Un ricordo

 

La terza volta che andai a Parigi, fu nel 1995, e fu con i miei genitori, a ridosso della fine di un amore grande quanto modesto. Mi portarono forse per consolarmi, ma mia madre voleva andare anche a trovare la sua cara amica Liana – un tempo rossa, aristocratica e fascinosa, ma all’epoca già malata, sull’orlo della sconfitta. (Devo portare i golf rosa pallido, le diceva con disappunto, come se i colori delicati, e la cipria, quanto di più incongruo per la sua natura di broccati, e velluti pesanti, fossero l’ultimo baluardo di resistenza alla morte, o anche, lo strenuo tentativo di rimanere eleganti -sofisticate -degne) .
Era inverno, la città era bianca e splendente, la mia amicizia con lei doveva ancora arrivare. Facevo foto alle seggiole sul ghiaccio dei giardini di Lussemburgo, constatavo il pallore della tristezza poco appassionata. Sorridevo davanti ai corridoi di palazzi olimpici. Tutta quella retorica mi faceva provare la nostalgia di una nostalgia mai provata.
(La questione dei grandi amori mancati)

L’albergo era vicino alla casa dell’amica di mia madre, che per la verità conoscevo pochissimo. Aveva vissuto con mia madre quando ancora studiavano. Era stata un animale intrigante e bizzarro, dominante e sofisticato. Era sposata con un grande analista, e non avevano avuto figli – come avrei saputo più tardi, lei non ne aveva mai voluti. Il grande psicoanalista, per me all’epoca era qualcosa di prossimo a un vecchio, ma anche quel tipo di adulto, di uomo, di signore, che vive nel mondo confuso di cose non interessanti e sconosciute – avevo un’idea confusa anche del suo lavoro – e al primo pranzo a casa loro, mi parve che parlassero in toni e mondi e parole che in nulla avevano a che vedere con me, e che anzi mi escludessero, lui Liana, mia madre e mio padre. Il primo pranzo mi divisi, ricordo, tra la pena per lei, così lontana dalla sua identità, così erosa, e una noia vergognosa e non pronunciabile.
(Li sentii dei vecchi senza figli. Lui in particolare)

Ma la seconda volta che andammo a pranzo con loro – a cena non si poteva, lei si stancava presto, raccontai che nel ristorante di un museo, mi avevano rubato la borsa.
Allora il marito di Liana, Luigi, il vecchio che si occupava di cose da vecchio mi guardò con estremo interesse. Mi chiese, ma dimmi cosa c’era. E io gli dissi che c’era il mio portafoglio, la macchina fotografica e un diario, perché ho sempre avuto un gran bisogno di scrivere.
Fu molto allarmato. Il diario! Disse guardandomi negli occhi- Il diario! Ma che cosa terribile, E’ una cosa terribile.

Fu un momento magico, e non so dire bene perché. Quello che scrivevo mi pareva illegittimamente importante per me, e legittimamente inutile per gli altri, e pensavo che il ladro avrebbe cercato i soldi, e buttato il resto – era una borsa di poco conto. E invece questo vecchio che poi tanto vecchio ancora non era, diceva con gli occhi e con tutto, è una cosa importantissima! Veramente!
(Lo disse con questo trasporto fuori luogo, che parlava dell’amicizia a venire, perché passata ancora non c’era.)

E poi alla fine del secondo pranzo, dopo aver parlato con mia madre della salute di sua moglie – la sua adorata moglie, come avrei saputo dopo– fece questa cosa per me allora incredibile. Mi diede la sua carta di credito, aurea e scintillante, a me che avevo vent’anni e non mi conosceva per niente, e mi disse. Compra la borsa più bella che c’è, la più adatta a te, quella che ti piace di più e non voglio sapere quanto spendi. Te la regalo io. Vai da sola e comprala.

(La possiedo ancora, e forse dovrei cominciare a usarla. E’ una valigetta marrone, di un negozio molto bello. Ho paura che si rovini. Forse la dovrei portare a studio, e tenermela li vicino, mentre lavoro, mentre faccio il suo lavoro. Non cominciammo a chiacchierare subito. Ero troppo giovane. Diventammo davvero amici, qualche anno dopo, all’inizio perché non stavo bene io, e ne parlai con lui, poi perché volevo fare il suo mestiere, poi perché cominciavo a farlo, poi per lui anche, per la sua vita che se ne era andata, per le figlie che non aveva avuto. Mi manca come mancano queste persone che hanno occupato un posto non grande nella vita, ma l’hanno fatto in un modo tale, per cui non ci sono sostituzioni né riassorbimenti. Quell’andarsene che lascia i bordi del vuoto come bruciati)

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3 pensieri su “Un ricordo

  1. L’ha ribloggato su Benedetta Sagliettie ha commentato:
    Mi manca come mancano queste persone che hanno occupato un posto non grande nella vita, ma l’hanno fatto in un modo tale, per cui non ci sono sostituzioni né riassorbimenti. Quell’andarsene che lascia i bordi del vuoto come bruciati.

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  2. Salve Costanza, la leggo spesso, e trovo il suo punto di vista sempre stimolante. In questo caso mi sento di ringraziarla per aver messo l’accento, almeno dal mio personale punto di vista di lettore, su un sentimento spesso trascurato e poco “dichiarato”; quel sentimento di gratitudine verso qualcuno che, magari per poco, e in modo del tutto gratuito, lascia tracce brevi,eppure profonde in noi. Esprimerlo a quel qualcuno, ma anche esprimerlo e basta, mi pare che assesti la nostra geografia interiore, assegnando un posto importante a chi ha incrociato le nostre esistenze lasciando il suo contributo. Me ne accorgo ancora di più e con evidenza leggendo queste sue parole. Grazie.

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