Montalbano Bonfiglio la narrazione e la fatica dell’ambivalenza

Ieri sera ho visto l’ultimo episodio del commissario Montalbano. Me ne sono goduta come sempre la fotografia, la sceneggiatura, e in generale il coraggio di un’opzione estetica ponderata in prima serata. Sono persino riuscita a capire la trama e il presunto itinerario logico degli omicidi – cosa che normalmente mi sfugge, procurandomi sempre sentimenti di affranta inadeguatezza. L’episodio era come al solito ben confezionato – anche se c’è stato qualcosa che ai miei occhi ha funzionato poco, benchè vada premiata la nobiltà dell’intento, di cui vorrei parlare qui.

La puntata narra insieme, di una successione di rapimenti e di un doppio omicidio per il quale c’è un imputato designato, cioè un personaggio che sembra essere a tutti gli effetti l’assassino quando si scoprirà alla fine che no, l’omicida non è lui, e la persona da incriminare è un’altra. La cosa che mi ha interessato di questa parte dell’episodio è il lavoro fatto su questo personaggio incriminabile, perché mi ha fatto molto riflettere, su certe difficoltà della narrazione quando vuole essere – tentativo giusto e nobile – psicologicamente realistica, ma proprio questo realismo rende il personaggio paradossalmente inverosimile.
Raccontare tutto l’episodio ci porterebbe troppo lontano e sarebbe anche fuorviante. Mi limiterò quindi al segmento di sceneggiatura di cui mi interessa parlare.

Il signor Bonfiglio, compare a un certo punto della puntata. Quando Montalbano si trova a dover indagare su una successione di rapimenti, e l’incendio doloso a casa di una persona scomparsa da tre giorni. Di questa persona il signor Bonfiglio è un caro amico, che si candida da subito come sgradevolissimo testimone chiave e poi adattissimo imputato. E’ un uomo in la con gli anni, affetto da un dandismo sfrenato, un ex bel ragazzo adesso vecchio molto seducente, cinico disincantato, esplicitamente cattivo – si deve pagare il pizzo senza fiatare, bisogna eludere qualsiasi responsabilità affettiva e morale, niente storie serie, men che mai matrimoni. Successivamente donne che hanno avuto a che fare con lui lo raccontano come un perverso, un manipolatore: il complice di vigliaccherie altrui. Quando lo scomparso voleva infatti lasciare una di queste donne, il signor Bonfiglio si era prestato a tentare di avere un rapporto sessuale con lei, per farsi cogliere in flagrante ed essere quello che lascia la compagna da tradito (allo scopo di non restituire un ingente prestito). Il signor Bonfiglio dunque è un satiro. E per inciso vorrei fare i miei sentiti complimenti all’attore Fabrizio Bentivoglio, che così bene l’ha interpretato.

Nel corso dell’episodio però la sceneggiatura dell’episodio propone una trasformazione psichica del personaggio, una rotazione. Si scopre che il signor Bonfiglio aveva una compagna di cui era molto innamorato, e che si rivela tradito da lei, che aveva una relazione con l’amico di cui era stata incendiata la casa. Poi sarebbero stati uccisi entrambi. L’amico è un pavido, un giovane senza scrupoli, un narcisista della stessa pasta del signor Bonfiglio, ma con meno carisma, meno charme – il signor Bonfiglio da giovane (scelta brillante della regia) lo avrebbe vinto senza tema in qualsiasi gara. La vicenda del tradimento fa mettere in luce però le debolezze e le ferite del personaggio, che si rivela più dipendente dalle relazioni di quanto sembrasse all’inizio, più vulnerabile, più fragile. Vinto da una dolorosa acquisizione del tempo della vecchiaia, del bisogno dell’altro.

Ho raccontato tutte queste cose per riflettere sulla curiosa constatazione. Questo tipo di rotazione è estremamente frequente in terapia, il ribaltamento del grande narcisismo in uno stato di vergognosa dipendenza, è un risultato di itinerario che con quel tipo di pazienti è auspicabile raggiungere, spesso con molta fatica. Qualche volta scappano prima. Gli stessi sentimenti di inettitudine, sconfitta, ferita dell’io che schiacciano il signor Bonfiglio alla fine, sono il motore del suo cinismo all’inizio dell’episodio. Il ribaltamento che accade in terapia non sta ad indicare l’emergere di una personalità assente, non è che una persona diventa cioè un’altra col passare delle sedute. Quella parte del soggetto debole fragile attaccata e ferita è sempre stata presente, è stata un apriori dell’esistenza della persona, la quale però non gli dava però liceità narrativa, diritto alla presenza nello stato di coscienza. Per questo l’acquisizione di debolezza di se miserabile e sconfitto e tradito e che merita tradimento è un grande traguardo degli itinerari con pazienti narcisistici. E per questo sul piano della logica psichica la sceneggiatura del commissario Montalbano era decisamente congrua.

Il problema che mi sono posta, la curiosa riflessione, ha riguardato il grado di verosimiglianza, e di credibilità. Perché ho sentito la metamorfosi del personaggio paradossalmente poco credibile, che quasi strideva nel suo svolgersi con la qualità del resto del lavoro. Mi sono detta che qualche telespettatore potrebbe aver pensato che l’improvvisa fragilità del signor Bonfiglio era stata messa in scena in modo forzato per esigenza di plot, allo scopo di istituire un altrimenti irrecuperabile colpo di scena. E d’altra parte non è la prima volta, succede reiteratamente al cinema o in televisione che la realtà risulti una farsa, narrativamente poco credibile.
Mi sono chiesta da cosa potesse dipendere questa difficoltà che si propone ciclicamente a chi fa narrativa – con qualsiasi linguaggio – la verosimiglianza di certe invece presenti e realistiche contraddizioni psichiche.

Mi sono data due risposte: la prima riguarda la tempistica costretta delle produzioni televisive e cinematografiche. Il poco tempo che può vantare un personaggio oltretutto non protagonista, non riesce a restituire la gradualità dell’emergere nella coscienza che di solito implica questo tipo di contraddizione interna. Per esempio in una psicoterapia questo tipo di immissione narrativa può persino aver bisogno di anni. Sul piano di realtà e delle relazioni – beh altrettanto. Il fatto che le personalità narcisistiche possano vivere di queste doppiezze è  sentita più come una leggenda più che come una realtà possibile.

In conseguenza di questo c’è stata la seconda classe di osservazioni: l’abitudine a certe maschere sociali, che sono le stesse che poi andranno in terapia perché ingabbiate in un gioco di ruolo anche collettivamente determinato, ci fa sembrare un tradimento il ribaltamento di ruolo e l’ingresso della personalità vero se, che sta sotto il falso se socialmente rinforzato. Questo credo che rappresenti un problema anche per altri ribaltamenti: per esempio sul polo opposto ma sovrapponibile, socialmente ho constatato quanto sia difficile sopportare la dimensione potentemente egoistica, nevrotica, manipolatoria che sottostà a diverse costruzioni di personalità di aiuto. Il dedito al volontariato, il medico con abnegazione e naturalmente lo psicoterapeuta.
Ed è quindi molto interessante questo constatare come rappresentare la realtà possa essere ben più difficile del rappresentare il fantastico. Il reale ci costringe a delle ambivalenze che l’idealizzazione onirica del sogno, del romantico, dell’incubo del demoniaco ci permette molto spesso di non esplorare.

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Un pensiero su “Montalbano Bonfiglio la narrazione e la fatica dell’ambivalenza

  1. apprezzata moltissimo la puntata, come in generale apprezzo molto la narrativa di Camilleri, e apprezzata come di consueto la lettura analitica di Costanza. Mi identifico molto nella fatica di portare una maschera, fatica così abituale che non ci fa nemmeno più caso, finchè non arriva un evento traumatico che ti costringe a guardare cosa c’è sotto.

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