Palacavicchi

 

 

Scavallata la soglia dei vent’anni ebbe un periodo di esplorazione estrema, oltre la cortina di ferro della presunta coscienza di classe, al di la delle colonne d’ercole dell’infanzia protratta. Era l’epoca dei jeans strappati dopo le calze tramate, dei cappelli flosci sopra le mollette a scatto, dei libri di cui si voleva carpire il concetto, ma a stento se ne acciuffava la poesia. Aveva un fidanzato devoto, amici pieni di indicativo e di ambizioni. Sul fare della sera si attardavano in bar con le sedie di plastica, e parlavano di politica grosso modo come l’imperatore avrebbe fatto dei suoi vestiti.
(Maturò già allora un desiderio di rivolta. Concepì sogni erotici a base di discoteche e futilità. Sputava su Hegel, secondo alcune in favore di patriarcati più divertenti.
Punti di vista)

Fu in quel periodo che tutti si trascinarono al palacavicchi, e ne fu elettrizzata. Per qualche sabato presero a inoltrarsi nella notte, con una curiosità metà spocchiosa metà misterica. Il nome li faceva giustamente ridere e conteneva un’infallibile promessa di audacia insieme a familiarità, grandezza e provincia. La grandeur del palazzo evocato si infrangeva sull’italianità del suono, un cognome da macellai di paese, il citofono di un cugino dimenticato, garrulo e scapolo. Il palacavicchi come una fantasmagorica distesa di tovaglie incerate a quadri, come la pista regia per plotoni di zitelle all’arrembaggio del secolo finito. Soltanto anni dopo, si sarebbe anche inchinata alla dignitosa resistenza di quel nome, l’orgoglio di un’identità contro imperialismi fonetici d’oltreoceano. Allora – Palacavicchi come il più grande dei generali della Grecia antica, l’ultimo a cadere, quando Ciro il Grande imperversava.
Palacavicchi come un eroe di Senofonte.

E comunque entrarono una priva volta e tornarono altre volte, per via di un’atmosfera che non avevano preso in considerazione, e altri benevoli pregi di prosecco al bicchiere, bellini rossini, impreviste ubriacature da fienile e agonistiche indigestioni di cetriolini e patatine gusto ketchup, salatini a forma di cuore e di stella. Si entrava in uno spazio sterminato, si sentivano musiche sudamericane, la pista un luccichio ampio e disinvolto, e intorno gente che ballava, il più delle volte con domestica rozzezza, ma qualche volta con sensuale perizia. Chachacha precisi nel ritmo e nel passo pilotati da gendarmi prussiani, samba che incalzavano in diagonali evidentemente impossibili da tradire.
Lei prendeva il suo fidanzato devoto che se ne stava come un palo in mezzo alla pista con un clemente braccio teso, e tentava l’impossibile di un alfabeto sconosciuto, arrotolandosi e srotolandosi dal suo telegrafo d’elezione, spiando gli sfrenati sederi altrui e chiedendosi dove cominciare cercando di acciuffare nel suo apprendistato esistenziale il filo che le veniva indicato dalla larga risata altrui.

(Al Palacavicchi cioè, pur con le numerose variazioni Goldberg di ceto e di nevrosi la gente studiava per spassarsela, cercava di mettersi nelle scarpe il godimento del sesso per portarselo poi altrove, si ubriacava scientemente di un sudamericano saper stare al mondo, che sarebbe rimasto addosso negli uffici come brillantina il mercoledì delle ceneri. Palacavicchi come una specie di Macondo dello spirito, a cui lei sarebbe a ondate tornata nel ricordo, a prendersi qualcosa).

 

 

E dunque: qui.

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Montalbano Bonfiglio la narrazione e la fatica dell’ambivalenza

Ieri sera ho visto l’ultimo episodio del commissario Montalbano. Me ne sono goduta come sempre la fotografia, la sceneggiatura, e in generale il coraggio di un’opzione estetica ponderata in prima serata. Sono persino riuscita a capire la trama e il presunto itinerario logico degli omicidi – cosa che normalmente mi sfugge, procurandomi sempre sentimenti di affranta inadeguatezza. L’episodio era come al solito ben confezionato – anche se c’è stato qualcosa che ai miei occhi ha funzionato poco, benchè vada premiata la nobiltà dell’intento, di cui vorrei parlare qui.

La puntata narra insieme, di una successione di rapimenti e di un doppio omicidio per il quale c’è un imputato designato, cioè un personaggio che sembra essere a tutti gli effetti l’assassino quando si scoprirà alla fine che no, l’omicida non è lui, e la persona da incriminare è un’altra. La cosa che mi ha interessato di questa parte dell’episodio è il lavoro fatto su questo personaggio incriminabile, perché mi ha fatto molto riflettere, su certe difficoltà della narrazione quando vuole essere – tentativo giusto e nobile – psicologicamente realistica, ma proprio questo realismo rende il personaggio paradossalmente inverosimile.
Raccontare tutto l’episodio ci porterebbe troppo lontano e sarebbe anche fuorviante. Mi limiterò quindi al segmento di sceneggiatura di cui mi interessa parlare.

Il signor Bonfiglio, compare a un certo punto della puntata. Quando Montalbano si trova a dover indagare su una successione di rapimenti, e l’incendio doloso a casa di una persona scomparsa da tre giorni. Di questa persona il signor Bonfiglio è un caro amico, che si candida da subito come sgradevolissimo testimone chiave e poi adattissimo imputato. E’ un uomo in la con gli anni, affetto da un dandismo sfrenato, un ex bel ragazzo adesso vecchio molto seducente, cinico disincantato, esplicitamente cattivo – si deve pagare il pizzo senza fiatare, bisogna eludere qualsiasi responsabilità affettiva e morale, niente storie serie, men che mai matrimoni. Successivamente donne che hanno avuto a che fare con lui lo raccontano come un perverso, un manipolatore: il complice di vigliaccherie altrui. Quando lo scomparso voleva infatti lasciare una di queste donne, il signor Bonfiglio si era prestato a tentare di avere un rapporto sessuale con lei, per farsi cogliere in flagrante ed essere quello che lascia la compagna da tradito (allo scopo di non restituire un ingente prestito). Il signor Bonfiglio dunque è un satiro. E per inciso vorrei fare i miei sentiti complimenti all’attore Fabrizio Bentivoglio, che così bene l’ha interpretato.

Nel corso dell’episodio però la sceneggiatura dell’episodio propone una trasformazione psichica del personaggio, una rotazione. Si scopre che il signor Bonfiglio aveva una compagna di cui era molto innamorato, e che si rivela tradito da lei, che aveva una relazione con l’amico di cui era stata incendiata la casa. Poi sarebbero stati uccisi entrambi. L’amico è un pavido, un giovane senza scrupoli, un narcisista della stessa pasta del signor Bonfiglio, ma con meno carisma, meno charme – il signor Bonfiglio da giovane (scelta brillante della regia) lo avrebbe vinto senza tema in qualsiasi gara. La vicenda del tradimento fa mettere in luce però le debolezze e le ferite del personaggio, che si rivela più dipendente dalle relazioni di quanto sembrasse all’inizio, più vulnerabile, più fragile. Vinto da una dolorosa acquisizione del tempo della vecchiaia, del bisogno dell’altro.

Ho raccontato tutte queste cose per riflettere sulla curiosa constatazione. Questo tipo di rotazione è estremamente frequente in terapia, il ribaltamento del grande narcisismo in uno stato di vergognosa dipendenza, è un risultato di itinerario che con quel tipo di pazienti è auspicabile raggiungere, spesso con molta fatica. Qualche volta scappano prima. Gli stessi sentimenti di inettitudine, sconfitta, ferita dell’io che schiacciano il signor Bonfiglio alla fine, sono il motore del suo cinismo all’inizio dell’episodio. Il ribaltamento che accade in terapia non sta ad indicare l’emergere di una personalità assente, non è che una persona diventa cioè un’altra col passare delle sedute. Quella parte del soggetto debole fragile attaccata e ferita è sempre stata presente, è stata un apriori dell’esistenza della persona, la quale però non gli dava però liceità narrativa, diritto alla presenza nello stato di coscienza. Per questo l’acquisizione di debolezza di se miserabile e sconfitto e tradito e che merita tradimento è un grande traguardo degli itinerari con pazienti narcisistici. E per questo sul piano della logica psichica la sceneggiatura del commissario Montalbano era decisamente congrua.

Il problema che mi sono posta, la curiosa riflessione, ha riguardato il grado di verosimiglianza, e di credibilità. Perché ho sentito la metamorfosi del personaggio paradossalmente poco credibile, che quasi strideva nel suo svolgersi con la qualità del resto del lavoro. Mi sono detta che qualche telespettatore potrebbe aver pensato che l’improvvisa fragilità del signor Bonfiglio era stata messa in scena in modo forzato per esigenza di plot, allo scopo di istituire un altrimenti irrecuperabile colpo di scena. E d’altra parte non è la prima volta, succede reiteratamente al cinema o in televisione che la realtà risulti una farsa, narrativamente poco credibile.
Mi sono chiesta da cosa potesse dipendere questa difficoltà che si propone ciclicamente a chi fa narrativa – con qualsiasi linguaggio – la verosimiglianza di certe invece presenti e realistiche contraddizioni psichiche.

Mi sono data due risposte: la prima riguarda la tempistica costretta delle produzioni televisive e cinematografiche. Il poco tempo che può vantare un personaggio oltretutto non protagonista, non riesce a restituire la gradualità dell’emergere nella coscienza che di solito implica questo tipo di contraddizione interna. Per esempio in una psicoterapia questo tipo di immissione narrativa può persino aver bisogno di anni. Sul piano di realtà e delle relazioni – beh altrettanto. Il fatto che le personalità narcisistiche possano vivere di queste doppiezze è  sentita più come una leggenda più che come una realtà possibile.

In conseguenza di questo c’è stata la seconda classe di osservazioni: l’abitudine a certe maschere sociali, che sono le stesse che poi andranno in terapia perché ingabbiate in un gioco di ruolo anche collettivamente determinato, ci fa sembrare un tradimento il ribaltamento di ruolo e l’ingresso della personalità vero se, che sta sotto il falso se socialmente rinforzato. Questo credo che rappresenti un problema anche per altri ribaltamenti: per esempio sul polo opposto ma sovrapponibile, socialmente ho constatato quanto sia difficile sopportare la dimensione potentemente egoistica, nevrotica, manipolatoria che sottostà a diverse costruzioni di personalità di aiuto. Il dedito al volontariato, il medico con abnegazione e naturalmente lo psicoterapeuta.
Ed è quindi molto interessante questo constatare come rappresentare la realtà possa essere ben più difficile del rappresentare il fantastico. Il reale ci costringe a delle ambivalenze che l’idealizzazione onirica del sogno, del romantico, dell’incubo del demoniaco ci permette molto spesso di non esplorare.

La questione del Liceo Visconti

 

 

In questi giorni il liceo dove ho studiato – l’Ennio Quirino Visconti di Roma – è al centro di una polemica nata sulle pagine del quotidiano La Repubblica. Il giornale ha infatti evidenziato la scheda tecnica con cui il liceo viene descritto e pubblicizzato nel sito del MIUR. La medesima scheda per altro, è agilmente scaricabile dalla pagina del Liceo (qui). Il contenuto incriminato è questo:

“L’essere il Liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidato, confermato dalla politica scolastica che ha da sempre cercato di coniugare l’antica tradizione con l’innovazione didattica. Molti personaggi illustri sono stati alunni del liceo. Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo. Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di DSA. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento, limitando gli interventi di inclusione a casi di DSA, trasferimento in entrata o all’insorgere di BES.”

Il testo è costruito in base alle domande poste dallo stesso ministero, probabilmente con altri scopi. Il ministero ha infatti chiesto agli istituti di rendere conto della composizione sociale delle classi, della percentuale di disabilità e di dsa, e di fornire anche in base a queste domande una scheda di autovalutazione –le domande, anche quelle visibili al pubblico sono domande guida, implicano un suggerimento, non un obbligo – e proprio per questo, molti licei anche prestigiosi non hanno obbedito tassativamente ai temi in questione per autopromuoversi. Ora il Visconti è sempre stato un liceo destinato alle elites borghesi, e quindi le risposte alle domande guida difficilmente potevano essere diverse da quelle che la dirigenza scolastica ha fornito: è una scuola del centro storico romano, gli ex allievi hanno la possibilità di iscrivere i propri figli, ha un certo prestigio sociale e la territorialità garantisce l’utenza di cui la scheda tecnica parla. E’ un dato di fatto. Meno scontato considerare un vantaggio usare questo dato di fatto come oggetto di promozione dell’istituto, aspetti per cui valutarlo positivamente. Le scelte sintattiche della scheda di autovalutazione tradiscono infatti un orientamento etico, un utilizzazione politica di questo dato sociale, che lascia interdetti –per usare un eufemismo. Il dato di realtà è presentato come un vantaggio per la formazione, come uno degli aspetti che rendono l’istituto attraente e prestigioso, e si legge che l’assenza di stranierei e disabili “favorisce il processo di apprendimento” e poco dopo si legge anche che questo processo di apprendimento è garantito “limitando gli interventi di inclusione ai casi di DSA (disturbi dell’apprendimento) o all’insorgere di BES.
Questo in altri termini vuol dire che per andare al Visconti, è meglio se sei ricco, è meglio se sei ricco e medio borghese, ma non te provare a essere ricco borghese e autistico perché in quel caso non c’è trippa per gatti.
in altri termini ancora poi c’è anche una possibile, forse non molto calcolata allusione, una specie di gomitata tranquillizzante ai compari di patto sociale. Tranquillo fratello, qui i negri non li facciamo entrare, manco se sono figli di dirigenti FAO. Oh, poi se viene il diplomatico Senegalese ce la vediamo li per li, che comunque fa fine, e affrontare il razzismo fortifica.

Qualcuno ha già detto che la colpa è un po’ del ministero, e qualcun altro potrebbe dire che la colpa è anche nella resistenza tipica di certi ambienti a sorvegliare la propria comunicazione. Il ministero ha infatti colpevolmente mischiato uno strumento di ricerca sociale eventualmente correttivo di certi squilibri (sogno una pubblica istruzione che costringa il mio liceo a prendersi una percentuale di studenti extracomunitari e residenti in aree svantaggiate) con una scheda di autovalutazione destinata alle famiglie, che andandosi a strutturare su quelle domande facilmente poteva deflagrare in simili forme di idiozia. D’altra parte forse viene da pensare che nell’era dell’informazione digitalizzata e dell’istituto pubblico concepito come impresa, con gli open day, il sito colle foto etc, una dirigenza scolastica faccia maggiore attenzione alle cose che scrive, e si industri ad anticipare i fraintendimenti possibili. La cosa veramente triste però è che invece grossolanità del progetto ministeriale, e arcaica grettezza della presidenza del Visconti rivelano qualcosa di autentico e onesto, una vocazione e un pensiero che la patina della correttezza politica potrebbe occultare. Ci vantiamo della nostra posizione sociale, per noi è un valore fondante, siamo contentissimi di non procurare rogne ai nostri virgulti, questa è l’etica di fondo che trasmettiamo nei nostri insegnamenti.

Perché – questo lo scrivo tutto sommato con dispiacere e delusione – è vero che un tempo in quella scuola hanno studiato personalità prestigiose, quando ci si proponeva anche allora di proporre un’elite intellettuale, una classe dirigente colta e preparata – il Visconti era un collegio dei gesuiti – ma rimaneva il dovere ideologico di mantenere l’accento sulla qualità dell’istruzione, e se ci fosse stata una scheda di autovalutazione sarebbe stato tutto un pavoneggiarsi di quanto son bravi gli studenti nostri, non quanto sono ricchi e da quanto. Oggi forse la dirigenza pensa ad altro, nella scheda tecnica non deve parlare di merito, di qualità didattica, non decide di prendere studenti per merito per capacità e talenti, ma per prestigio. Non gli piacciono oggi gli allievi di famiglia modesta che sfondano alla Normale di Pisa per dire una cosa qualsiasi. No,  Al Visconti di oggi interessa la lotta di classe della nuova destra, il vecchio capitalismo in salsa marxista non il mantenimento di un ascensore sociale che cavi questo paese dal pantano.

Quando ci ho studiato io – oramai vent’anni fa – non era una scuola esattamente progressista ed esageratamente composita. Le tracce di questo orientamento erano già profonde, ma va detto, più accennate e più virate sulla ambizione meritocratica. Ho ricordi ambivalenti per questa vocazione borghese del mio istituto, ma devo riconoscere che mi ha dato una buona formazione, e buona parte dei miei compagni di strada all’epoca anche di ceto modesto in una minoranza però significativa, ha poi avuto una riuscita professionale corrispondente agli sforzi fatti all’epoca. Tuttavia c’era almeno allora, tempi di dominio DC e di prima repubblica, un pudore e un’attenzione che in qualche caso era ipocrisia, in qualche altro orientamento sinceramente morale per cui questa roba schifosa che ho copiato qui sopra, non sarebbe mai stata concepita come ammissibile. Veramente.  Ce ne saremmo tutti molto vergognati. Anzi sono sicura che nella pur sbandierata omogeneità degli studenti e par di capire dei docenti, in molti siano stati messi a disagio, profondo disagio da questa comunicazione. Come se si preconizzasse per questi adolescenti un futuro che magari non vogliono avere, come se si disegnasse addosso a loro, un modo di essere soggetto politico, cittadino che magari non tutti hanno. Non avere neanche un disabile in classe, favorisce davvero l’apprendimento in maniera dirimente? Non avere neanche un po’ di soggetti svantaggiati socialmente non permette a tutti, svantaggiati e non, di avere altri skills per la vita professionale e civile? Io non chiedo a una scuola pubblica di diventare all’improvviso quello che non è, ma ammesso e non concesso (devo dire molto non concesso) che una scuola pubblica non debba mettere al mondo una cittadinanza equipaggiata, se proprio vogliamo produrre la classe dirigente di domani.
La dobbiamo proprio fare di stronzi?