Recalcati, la clinica, la politica, la svalutazione dell’altro.

Ha destato molta perplessità, oltre entusiasmo presso gli accoliti più affezionati, un recente post su Facebook di Massimo Recalcati, riguardante l’esito delle prossime elezioni. Lo copio qui:

Il PD, nonostante un buon governo, fatica nel raccogliere consensi. Questo sembra entusiasmare molti. Il nostro paese sarà consegnato nelle mani di una Srl guidata da un comico bipolare a sua volta rappresentato da uno ex-steward del San Paolo di Napoli con evidenti difficoltà di ragionamento e lessicali, oppure ad un pregiudicato ultra ottantenne incandidabile, residuato del discorso della pubblicità attorniato a sua volta da gruppi razzisti e xenofobi. Difficile per la sinistra rinunciare alla maledizione dell’utopia per fare politica.

  Come potete leggere Recalcati riflette sul dissenso da cui è circondato Renzi e traccia un ritratto del movimento 5 stelle in una direzione svalutante che si serve delle categorie della clinica.

Il post mi ha sollecitato molte riflessioni. Ho pensato che politicamente, questo sostegno di Recalcati è quel che si dice un abbraccio mortale: infatti incoraggia a votare PD chi lo voterebbe anche senza il suo incoraggiamento, ma scoraggia con forza tutti quelli che lo hanno abbandonato da poco, o lo stanno per abbandonare – sicuramente non invoglia chi non l’ha mai votato. C’è nell’esercizio della retorica di Recalcati, nella convinta autopromozione che di solito è la salsa del successo elettorale, qualcosa di profondamente autolesionista. Io non sono una grande esperta di marketing elettorale o meno, ma credo che una regola aurea sia quella di non esplicitare una presunta asimmetria tra la propria autorevolezza e quella dell’interlocutore che si vuole acquisire. Questa asimmetria, che cinicamente è un dato implicito all’offerta di una proposta – io partito ti offro qualcosa che tu non hai – va tenuta sotto traccia. Un conto è cioè dire: io so fare benissimo questa cosa! Approfittane, un altro è dire, io so fare benissimo questa cosa approfittane perché sei una mezza sega. La comunicazione politica – non tanto diversamente dalla deprecata impresa, ma volendo anche dall’attività della critica letteraria e cinematografica – deve sempre giocare un delicato equilibrio tra il narcisismo proprio, e quello dell’interlocutore, o anche meno ironicamente – tra la consapevolezza del proprio sguardo sulle cose, e quella altrettanto sacra di chi sta accogliendo il messaggio. Un elettore ha una sua visione del mondo con cui si può litigare, ma che non si può svalutare.

Svalutazione, una ricorrente difesa delle strutture narcisistiche.
Diversamente da molti detrattori di Recalcati – in queste ore, io in questo messaggio non critico tanto tout court la chiamata in causa di una categoria diagnostica in ambito politico. Sono un clinico anche io, e posso dire che forse con Recalcati politico lo sto ripagando con la stessa moneta. Se la clinica, la diagnositica sono letture della realtà sempre valide, non vedo precisamente perché non debbano esserlo nell’ambito del benessere comune. Molte diagnosi sono funzionali all’ascesa al potere, e alcune diagnosi gravi sono state funzionali alla distruzione del contenitore democratico. Trovo legittimo chiedersi allora, a ridosso delle elezioni se qualcuno dei leader in campo non attui comportamenti tali per cui il contenitore democratico sia messo a rischio, o non avvii una catena di azioni e reazioni che da quella diagnosi prendono corpo quando entri in partita con aspetti della patologia sociale, provocando effetti pericolosi. Queste domande per una persona che di mestiere fa lo psicologo o lo psicoanalista possono passare per la sua sintassi professionale. Io trovo ipocrita negarlo. Anzi, per me soprattutto in tema di leadership, siccome ne va del benessere comune quello sguardo è necessario. Patologie gravi, ci sono in passato costate molte morti.

Tuttavia credo che sia cruciale riflettere sul modo con cui queste considerazioni vengano maneggiate nella comunicazione pubblica, perché quella comunicazione avrà un doppio riferimento. Da una parte coinvolgerà il pubblico degli elettori, dall’altra quello dei pazienti. E forse il problema rilevante, per un collega non è tanto l’usare l’alfabeto che gli è proprio nella propria vita politica ma il farlo in una maniera svalutante, approssimativa, e patologicamente carica di disprezzo. Una volta per cui si decide di aver individuato in un certo comportamento il segno di un funzionamento psico (pato)logico – ci si può ricordare che è lo stesso che si è presumibilmente individuato per esempio in qualcuno che frequenta la propria stanza di cura e che è stato messo in relazione a una scelta difensiva che ha avuto una ragion d’essere per la sopravvivenza del paziente, così come è evidente che ha portato a delle conseguenze negative per il paziente stesso.

L’obbiettivo ultimo di questa individuazione però, dovrebbe essere la comprensione del paziente, l’individuazione degli effetti negativi che procura quel set di comportamenti, non il vantaggio narcisistico per averli individuati e la denigrazione dell’assistito perché ne è portatore. In questo senso la narrazione che si fa in stanza di cura può avere un buon parallelismo con quella che emerge qualora ci si presti al campo politico. Infatti, a usare il discorso clinico in quel modo, ci si mette nella posizione di: o cacciare un paziente, oppure se quello rimane li con zelo a prender randellate, rinforzarne una struttura gravemente compromessa. Rimanda anche a un modo di stare in terapia per cui talmente è dilatata l’asimmetria tra le parti in causa, l’ipersvalutante e l’ipersvalutato, che difficilmente l’ipersvalutato riuscirà a essere veritiero rispetto al clinico, e tutto farà tranne guardare quello spettro di scelte disfunzionali che magari sono davvero tali ma che ora sono un oggetto intangibile.  La terapia ne sarà sporcata.  Ora io non se questo capiti nella stanza di Recalcati, certo è che provo un senso di dispiacere se vado a pensare a un suo assistito a cui uno psichiatra abbia prescritto del litio. Ma politicamente penso anche se un clinico sceglie di adoperarsi per la cosa pubblica, deve farlo con tutte le conseguenze che questa presa in carico comporta. E questa presa in carico implica: attenzione riconoscimento, preoccupazione, essere disposti a entrare in una dialettica politica, certo anche una assunzione del rischio nell’esprimere un parere delicato.

Ora, siccome parliam di lacaniani e vanno pazzi per queste coserelle qui, e siccome chi scrive è un’analista femminista e junghiana, io mi chiedo, ma almeno in campagna elettorale, se non per etica almeno per sagacia non sarebbe il caso di temperare il baldanzoso esercizio del padre con un po’ di funzione materna? Ritirare fuori quella teoria reazionaria di Jung, e giustamente criticata per cui compito del maschile, e in particolare del maschile che esercita professioni che riguardano la cura dell’altro, è quello di far crescere la propria componente femminile interna? La propria capacità di madre? E’ una retorica reazionaria, ma ai reazionari potrebbe essere utile.

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3 pensieri su “Recalcati, la clinica, la politica, la svalutazione dell’altro.

  1. comunque sia, più si demonizza e si declassa alla condizione di sub-umano l’avversario politico (questo capita soprattutto a Salvini), più questo avversario acquisterà consensi.
    Non penso occorrano lauree e/o un’intelligenza sublime per capire questo concetto.
    Complimenti a Recalcati ……

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  2. La cosa che mi continua a stupire è la totale assenza di autocritica di Renzi e, mi pare, anche di Recalcati. Entrambi mi appaiono come due narcisisti invidiosi del successo degli altri, totalmente incapaci di passare per quel momento sanamente depressivo che porta al riconoscimento dei propri limiti, che è l’unica strada per lasciarsi alle spalle definitivamente il proprio narcisismo patologico.

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