire, anche a prescindere dallo stile con cui si voglia condurre la propria vita privata.

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