Lettera che scrissi a Giulietta. Sui miei viaggi in Germania

Arrivai una sera d’inverno nella casa della luce di Magritte, suonai il campanello sotto al lampione, e mi aprì un odore forte di marijuana e cannella,  e dietro all’odore occhi grigi e pochi denti. Un uomo curvo, con una gran barba.  Ci demmo la mano, ci presentammo, un cane sbatteva la coda contro il muro e c’era moquette consumata. Mi portò in salotto. Sprofondò nel divano, sorrise. Dappertutto tabacco, briciole, disegni a china. Un asciugamano, la televisione accesa –  qui avrei vissuto. 

Non lo sappiamo, quando apriamo una porta, che dietro ci sarà un amico. Si comincia a parlare, si dicono delle cose formali, com’era il viaggio, che cosa devi studiare, quanto pensi di rimanere. E te non lo sai, che dietro al suo nome ci saranno serate impilate come tovaglie nei cassetti, a ridere fino al centro della notte, a ridere in un tedesco smozzicato come un torrone, a smozzicare dolci come fossero libri, a parlare di mondi fino a ieri nemici, a fare pace noi, al posto dei padri.

Germania. Gli ebrei e i filosofi hanno bisogno di guardarla almeno una volta. Io all’epoca mi sentivo molto entrambe le cose ed ero partita col cuore diviso: metà ammirato metà accoltellato. E nelle strade con le mani dei tronchi nudi e con l’asfalto disegnato, sentivo le macerie sotto i piedi, il sangue sulla pelle e l’alito dei libri che non smettevo di amare. Guardavo questi begli ariani con gli occhi d’acqua e le ciglia folte, guardavo le madri che chiudevano i cappotti dei bambini, guardavo gli uomini che toccavano le gambe delle ragazze. E pensavo: ma guarda questi tedeschi, gente che scrive lettere d’amore.

Mi piacevano certe sere lavate come tazze di latte, bianche di neve possibile, e mentre camminavo, dalle finestre entrava il giallo delle cucine e magari il rumore delle pentole, e alla fine, parrà strano, ma c’era profumo di metafisica, di parole lunghe come corridoi, parole come boccoli di parrucche. Eigentlichkeit, Herrschaftsansprüch, Bewusstsein… Guardando gli stivali sui miei passi  me le arrotolavo nella bocca e le interrogavo, perché la metafisica è qualcosa che dal cielo guarda alla terra  – non il contrario.

(Dimmi allora metafisica perché ad alcuni di noi hai dato un coltello e ad altri di noi non hai dato uno scudo.)

(Dopo Auschwitz anche scrivere una poesia è cosa barbarica)

(Ma forse ci si può guardare negli occhi l’un l’altro – noi che siamo venuti dopo, trovarci le scorie nelle righe dell’iride – e negli spacchi delle labbra la chimica del dolore-)

Nella casa della luce, il mio amico una sera mi stirò la sua vita, e tutti i giorni della Germania si appiattirono sul tavolo assieme ai suoi, il pane senza olio e senza burro, il muro fino al cielo e senza il sole, silenzio e colpa, silenzio e colpa, silenzio e colpa. E raccontò di quell’anno che magico fu per tutti, l’anno del sesso, e delle grida, l’anno della libertà e dei giardini nei cannoni, ma che per lui e i suoi compagni, fu l’anno in cui togliere le svastiche dal fondo della sabbia,  guardarle e rigirarle nelle mani. Tenerle e ferirsi, e mostrare ai padri le mani sporche di sangue.
E così Giulietta curiosa, io voglio bene a questa Germania  col mantello stracciato. Mi ha chiesto perdono, e io gliel’ho dato.

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