Alma, Anima. Il film junghiano di Anderson

 

 

Ieri sera ho visto il Filo Nascosto, l’ultimo – notevolissimo – film di Anderson. Mi è piaciuto molto, mi è sembrato che utilizzasse al meglio l’artigianato cinematografico: tutte le manifatture che solitamente concorrono alla riuscita di un buon film qui sono utilizzate per confezionare la forma intermedia e sottile che un po’ sembra sogno che un po’ realtà, un po’ verosimile un po’ incredibile fino alle soglie del realismo magico, fino all’archetipo della fabula. Il film pretestualmente parla di un romanzo specifico: quello di un grande aristocratico quanto nevrotico sarto, che finisce per innamorarsi di una donna carismatica e decisa con una sua venatura sadica. Parla però anche delle dinamiche psichiche del maschile e del femminile, del maschile interno alla donna che sceglie un certo uomo e dell’uomo che sceglie una certa donna. E’ un film che si presta a una lettura specificatamente junghiana dove i costrutti del genere si chiamano Animus per il maschile e Anima per il femminile: la protagonista del film – si dice in omaggio a Hitchcock (continuamente citato) si chiama per l’appunto Alma. Anima.
Ora io vorrei parlare di questa lettura psicodinamica del testo filmico, che vorrei qui trattare come se fosse un sogno. Ma preliminarmente voglio sottolineare come tutte quelle vie dell’artigianato cinematografico abbiano concorso a questa resa estetica: per esempio le musiche sospese che ricordano Arvo Part, la fotografia – veramente bellissima – piena di scene volutamente simmetriche, coreografiche neoclassiche, una retorica degli spazi che mette al centro il simbolo, l’uso dei colori che -come mi ha insegnato Cromorama di Falcinelli – usa una pellicola satura di colori freddi – blu grigio bianco – per raccontare la storia di una coppia interna congelata dalla distanza e dalla diffidenza verso il sentimento – contro i colori caldi, il baluginare della fiamma del contrappunto nel raccontare di lei alla fine, e di come sia riuscita a far approdare l’eroe del film all’amore e alla relazione, al torrido rischioso dello scambio reale.

Mr Woodcock è un sarto di grandissima fama nella Londra degli anni 50. Ha un atelier dove vive con la sorella, e dove disegna e prepara vestiti per l’aristocrazia sociale londinese: nobildonne, attrici, ereditiere. Un’ossessione edipica cosciente, è il pretesto psichico a cui lo stilista appende una serie di solide ed estetiche psicopatologie: l’amore mai spento per la madre, è il vessillo che sostiene il terrore per qualsiasi relazione reale, novità emotiva, scacco dell’inconscio. E’ un edipo talmente cosciente da essere pretestuale e questo ricorda davvero un po’ la critica che Jung fece a Freud e la causa della sua separazione da Jung nel lontano 1911. L’organizzazione edipica e la persistenza della sessualità edipica come origine del mondo psichico gli sembrarono all’epoca insufficienti – così come in questo film la vicenda psichica del materno ha un sapore pretestuale. Il terrore rispetto alla possibilità della dipendenza, e alla preconscia consapevolezza di quanto potrebbe cadere nella subalternità emotiva, fanno stare Mister Woodcock arroccato in una torre di cattiveria, di cinismo e di distanza controllata da qualsiasi cosa sia vitale: non solo non riesce a tollerare qualsiasi rumore di un’esistenza materiale: nessuno deve non solo parlare durante la colazione, ma neanche adddentare una fetta biscottata, ma lui alla fine le donne le veste, non le sveste, cuce loro scintillanti armature, che stilizzano il corpo in una forma che disincarna la carne. Abiti bellissimi quanto scomodi – stimmate di potere ma non di erotismo. Abiti pensati per persone che dovranno fare fatica a sfilarseli. Un vestito a sirena – che all’epoca imperversava nelle serate di gala – non sarebbe mai uscito dall’atelier di mr Woodcock.
Troppo allusivo.

Quando incontra Alma, è uno scintillante scapolo d’oro che si tiene in vita con le sue risposte narcisistiche, e si compiace delle sue necessità spacciandosele per scelte di lussuoso potere. Alma è la cameriera di un ristorante di campagna, con una sua eleganza e una forza di carattere che ha sfumature inusitate per i clichet dell’epoca –reali e cinematografici – e per gli standard relazionali di Mir Woodcock. Per tutte le altre la teoresi della tirannia del sarto, le sue bizze e le sue manipolazioni cattive, erano coerenti ai complessi di inferiorità che le affliggevano e venivano lette come forme di comportamento coerenti con la logica di status. E’ un artista, è una persona ricca che ha fatto molti soldi, che frequenta persone ricche è logico che mi maltratti a me ragazzina senza doti forse solo un po’ carina ma comunque piuttosto povera. Alma fin da subito stana l’organizzazione patologica dell’uomo di cui si innamora, è forse attratta dalle modalità sadiche di lui che il film rivelerà come ben si gemellano con le proprie, lo sceglie, lo vuole per se, lo conquisterà.

E lo conquista, non tanto cercando di contrapporsi sul piano di realtà ai capricciosi esercizi di potere di lui, ma innamorandosi e cercando di stanare il mondo interno bisognoso e attratto dalla subalternità. Lo stana in un modo eterodosso, ossia somministrandogli mischiati vuoi nel tè vuoi nel cibo, dei funghi velenosi che lo fanno stare malissimo fisicamente per giorni e quindi lo costringono all’esplorazione del bisogno e della dipendenza, al pensare all’altro. Il film è dunque il bildungsroman di un maschile malato, che non può non avere una femminilità malata come miglior opzione per stare un po’ meglio: una donna sana non avrebbe mai accettato di stare accanto più di un quarto d’ora a un simile pallone gonfiato al primo mangia piano avrebbe infilato la porta e arrivederci e grazie – ma Alma è sadica perché ama il sadismo, è attratta come una madre da questo maschile sempre sulla difensiva, e per questo solo lei è in grado di portarlo a un gradino di funzionamento psichico superiore di quello su cui si è accomodato. La scelta di regia dei funghi velenosi è molto onirica e favolistica – un sogno che un certo tipo di persone sarebbe cioè auspicabile facesse, perchè l’amore ha a che fare con la morte,  con il rischio e il fungo velenoso ma non mortale, è una metafora davvero auspicabile. Alma, poi riesce a farsi sposare ma anche a esporlo all’esplorazione del bisogno di lei, anche senza avvelenamenti. A Capodanno va a ballare, contro il volere di lui e lui rimane solo a fare i conti con la necessità a cui iscrive maledettamente la caduta del narcisismo nella condanna dell’essere con. E’ costretto ad andarsela a prendere. E il film finirà con loro che riescono ad avere un bambino e a ballare insieme, – al centro della scena di una festa finita. Scelta retorica della fotografia che aiuta a capire la portata simbolica.

E’ un film bellissimo davvero, molto sofisticato. Credo che abbia qualcosa di così psicologicamente veritiero e forte nella comunicazione per cui alcuni l’hanno trovato reazionario – un giudizio frettoloso e poco meditato considerato i personaggi e il regista – e molte se ne sono sentite irritate. Io credo che non vada letto come il film che narra semplicemente una storia reale, io credo che sia un film che si muova sulla fabula, sul sintomo sul complicato rapporto tra maschile e femminle, oppure tra autarchia e dipendenza, forza e debolezza quando si irrigidiscono negli opposti. Forse anche fra arte e vita. Ma vale la pena vederlo per scegliere il piano simbolico che più si trova interessante per se, l’importante però è che si sappia di dover accettare un gioco rappresentativo e farsi prendere per mano.

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Un pensiero su “Alma, Anima. Il film junghiano di Anderson

  1. Magnifica lettura: illuminante e generosa, per la possibilità che offre alla comprensione di utilizzare strumenti sofisticati che non necessariamente ci appartengono. Grazie.

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