Andare in terapia – appunti.

 

Se c’è una domanda quanto banale quanto ricorrente, che è capace di mettere il dito su questioni ampie e persino esistenziali e filosofiche, è quella che riguarda la necessità della psicoterapia. Quando, si chiede spesso all’addetto ai lavori, ci si deve accorgere che bisogna chiedere un consulto? E a questa domanda potrebbero seguirne altre, perché è così più facile con le questioni di salute che riguardano il corpo? E un’altra, che invece mi pongo io, perché ci sono molti pazienti che dicono – beh, la psicoterapia fa bene a tutti e altri che dicono che no, non serve a nessuno?

La questione dell’opportunità della cura psicologica o addirittura della sua necessità, mette l’indice su nodi filosofici, o addirittura bioetici, che legittimamente io credo riguardino tutti, e non è una riflessione sui mezzi di cura, o l’agnizione dell’avanzamento delle ricerche a poterne eludere la portata. Questi nodi hanno infatti a che fare: con la soggettività, il libero arbitrio, la legittima differenza che sussiste tra modi di stare al mondo, la sfera delle decisioni possibili e di come esse si producono quando si entra in relazione con qualcuno e lo si include nel panorama. In questo senso, imparentata con questa classe di domande ce ne è un altra, che riguarda il timore del potere: un terapeuta può condizionare la vita di un paziente in un senso come nell’altro? Le persone che sono in contatto con un assistito, possono temere che i pensieri di quel clinico condizionino le scelte del paziente, e lo portino dove altrimenti non andrebbe? Quanto contano i valori del terapeuta? Quanto conta il suo dna sociale, di religione, sesso, classe, censo, politica? Sono neutralizzabili questi codici di provenienza o sono neutralizzabili solo in parte?

 

Questo tipo di domande vengono in superficie per situazioni cliniche in cui il grado di malessere è di medio – basso raggio, cioè quando, le persone che si chiedono se andare in terapia sentono di poter scegliere, ritengono di potersela cavare anche in qualche altro modo. Come ho già scritto altrove, si tratta di una circostanza analoga a quella che capita di vivere quando si hanno dei malanni fisici di media entità che non implicano effetti davvero allarmanti, anche se in qualche modo hanno ugualmente un impatto sulla qualità della vita e anzi potrebbero rivelare la capacità di divenire più gravi e metterla in pericolo: molte persone possono decidere di rinviare e di aspettare. Ugualmente ci sono invece situazioni di importante gravità per le quali il tentativo di cura sembra essere ineludibile e non di rado l’ultima – forse tardiva spiaggia: depressioni paralizzanti, disturbi ossessivi compulsivi o stati ansiosi tali che paralizzano l’attività quotidiana, forme di malessere talmente conclamato da non lasciare davvero alternativa. Questo tipo di situazioni infatti, sono situazioni di libertà perduta, non di libertà a rischio – per cui il problema della soggettività confiscata dalla cura, del pericolo in cui possono correre le proprie decisioni è fuori discussione – perché soggettività e libero arbitrio, le ha già confiscate il sintomo: al contrario di quanto si ama credere, la psicopatologia è quella cosa che più è grave, più sottrae soggettività, più è grave, più deindividualizza e banalizza: se non fosse per le parti sane, non distingueremmo uno psicotico da un altro, un alcolista da un altro.

 

Chi invece può scegliere si chiede: cosa ne sarà delle cose che mi sostengono? La mentalità della persona che mi avrebbe in cura non potrebbe dire che certe cose per me importanti sono invece un altro sintomo? Questa libertà che io sento di avere rimarrà nella stanza di terapia? Finirò con il fare delle cose che non voglio fare? Le persone poi che annusano le terapie di stampo psicodinamico e che hanno esplicitamente intenzioni più globali e generali nel loro concetto di cura – non si limitano cioè a pensare di risolvere un sintomo, ma siccome il sintomo è connesso a tutta la loro persona, l’obbiettivo è un miglioramento complessivo compreso il sintomo) si chiedono se non diventeranno ciò che non sono. Ci sono diversi problemi che non aiutano a scavalcare questi dubbi e rivolgersi a un professionista – oltre quelli dovuti al gran numero di psicoterapeuti e di scuole, e al gran numero di persone incompetenti o formate in maniera insufficientemente seria – e che riguardano il modo di immaginare la terapia in primo luogo, e alcune cose che il mondo della terapia ha a sua volta paura di mettere in chiaro, oppure ci riesce ma con difficoltà.

Le persone immaginano le terapie in termini di qualcuno che chiede consigli e un’altra persona che ne da. Questo perché la cosa più vicina che hanno in mente è un confessore, oppure un amico brillante, ma anche la frequente esperienza di una persona vicina e in cura che ha dichiarato “faccio così perché me l’ha detto il terapeuta”. Le terapie però non sono contesti dove il primo complemento oggetto sono le scelte positive, le terapie sono diciamo invece quei contesti in cui si cerca di lavorare al motivo per cui una certa identità non opera le scelte coerenti con la sua identità. Può succedere certamente che a fronte di circostanze di vita particolarmente gravi e pericolose per i pazienti o acclaratamente invalidanti il terapeuta si assuma il rischio di un’uscita dal ruolo e dia un consiglio, ma nella norma il funzionamento della terapia è nel ragionare sui processi che conducono alle scelte. Con estrema frequenza, quando si scoprono meccanismi e desideri propri – agli occhi dell’altro lampanti, ma che si rivelano lampanti al soggetto solo a percorso avviato – se ne ha paura, si ha paura di intitolarseli, e in seguito a processi proiettivi si mettono in bocca al clinico nei dialoghi con terzi cose che il clinico non ha mai neanche pensato, oppure ha ascoltato le ha prese sul serio ma mai di suo proposto. Non è una menzogna, è proprio un delegare al curante parti emergenti proprie, parti autorevoli, perché ancora non ci si sente autorevoli su se stessi. E’ un processo innocuo, chi sa che nella mia vita passata di analizzanda non lo abbia fatto anche io per esempio con i miei genitori, ma fa aumentare la percezione che il clinico porti dove vuole portare lui, anziché come invece succede dove vuole portarsi il paziente.

 

D’altra parte secondo me almeno, e pensando specificatamente al gruppo ristretto dei clinici di vocazione talento e tecnica, secondo i miei personali parametri, esiste una sorta di ideologia condivisa degli psicoterapeuti che deve come dire, vincere sulle ideologie e storie personali di approdo alla cura. Questo sostrato ideologico, ha da una parte un senso di familiarità e assenza di sanzione rispetto agli immaginari che all’esterno della cura sono considerati sanzionabili, e un po’ come le organizzazioni politiche democratiche, promuove i diversi processi di individuazione nel rispetto delle diverse individualità, non deve perciò sanzionare orientamenti sessuali, orientamenti religiosi, scelte politiche, e troverà che scavalcheranno nel sintomo qualora implichino gravi aggressioni a se stessi e a terzi. Qualcuno potrà dedurne che si tratta di un costrutto borghese della salute psichica, e almeno io potrò sinceramente riconoscere che è vero, borghese è il codice di provenienza, anche se è in grado di concepire poltrone abbastanza larghe per diversi tipi di corpo e vocazione sociale. Nel dettaglio, un buon psicoterapeuta è quello che indovina la linea del processo di individuazione che sta scritta nella vita di ogni paziente, e nell’aiutare il paziente a risolvere gli intoppi che lo rallentano nel suo percorso, e lo portano a deviazioni o blocchi rispetto a quella che è la sua strada psichica. Terapeuti cattivi, ma soprattutto terapeuti bravissimi non saranno mai capaci di portare un paziente dove la sua individuazione non lo porterebbe mai. Questo può forse sembrar capitare a soggetti particolarmente suggestionabili, il cui destino stesso è quella particolare suggestionabilità – ma trovo interessante, e non proprio casuale – constatare che in terapia, i soggetti molto suggestionabili non vengono mai, almeno a me non sono mai capitati. In terapia arriva chi anche se in una zona non del tutto conscia, anche se al momento è sovrastato dall’angoscia, sa che monta su una macchina che comunque guiderà. In generale comunque nella ideologia della psicoterapia c’è un motore di cambiamento, arrivare vuol dire firmare un patto in virtù del quale si condivide l’insoddisfazione verso un equilibrio presente. In questo senso, ideologicamente un terapeuta sta dalla parte della modifica degli equilibri ( per quanto sempre con un occhio fisso sull’individuazione possibile del paziente. Un buon clinico è anche quello che sa capire appunto dove un paziente potrebbe non voler o non poter arrivare, cosa in realtà non è nel suo desiderio materializzabile.)

 

Se pensiamo allora alla terapia, come quella cosa che sblocca e pulisce un processo di individuazione che è in un enpasse, qualcosa che ci rimette a camminare su una linea immaginaria che è il potenziale di vita prodotto dalla nostra e solo nostra personalità – si capisce meglio quali possono essere i campanelli che portano alla cura.

Sono tutti quei campanelli correlati a un senso di incatenamento, che sia esplicitamente collegato a un problema che non si riesce a risolvere (un esempio tipico, quando una depressione per un lutto si protrae per anni) oppure che abbia a che fare con la tendenza a notare di rispondere sempre allo stesso modo davanti a sfide diverse (per esempio persone che si arrabbiano sempre tantissimo per cose di diverso carico, e in situazioni di diversa rilevanza e che in realtà solleciterebbero sentimenti diversi) ma anche per una generica sensazione che la qualità della vita dentro cui si è calati, non ci rende soddisfatti, non ci da ritorni. Oppure ancora perché ci sono obbiettivi che si potrebbero raggiungere e però invece no, non sono raggiungibili. In generale, mi sembra opportuno considerare la terapia come il contesto dove mezzi e possibilità confiscate da sintomi o equilibri di corto raggio possono essere liberati.

Annunci

3 pensieri su “Andare in terapia – appunti.

  1. Sono una paziente e, quando posso, ti leggo sempre molto volentieri. Io non ho mai pensato che la terapia mi potesse far diventare qualcosa che non sono, anzi. Ho passato tre anni da una psicanalista e ora, da un anno, vedo una psicoterapeuta, e il mio moto di propulsione alla terapia è sempre stata la consapevolezza che in quel momento non ero me stessa e avevo bisogno di ritrovarmi, se non proprio scoprirmi. Sono anche una di quelle persone che afferma che la terapia possa far bene a chiunque, ma sono la prima a notare negli altri una diffidenza che nasce proprio dalla paura di perdere il controllo, ma non sull’indipendenza delle proprie scelte bensì sui propri schemi o equilibri (anche quelli insani lo sono) che, nel bene o nel male, facendoci anche soffrire, hanno garantito la sopravvivenza.
    In questi anni ho anche avuto riscontri di persone disilluse perché non hanno trovato, secondo me, la persona giusta. Non credo basti che il terapeuta sia una brava persona, non basta che sia competente nel suo lavoro, non basta che qualcun altro ci abbia detto che è andato bene per lui/lei: dobbiamo trovare chi è adatto a noi, umanamente, e finché non comprendiamo che noi che cerchiamo aiuto non possiamo essere risolti come un motore e ci prendiamo la responsabilità anche della scelta di chi ci siede davanti nulla può davvero cambiare.
    Quante volte ho sentito dire “sono andata da *nome famoso a piacere* ma non è cambiato nulla”, “sono nove anni che vado in terapia” (e poi ti rendi conto che ha gli stessi blocchi di sempre e sembra sia sempre andata solo a fare una ‘passeggiata’), “sono al terzo appuntamento ma mi pare non cambi nulla”…
    Il rapporto terapeuta/paziente è un rapporto, e come tale si costruisce in due: anche noi pazienti siamo responsabili dell’eventuale fallimento della terapia.
    Forse ho detto un mucchio di castronerie, ma questa volta ci tenevo a dire la mia.
    Grazie per questo splendido blog.
    S.

    Piace a 1 persona

  2. Gentile Dottoressa, seguo da qualche tempo e con molto interesse i suoi scritti. Vorrei esprimerle intanto la mia stima per portare un argomento così ostico su un piano di divulgazione che non riguarda solo gli addetti ai lavori e che, almeno per quanto mi concerne, oltrepassa la semplice informazione per diventare esso stesso oggetto di utili riflessioni sul mio sentire e in certi casi anche una filosofia che può diventare cura.
    Nello stesso tempo mi permetto però di eccepire sul suo uso di una corretta esposizione in senso strettamente grammaticale. Ci si aspetterebbe, data la sua inequivocabile competenza professionale, una adeguata capacità divulgativa mentre questo purtroppo non è rendendo i suoi post spesso contorti e difficili da comprendere se non dopo parecchie letture e non nei contenuti ma proprio nella sintassi delle frasi. La punteggiatura si avvale di virgole messe spesso arbitrariamente e inutilmente, interrompendo flussi logici e quindi anche la comprensione. La stesso vale per parentesi, due punti, trattini. A volte compaiono veri e propri errori di sintassi e di uso dei congiuntivi che sembrano essere solo il frutto di distrazione, fretta o mancata rilettura. Per gli argomenti e la profondità dei suoi appunti ritengo che un uso corretto della lingua sia fondamentale per non rischiare una difficile comprensione. Mi scusi la critica ma questa deriva esclusivamente da apprezzamento e stima se no non mi sarei permessa. Cordiali saluti, Daniela Fusi.

    Piace a 1 persona

    • Cara Daniela grazie della nota e delle saggissime critiche, alcuni problemi di fruizione credo siano dovuti a sciatteria mia, altri a una sua scarsa dimestichezza con certi modi di scrivere, oppure uno scarso apprezzamento. In ogni caso – lo so è una scelta terribile, ma io non voglio apportare troppi cambiamenti al mio modo molto libero, di usare questo spazio. Grazie comunque!

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...