L’oroscopo dei dieci segni

 

Per i nati sotto il segno del tormento, la luna smetterà di essere opaca e languida sul finire del mese di gennaio, a marzo sgocciolerà sulla terra asciutta, e ad aprile, farà germogliare selvatici ranuncoli privi di buon senso, fiori di malva di impavido ottimismo, pratoline di sregolato sentimentalismo. A luglio le costellazioni della cupezza s’attarderanno ai confini del cielo, s’affacceranno comete timide che porteranno, loro malgrado, rosee aspettative, miglior auspici, e tutte le modeste opinioni che tanto sfigurano davanti all’eleganza dei profeti di sventura. A novembre potrebbero tornar antiche angosce, di poi la neve della quiete.

I figli della vanagloria, segno astrale fatiscente e affaticato, dovranno stare attenti alla congiuntura che nei cieli di inizio primavera vedrà insieme le rese dei conti dei puntigliosi e gli esami guardinghi delle vecchie. Faranno bene, dicono gli astri, a nascondersi sotto alle coperte come cuccioli di cane che tengono l’osso, come formiche quando rotolano le olive nella sera. L’estate sarà severa con i nati dell’ultima decade: pioveranno specchi per ogni strada, bambini racconteranno impietosi ritratti non richiesti, sulle coste dei laghi e dei fiumi, le acque diranno verità scomode. Deve passare la nottata per i narcisi di questo segno.

Invece la successione di Marte, Giove e Plutone, porta buone notizie per i nati nel segno del perdono. L’anno esordirà con la luce di soli assennati e noiosi, e le speranze potrebbero incrinarsi con i modesti fasti del carnevale. Proprio  con l’arrivo della quaresima però, stagione cara ai nati di questo segno, arriveranno finalmente bancarotte fraudolente, furti con scasso e, per i nati dell’ultima decade, persino un omicidio colposo. A settembre addirittura potrebbe arrivare l’amore. Gli astri dicono, che dovrebbero baluginare delle suore impunite con la veste nelle ortiche, e per le nate della seconda decade, sotto casa un militante disincantato, un eroe senza eroismo, uno spartano senza armatura e neanche cimiero.

In ogni caso, questo sarà l’anno romantico dei cuori di tenebra, gli evitanti e pessimisti e scontrosi, nati sotto il segno della diffidenza. Subito a gennaio Saturno li scoverà dai loro nascondigli, imporrà di togliere occhiali da sole, ventagli settecenteschi, travestimenti istrionici di ogni ordine e grado, per costringerli – implacabile Saturno – a erotismi trascinanti e sofisticati, con schiave del desiderio prone ai loro piedi, maliarde materne per le quali ogni diffida è una forma di carezza, gatte persiane bizantine e sagaci, esperte di timore e tremore, che non si sposteranno dal cuscino di damasco, e faranno rumorose e incontrovertibili fusa di elezione e devozione.
I nati della seconda decade di questo segno allora, verso maggio potrebbero volere addirittura un nuovo appartamento con una finestra che da sui tetti della città.

Tempestoso si profila l’anno per i nati sotto il segno dell’ossessione. Se già a febbraio non basteranno le scale dei grattacieli, i clienti dell’ufficio postale, le code dei gatti e i sorrisi del diavolo, ad aprile sarà una strage di petali di margherita, e in particolare i nati della terza decade spasimeranno per un’archivistica stucchevole e smielata delle spine delle rose e delle stirpi di gardenie. L’estate sarà il turno delle camelie tragiche e mortali, finché un pianeta misterioso e sconosciuto non transiterà nel segno, e gli ultimi nati si incrosteranno sulla pelle del mare, a far ingegneristiche piramidi di conchiglie, pagode di alghe abbandonate, ponti levatoi per meduse e polipi e granchi stanchi di vivere. Per questi nati, sarà un anno malinconico.

Addirittura soltanto da giugno, il cielo sarà clemente per i bizzarri gli eccentrici e gli sconclusionati. Urano Gea e una mistura capricciosa di pianeti e divinità, sosteranno nel segno dell’anarchia per i primi mesi dell’anno, costringendo i nati di questo segno a una estenuante sequenza di prove che potrebbero costar loro casa e lavoro: a febbraio una cena con dei pubblicitari reazionari per i nati della seconda decade, ad aprile la visita di una drappello di zie per quelli della prima, a maggio i poveretti della terza dovranno compiacere una vedova cattiva e conformista piegando la testa, guardando per ore la televisione. Con l’estate però il cielo tornerà a essere il cappotto della madre dove sostare da bambini, dalle stelle cadranno cavallette fatte con i fili d’erba, origami che nascondono una candela, scarpe di raso da appendere alle finestre, palloni di cuoio coll’autografo di un divo.

Forse il cielo più gentile è quello – dicono gli astri – dei nobili decaduti, dei santi dissacrati di quelli nati nel segno dell’eternamente appena spento scintillio. Dai castelli col tetto sfondato scenderanno usignoli , pettirossi e ara macao. Si disporranno sopra i manti di velluto bordati di ermellino, sui grandi tavoli intarsiati di legno e porteranno calici di vino, piatti di frutta e lamentose consolazioni, carezze e scuotimenti di testa con il becco al cielo. A luglio, i nati della terza decade notoriamente più malinconici degli altri, potranno radunarsi tutti insieme in una valle fiorita e, vicino a un lago, raccontare favole meravigliose dal passato che credono ancora di aver avuto, a bambini generosi e clementi, che batteranno le mani e grideranno pieni di gentile compassione. I pianeti in autunno diventeranno però severi, e gli imperatori che hanno perso lo scettro dovranno considerare di non averlo mai avuto. A dicembre cadrà la neve, e comunque verranno le fate.

Gli atolli di saturno tutti quanti, dicono gli esperti, si impegneranno a partire da febbraio ad aiutare i permalosi e bellicosi da sempre loro assistiti, a trovare l’amore, sfideranno a duello una ricca ereditiera in una cena mondana, ci litigheranno forsennatamente, lei lancerà addosso al loro pastrano una coppa di champagne, e di poi se la luna lo permetterà si baceranno con ardore. I nati della seconda si dovranno invece portare al centro del mare a mezzanotte, in un giorno del mese di maggio, per poter litigare con sirene e tritoni puntigliosi e precisi, in una gara di erotica ed estenuante petulanza ma che potrebbe finire nel migliore dei modi – ossia in un letto improvvisato nella barca. Gli ultimi nati quelli della terza decade, suscettibili all’influenza di astri limitrofi alla loro sventurata costellazione, potranno limitarsi a invitare una signora a cena in modo urbano, discuterci pacatamente dinnanzi a uno sformatino di noci e parmigiano, di questioni inerenti la pubblica amministrazione, complimentarsi infine per i loro discreti orecchini e lasciar di poi che faccia lei, una donna decisa.

Invece, duole dirlo ma la verità non si nega, i pianeti saranno terribili ed esigenti con i nati sotto il segno del margine e dell’umiltà, di norma impiegati di serie C nelle pubbliche biblioteche, casalinghe esperte nelle crostate di visciole e nella pasta di zucchero e anche netturbini che si proclamano senza qualità alcuna. Per questi poeti che si ostinano a farsi dimenticare, già a febbraio gli astri preparano scranni tempestati di diamanti, poltrone da amministratore delegato, e per le signore nate nella seconda decade un improvviso quanto terrorizzante giro d’affari in fatto di catering per principesse. Le signore timide della terza decade si troveranno costrette a indossare abiti da sera pieni di toulle e gigli ricamati, a portare guanti di velluto fino al gomito, a tenere foglie di seta nei capelli improvvisamente morbidi e lunghi. L’avvento di Marte nel segno a novembre inasprirà la situazione: il successo fiorirà intorno a questi introversi spaventati, le loro gesta saranno quotate in borsa e a dicembre dovranno persino far visita al presidente della Repubblica che tuttavia, a causa della sua proverbiale ritrosia, potrebbe offrir loro un cappuccino.

I sognatori e i parolieri e gli scribacchini tutti, nati sotto il segno della prosa, vivacchieranno invece come sempre, appendendosi selvatici a questo o a quell’astro, chiacchierando scostumati con questo o quel pianeta. A Marzo i nati della prima decade, specialisti in fatto di spionaggio stragi e mortammazzati avranno un concistoro con le volpi, a Giugno quelli della seconda, fissati con le cose zuccherose e romantiche prenderanno lezioni da una scuola di cicale, e gli ultimi i fantasiosi e sconclusionati si attarderanno con gli animali più strani. Gli astri promettono un seminario con le giraffe, uno con gli elefanti, un terzo con i serpenti.( Per me probabilmente un corso con un millepiedi che ha bisogno di molte scarpe, per correre da tutte le parti).
Buon anno (qui).

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Sulla schizofrenia

Vorrei cominciare questo post con una storia molto bella, che fu raccontata a una lezione di scuola da una mia brava collega, che poi sarebbe diventata una mia amica.
Questa mia amica, una volta si trovò ad accompagnare in gita un gruppo di pazienti – con diagnosi piuttosto solide, tipo schizofrenia per intenderci, a vedere le bellezze artistiche della città, accompagnati da una storica dell’arte che forniva spiegazioni e note storiche.Li portavano per monumenti, statue, e soprattutto chiese, e per questo buona parte delle nozioni che i componenti del gruppo appresero, riguardarono vite di Santi, e vicende della Madonna Giuseppe e Gesù Bambino.

La mia amica raccontò che a un certo punto una paziente, riferendosi a una santa che aveva avuto una visione, aveva chiesto provocatoria:
– Scusi
- Eh
- Ma perché quella vede la Madonna e le fanno una statua, io vedo la Madonna e me danno le pasticche?

L’aneddoto mi parve e mi pare prezioso, perché parrebbe che non ha una risposta decente, e invece in realtà ce l’ha, e trovarla e capire cosa sia realmente la psicoterapia è un tutt’uno. Nel primo momento in cui uno sente la domanda, cadono in testa solo due risposte possibili – quella che cercherebbe di istituire una differenza di categoria esistenziale tra la donna schizofrenica e la santa – onde proteggere la prosecuzione della cura farmacologica e non, e farle intendere che sta sottovalutando i propri problemi, e quella che invece annullerebbe la differenza onde premiare l’esame di realtà della paziente magari mettendo in scacco la cura farmacologica, e non solo quella. Ma le due risposte alla domanda sono molto pregnanti perché coinvolgono il modo di pensare il paziente psichiatrico, e la griglia di categorie mentali con cui la cultura, e il nostro veicolo privilegiato la tassonomia psichiatrica, pensa il soggetto in cura. La domanda porta infatti alla coscienza di due ordini ideologici diversi, accomunati da un valore positivo condiviso, che legittima entrambi, è che è una ragione in più per mettere un clinico all’angolo.

Siamo cattoliche tutte e due Dottoressa. Tutte e due, decidiamo che la Madonna fece un figlio senza aver avuto rapporti sessuali. Tutte e due dottoressa afferiamo a un mondo ideologico di miracoli e di salto nella fede. Allora, perché dottoressa se quella salta nella fede è santa, e se lo faccio io sono pazza? Dove è l’errore?

Forse dottoressa, era pazza anche la santa in questione?
O forse sono io che sono una santa, e non l’ha capito nessuno?

E noi potremmo aggiungere:

E se la santa era pazza, forse anche la religione è una follia 
O, se io sono una santa, e voi mi impasticcate la psichiatria è una religione.

Non se ne esce facilmente, men che mai, decidendo che bisogna avere consapevolezza della relativizzazione storica, del fatto che la nostra è una cultura medicalizzata mentre quella di prima non lo era, che la nostra è una cultura che punisce e ingabbia l’elemento eversivo mentre questo prima non accadeva. Queste cose sono carine, ma non bastano, e sono anche riduttive, perché la società non è così monolitica e ci sono larghe o strette aree di essa – che da sempre variano con gli ondeggiamenti della storia, ma che non spariscono mai – abbastanza articolate da saper digerire l’eversione sofisticata. In ogni caso, non se ne esce tenendo la base dello sguardo sul contesto sociale e sulla sua reazione, sul giudizio di appropriatezza e di inappropriatezza del comportamento.

Tentazione che salta alla gola, spiegazione facile.

Alla santa fanno la statua perché all’epoca la visione era un comportamento appropriato, mentre oggi ti danno le pasticche perché la visione è inappropriata e perciò penalizzata.

Cioè si finisce col pensare che la cura – sia essa farmacologica che psicologica – sia un mezzo per adattare qualcosa di diseguale, a qualcosa di uguale.

In questo corto circuito tutto ideologico, c’è un fraintendimento di fondo sulla questione del malessere psichico. Del quale si coglie sempre la disomogeneità rispetto al canone, ritenendo che l’eventuale sofferenza posto che ci sia, sia da imputare alla disomogeneità. Dire alla paziente che lei è come la santa, ci fa sentire a noi persone perbenino dell’era post Basaglia, eticamente a posto, e aperti di vedute, ci regala una solidarietà magnifica e una grande lungimiranza, proteggendoci simultaneamente dall’assumere la responsabilità di capire esattamente a cosa combacia l’esistenza di quella donna e di prendere atto del suo eventuale bisogno di aiuto. Ci viene in contro un profluvio di retorica e di banalizzazione, che epura la schizofrenia dal dolore, dalla difficoltà, dall’esperienza non di rado tragica di avere dei sentimenti senza che ci siano le parole, di avere delle parole che dicono delle cose diverse dei sentimenti, dalla difficoltà di scavalcare lo spinoso muro della comunicazione.

La vera questione è che tra quella signora e quella santa c’è un abisso e l’abisso sta nella forza necessaria a sostenere il peso di una narrazione.

La vera questione è che la signora non è curata per via delle allucinazioni. La nostra signora è curata per un problema di linguaggio, e l’uso che ella fa delle allucinazioni è il sintomo di questo problema.
Sicché, la nostra dottoressa poteva rispondere.
A parer mio, non prendi le pasticche per le visioni. Non sei curata a causa delle visioni.

La mia idea delle allucinazioni e dei deliri, è che esse sono scorciatoie che la psiche adotta per comunicare delle vicende sue, in un regime di economia e di risparmio. L’allucinazione è la parola di un animo in inverno, senza tanta legna per il camino, che deve sopravvivere a una vita che pare tutta di notte. Gli altri – con le loro case illuminate, piene di volti che sorridono, di candele accese di profumi di cose buone, possono permettersi di far passare alla parola psichica i numerosi trattamenti che la fanno diventare pensiero. Gli altri, i ricchi di amore, possono cucinare i sentimenti per ore e per ore, fino a farne un buon sugo, una gustosa crema, un dolce raffinato. L’allucinazione è invece un piatto tiepido, l’immagine a mala pena scaldata su un tegame, e subito servita su un piatto. Cruda, indigesta, neanche si riesce a tagliare. E siccome è così cruda e indigesta, continua a girare e a riproporsi nella stanza vuota e buia dell’inverno psichico, senza dare il tempo di fare niente. Senza dare il tempo di trovare una soluzione. Senza che si riesca a digerirla.Il problema non è il bisogno della parola psichica, il problema non è mai il testo. Il problema è che non c’è una narrazione che lo renda vitale, linfatico, comunicativo, vivo.

Dunque, in realtà la signora non era esattamente la santa, perché la santa come quella statua dimostrava, aveva trasformato l’orrendo piatto indigesto in narrazione, aveva elaborato l’immagine che essa stessa aveva avuto prima fredda e pericolosa, aveva conferito un senso. Non gli altri per lei, ma lei da se. Quando si costruiscono i significati piano piano il dolore si scioglie, ecco il senso della psicoterapia.
Ossia – il senso è in un certo modo: non trasformare il dato eversivo nell’oggettività del senso comune, ma nella soggettività dell’arte.

Perciò, la vera questione, non è tanto fare una scuola di dizione – che però bisogna dire in più di un caso ha la sua ineliminabile utilità – la vera questione è riscaldare la casa al punto tale, per cui elaborare significati torni ad essere possibile. Una buona psicoterapia lavora sul clima interno della psiche, prima ancora che sulle cose che in quel clima vengono prodotte. Lavora perché il clima diventi caldo e ospitale, che il se stesso segreto diventi un porto talmente sicuro, da poter fare delle incursioni fuori nella neve, e prendere altra legna, portarla dentro bruciarla e cucinare. Poi si può vedere insieme cosa cucinare e come e quali cose vengono meglio e quali peggio. Questa cosa del clima psichico, e di quante cose permette di fare il clima psichico, poi i clinici lo traducono in forza e debolezza dell’io.

creare, qualche volta ci è bisogno di spazio.

Andare in terapia – appunti.

 

Se c’è una domanda quanto banale quanto ricorrente, che è capace di mettere il dito su questioni ampie e persino esistenziali e filosofiche, è quella che riguarda la necessità della psicoterapia. Quando, si chiede spesso all’addetto ai lavori, ci si deve accorgere che bisogna chiedere un consulto? E a questa domanda potrebbero seguirne altre, perché è così più facile con le questioni di salute che riguardano il corpo? E un’altra, che invece mi pongo io, perché ci sono molti pazienti che dicono – beh, la psicoterapia fa bene a tutti e altri che dicono che no, non serve a nessuno?

La questione dell’opportunità della cura psicologica o addirittura della sua necessità, mette l’indice su nodi filosofici, o addirittura bioetici, che legittimamente io credo riguardino tutti, e non è una riflessione sui mezzi di cura, o l’agnizione dell’avanzamento delle ricerche a poterne eludere la portata. Questi nodi hanno infatti a che fare: con la soggettività, il libero arbitrio, la legittima differenza che sussiste tra modi di stare al mondo, la sfera delle decisioni possibili e di come esse si producono quando si entra in relazione con qualcuno e lo si include nel panorama. In questo senso, imparentata con questa classe di domande ce ne è un altra, che riguarda il timore del potere: un terapeuta può condizionare la vita di un paziente in un senso come nell’altro? Le persone che sono in contatto con un assistito, possono temere che i pensieri di quel clinico condizionino le scelte del paziente, e lo portino dove altrimenti non andrebbe? Quanto contano i valori del terapeuta? Quanto conta il suo dna sociale, di religione, sesso, classe, censo, politica? Sono neutralizzabili questi codici di provenienza o sono neutralizzabili solo in parte?

 

Questo tipo di domande vengono in superficie per situazioni cliniche in cui il grado di malessere è di medio – basso raggio, cioè quando, le persone che si chiedono se andare in terapia sentono di poter scegliere, ritengono di potersela cavare anche in qualche altro modo. Come ho già scritto altrove, si tratta di una circostanza analoga a quella che capita di vivere quando si hanno dei malanni fisici di media entità che non implicano effetti davvero allarmanti, anche se in qualche modo hanno ugualmente un impatto sulla qualità della vita e anzi potrebbero rivelare la capacità di divenire più gravi e metterla in pericolo: molte persone possono decidere di rinviare e di aspettare. Ugualmente ci sono invece situazioni di importante gravità per le quali il tentativo di cura sembra essere ineludibile e non di rado l’ultima – forse tardiva spiaggia: depressioni paralizzanti, disturbi ossessivi compulsivi o stati ansiosi tali che paralizzano l’attività quotidiana, forme di malessere talmente conclamato da non lasciare davvero alternativa. Questo tipo di situazioni infatti, sono situazioni di libertà perduta, non di libertà a rischio – per cui il problema della soggettività confiscata dalla cura, del pericolo in cui possono correre le proprie decisioni è fuori discussione – perché soggettività e libero arbitrio, le ha già confiscate il sintomo: al contrario di quanto si ama credere, la psicopatologia è quella cosa che più è grave, più sottrae soggettività, più è grave, più deindividualizza e banalizza: se non fosse per le parti sane, non distingueremmo uno psicotico da un altro, un alcolista da un altro.

 

Chi invece può scegliere si chiede: cosa ne sarà delle cose che mi sostengono? La mentalità della persona che mi avrebbe in cura non potrebbe dire che certe cose per me importanti sono invece un altro sintomo? Questa libertà che io sento di avere rimarrà nella stanza di terapia? Finirò con il fare delle cose che non voglio fare? Le persone poi che annusano le terapie di stampo psicodinamico e che hanno esplicitamente intenzioni più globali e generali nel loro concetto di cura – non si limitano cioè a pensare di risolvere un sintomo, ma siccome il sintomo è connesso a tutta la loro persona, l’obbiettivo è un miglioramento complessivo compreso il sintomo) si chiedono se non diventeranno ciò che non sono. Ci sono diversi problemi che non aiutano a scavalcare questi dubbi e rivolgersi a un professionista – oltre quelli dovuti al gran numero di psicoterapeuti e di scuole, e al gran numero di persone incompetenti o formate in maniera insufficientemente seria – e che riguardano il modo di immaginare la terapia in primo luogo, e alcune cose che il mondo della terapia ha a sua volta paura di mettere in chiaro, oppure ci riesce ma con difficoltà.

Le persone immaginano le terapie in termini di qualcuno che chiede consigli e un’altra persona che ne da. Questo perché la cosa più vicina che hanno in mente è un confessore, oppure un amico brillante, ma anche la frequente esperienza di una persona vicina e in cura che ha dichiarato “faccio così perché me l’ha detto il terapeuta”. Le terapie però non sono contesti dove il primo complemento oggetto sono le scelte positive, le terapie sono diciamo invece quei contesti in cui si cerca di lavorare al motivo per cui una certa identità non opera le scelte coerenti con la sua identità. Può succedere certamente che a fronte di circostanze di vita particolarmente gravi e pericolose per i pazienti o acclaratamente invalidanti il terapeuta si assuma il rischio di un’uscita dal ruolo e dia un consiglio, ma nella norma il funzionamento della terapia è nel ragionare sui processi che conducono alle scelte. Con estrema frequenza, quando si scoprono meccanismi e desideri propri – agli occhi dell’altro lampanti, ma che si rivelano lampanti al soggetto solo a percorso avviato – se ne ha paura, si ha paura di intitolarseli, e in seguito a processi proiettivi si mettono in bocca al clinico nei dialoghi con terzi cose che il clinico non ha mai neanche pensato, oppure ha ascoltato le ha prese sul serio ma mai di suo proposto. Non è una menzogna, è proprio un delegare al curante parti emergenti proprie, parti autorevoli, perché ancora non ci si sente autorevoli su se stessi. E’ un processo innocuo, chi sa che nella mia vita passata di analizzanda non lo abbia fatto anche io per esempio con i miei genitori, ma fa aumentare la percezione che il clinico porti dove vuole portare lui, anziché come invece succede dove vuole portarsi il paziente.

 

D’altra parte secondo me almeno, e pensando specificatamente al gruppo ristretto dei clinici di vocazione talento e tecnica, secondo i miei personali parametri, esiste una sorta di ideologia condivisa degli psicoterapeuti che deve come dire, vincere sulle ideologie e storie personali di approdo alla cura. Questo sostrato ideologico, ha da una parte un senso di familiarità e assenza di sanzione rispetto agli immaginari che all’esterno della cura sono considerati sanzionabili, e un po’ come le organizzazioni politiche democratiche, promuove i diversi processi di individuazione nel rispetto delle diverse individualità, non deve perciò sanzionare orientamenti sessuali, orientamenti religiosi, scelte politiche, e troverà che scavalcheranno nel sintomo qualora implichino gravi aggressioni a se stessi e a terzi. Qualcuno potrà dedurne che si tratta di un costrutto borghese della salute psichica, e almeno io potrò sinceramente riconoscere che è vero, borghese è il codice di provenienza, anche se è in grado di concepire poltrone abbastanza larghe per diversi tipi di corpo e vocazione sociale. Nel dettaglio, un buon psicoterapeuta è quello che indovina la linea del processo di individuazione che sta scritta nella vita di ogni paziente, e nell’aiutare il paziente a risolvere gli intoppi che lo rallentano nel suo percorso, e lo portano a deviazioni o blocchi rispetto a quella che è la sua strada psichica. Terapeuti cattivi, ma soprattutto terapeuti bravissimi non saranno mai capaci di portare un paziente dove la sua individuazione non lo porterebbe mai. Questo può forse sembrar capitare a soggetti particolarmente suggestionabili, il cui destino stesso è quella particolare suggestionabilità – ma trovo interessante, e non proprio casuale – constatare che in terapia, i soggetti molto suggestionabili non vengono mai, almeno a me non sono mai capitati. In terapia arriva chi anche se in una zona non del tutto conscia, anche se al momento è sovrastato dall’angoscia, sa che monta su una macchina che comunque guiderà. In generale comunque nella ideologia della psicoterapia c’è un motore di cambiamento, arrivare vuol dire firmare un patto in virtù del quale si condivide l’insoddisfazione verso un equilibrio presente. In questo senso, ideologicamente un terapeuta sta dalla parte della modifica degli equilibri ( per quanto sempre con un occhio fisso sull’individuazione possibile del paziente. Un buon clinico è anche quello che sa capire appunto dove un paziente potrebbe non voler o non poter arrivare, cosa in realtà non è nel suo desiderio materializzabile.)

 

Se pensiamo allora alla terapia, come quella cosa che sblocca e pulisce un processo di individuazione che è in un enpasse, qualcosa che ci rimette a camminare su una linea immaginaria che è il potenziale di vita prodotto dalla nostra e solo nostra personalità – si capisce meglio quali possono essere i campanelli che portano alla cura.

Sono tutti quei campanelli correlati a un senso di incatenamento, che sia esplicitamente collegato a un problema che non si riesce a risolvere (un esempio tipico, quando una depressione per un lutto si protrae per anni) oppure che abbia a che fare con la tendenza a notare di rispondere sempre allo stesso modo davanti a sfide diverse (per esempio persone che si arrabbiano sempre tantissimo per cose di diverso carico, e in situazioni di diversa rilevanza e che in realtà solleciterebbero sentimenti diversi) ma anche per una generica sensazione che la qualità della vita dentro cui si è calati, non ci rende soddisfatti, non ci da ritorni. Oppure ancora perché ci sono obbiettivi che si potrebbero raggiungere e però invece no, non sono raggiungibili. In generale, mi sembra opportuno considerare la terapia come il contesto dove mezzi e possibilità confiscate da sintomi o equilibri di corto raggio possono essere liberati.