Sulla schizofrenia

Vorrei cominciare questo post con una storia molto bella, che fu raccontata a una lezione di scuola da una mia brava collega, che poi sarebbe diventata una mia amica.
Questa mia amica, una volta si trovò ad accompagnare in gita un gruppo di pazienti – con diagnosi piuttosto solide, tipo schizofrenia per intenderci, a vedere le bellezze artistiche della città, accompagnati da una storica dell’arte che forniva spiegazioni e note storiche.Li portavano per monumenti, statue, e soprattutto chiese, e per questo buona parte delle nozioni che i componenti del gruppo appresero, riguardarono vite di Santi, e vicende della Madonna Giuseppe e Gesù Bambino.

La mia amica raccontò che a un certo punto una paziente, riferendosi a una santa che aveva avuto una visione, aveva chiesto provocatoria:
– Scusi
- Eh
- Ma perché quella vede la Madonna e le fanno una statua, io vedo la Madonna e me danno le pasticche?

L’aneddoto mi parve e mi pare prezioso, perché parrebbe che non ha una risposta decente, e invece in realtà ce l’ha, e trovarla e capire cosa sia realmente la psicoterapia è un tutt’uno. Nel primo momento in cui uno sente la domanda, cadono in testa solo due risposte possibili – quella che cercherebbe di istituire una differenza di categoria esistenziale tra la donna schizofrenica e la santa – onde proteggere la prosecuzione della cura farmacologica e non, e farle intendere che sta sottovalutando i propri problemi, e quella che invece annullerebbe la differenza onde premiare l’esame di realtà della paziente magari mettendo in scacco la cura farmacologica, e non solo quella. Ma le due risposte alla domanda sono molto pregnanti perché coinvolgono il modo di pensare il paziente psichiatrico, e la griglia di categorie mentali con cui la cultura, e il nostro veicolo privilegiato la tassonomia psichiatrica, pensa il soggetto in cura. La domanda porta infatti alla coscienza di due ordini ideologici diversi, accomunati da un valore positivo condiviso, che legittima entrambi, è che è una ragione in più per mettere un clinico all’angolo.

Siamo cattoliche tutte e due Dottoressa. Tutte e due, decidiamo che la Madonna fece un figlio senza aver avuto rapporti sessuali. Tutte e due dottoressa afferiamo a un mondo ideologico di miracoli e di salto nella fede. Allora, perché dottoressa se quella salta nella fede è santa, e se lo faccio io sono pazza? Dove è l’errore?

Forse dottoressa, era pazza anche la santa in questione?
O forse sono io che sono una santa, e non l’ha capito nessuno?

E noi potremmo aggiungere:

E se la santa era pazza, forse anche la religione è una follia 
O, se io sono una santa, e voi mi impasticcate la psichiatria è una religione.

Non se ne esce facilmente, men che mai, decidendo che bisogna avere consapevolezza della relativizzazione storica, del fatto che la nostra è una cultura medicalizzata mentre quella di prima non lo era, che la nostra è una cultura che punisce e ingabbia l’elemento eversivo mentre questo prima non accadeva. Queste cose sono carine, ma non bastano, e sono anche riduttive, perché la società non è così monolitica e ci sono larghe o strette aree di essa – che da sempre variano con gli ondeggiamenti della storia, ma che non spariscono mai – abbastanza articolate da saper digerire l’eversione sofisticata. In ogni caso, non se ne esce tenendo la base dello sguardo sul contesto sociale e sulla sua reazione, sul giudizio di appropriatezza e di inappropriatezza del comportamento.

Tentazione che salta alla gola, spiegazione facile.

Alla santa fanno la statua perché all’epoca la visione era un comportamento appropriato, mentre oggi ti danno le pasticche perché la visione è inappropriata e perciò penalizzata.

Cioè si finisce col pensare che la cura – sia essa farmacologica che psicologica – sia un mezzo per adattare qualcosa di diseguale, a qualcosa di uguale.

In questo corto circuito tutto ideologico, c’è un fraintendimento di fondo sulla questione del malessere psichico. Del quale si coglie sempre la disomogeneità rispetto al canone, ritenendo che l’eventuale sofferenza posto che ci sia, sia da imputare alla disomogeneità. Dire alla paziente che lei è come la santa, ci fa sentire a noi persone perbenino dell’era post Basaglia, eticamente a posto, e aperti di vedute, ci regala una solidarietà magnifica e una grande lungimiranza, proteggendoci simultaneamente dall’assumere la responsabilità di capire esattamente a cosa combacia l’esistenza di quella donna e di prendere atto del suo eventuale bisogno di aiuto. Ci viene in contro un profluvio di retorica e di banalizzazione, che epura la schizofrenia dal dolore, dalla difficoltà, dall’esperienza non di rado tragica di avere dei sentimenti senza che ci siano le parole, di avere delle parole che dicono delle cose diverse dei sentimenti, dalla difficoltà di scavalcare lo spinoso muro della comunicazione.

La vera questione è che tra quella signora e quella santa c’è un abisso e l’abisso sta nella forza necessaria a sostenere il peso di una narrazione.

La vera questione è che la signora non è curata per via delle allucinazioni. La nostra signora è curata per un problema di linguaggio, e l’uso che ella fa delle allucinazioni è il sintomo di questo problema.
Sicché, la nostra dottoressa poteva rispondere.
A parer mio, non prendi le pasticche per le visioni. Non sei curata a causa delle visioni.

La mia idea delle allucinazioni e dei deliri, è che esse sono scorciatoie che la psiche adotta per comunicare delle vicende sue, in un regime di economia e di risparmio. L’allucinazione è la parola di un animo in inverno, senza tanta legna per il camino, che deve sopravvivere a una vita che pare tutta di notte. Gli altri – con le loro case illuminate, piene di volti che sorridono, di candele accese di profumi di cose buone, possono permettersi di far passare alla parola psichica i numerosi trattamenti che la fanno diventare pensiero. Gli altri, i ricchi di amore, possono cucinare i sentimenti per ore e per ore, fino a farne un buon sugo, una gustosa crema, un dolce raffinato. L’allucinazione è invece un piatto tiepido, l’immagine a mala pena scaldata su un tegame, e subito servita su un piatto. Cruda, indigesta, neanche si riesce a tagliare. E siccome è così cruda e indigesta, continua a girare e a riproporsi nella stanza vuota e buia dell’inverno psichico, senza dare il tempo di fare niente. Senza dare il tempo di trovare una soluzione. Senza che si riesca a digerirla.Il problema non è il bisogno della parola psichica, il problema non è mai il testo. Il problema è che non c’è una narrazione che lo renda vitale, linfatico, comunicativo, vivo.

Dunque, in realtà la signora non era esattamente la santa, perché la santa come quella statua dimostrava, aveva trasformato l’orrendo piatto indigesto in narrazione, aveva elaborato l’immagine che essa stessa aveva avuto prima fredda e pericolosa, aveva conferito un senso. Non gli altri per lei, ma lei da se. Quando si costruiscono i significati piano piano il dolore si scioglie, ecco il senso della psicoterapia.
Ossia – il senso è in un certo modo: non trasformare il dato eversivo nell’oggettività del senso comune, ma nella soggettività dell’arte.

Perciò, la vera questione, non è tanto fare una scuola di dizione – che però bisogna dire in più di un caso ha la sua ineliminabile utilità – la vera questione è riscaldare la casa al punto tale, per cui elaborare significati torni ad essere possibile. Una buona psicoterapia lavora sul clima interno della psiche, prima ancora che sulle cose che in quel clima vengono prodotte. Lavora perché il clima diventi caldo e ospitale, che il se stesso segreto diventi un porto talmente sicuro, da poter fare delle incursioni fuori nella neve, e prendere altra legna, portarla dentro bruciarla e cucinare. Poi si può vedere insieme cosa cucinare e come e quali cose vengono meglio e quali peggio. Questa cosa del clima psichico, e di quante cose permette di fare il clima psichico, poi i clinici lo traducono in forza e debolezza dell’io.

creare, qualche volta ci è bisogno di spazio.

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3 pensieri su “Sulla schizofrenia

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