Toccata e fuga per un altro Shostakovitch. A proposito del 27

 

Non finì nei campi di concentramento, sfuggì miracolosamente alle rastrellate, e a dir il vero non patì neanche delazioni. Fu protetto dal sole lontano che prende in cura alcuni bambini, e non altri, scappò solo da un collegio a un altro, da un ammasso di macerie a un altro, la rapina dall’infanzia mai avuta come un incubo confuso e potenziale, come condanna possibile e necessaria, come cattivo romanzo aperto ancora da scrivere.Il campo di concentramento come estetica di una disgrazia profetizzata.

Per questo ci sarebbe tornato a guerra finita in numerose occasioni. Nel sonno le SS venivano a prenderlo, in una sorta di ripresa permanente, un’ossessione della condanna mancata, del peccato non espiato. In questi sogni stava sulla porta dei lager urlando terrorizzato come fosse un personaggio di Barnes, con un’eterna valigia davanti alle scale del piano, pronto per la meritata condanna a morte.

(La moglie lo svegliava stancamente, con apprensione ma anche con imbarazzato senso di noia, come se le urla della notte fossero una specie di connotazione del marito, una cosa come i capelli ricci, un particolare della sua fisiologia. Aiuto gridava aiuto! E lei voleva dormire.
Anche lei bambina era scampata alla medesima condanna. Ma fu protetta con più coerenza e determinazione – i tedeschi vennero che stava dentro a un confessionale con sua madre e un prete arrabbiato si mise tra loro.
Un giusto.
Ma anche: essa fu più amata quando era necessario)

Addirittura, in certe sere di inverno sonnacchioso, la luce gialla della cucina le figlie al telefono grigio, la moglie in salotto, se tutti insomma non si curavano di lui, se lo lasciavano alle sue trame incompiute, si legava alla televisione in una sorta di orrida ipnosi e frugava dentro ai documentari sui campi di sterminio. A cercare di capire che posto avrebbe avuto, a tentare di sentire quanto avrebbe sofferto – ma soprattutto credo, a spaventarsi. Come se la condizione permanente del terrore dell’imminente tortura e chiamata, fosse l’unico tassello possibile per la sua infanzia disgraziata, l’unica coperta, l’unico modo di stare.

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