Appunti sul materno. Riflessioni alternative

 

 

Noi psicologi analisti, psicoanalisti, psicoterapeuti di diverso orientamento ordine e grado staremmo sempre a parlare di madri e padri, e soprattutto di madri, e di funzioni materne di chi mette al mondo e cura e cresce. Il lavoro artigianale prima, e la ricerca standardizzata poi, i volti dei pazienti bambini, e le storie dei pazienti adulti ci hanno messo davanti, al di la delle nostre storie private e delle chiacchiere collettive, gli effetti un’infanzia difficile, deprivata o abusata, e tutte queste cose ci costellano la testa clinica ma anche quotidiana di cose da non fare. Non bisogna far piangere un bambino a lungo. Non bisogna avere paura che un bambino pianga. Non bisogna far provare al bambino paure che rientrino nell’intollerabile. Non bisogna privare il bambino dell’esperienza del timore tollerabile. Quando abbiamo esercitato, abbiamo patito il dolore terribile di chi ci raccontava un’infanzia terribile, e abbiamo osservato la strutturazione di sintomi duraturi cronici e penosi, e questo ci ha resi come invasati, dei savonarola della puericultura, e spesso ci è voluta tanta vita, magari una nostra genitorialità a nostra volta, a renderci meno molesti e intransigenti, meno morali e moralisti.
Di fatto il rinvio fantasmatico a un modello culturalmente condiviso di una maternità sufficientemente buona è una conseguenza logica della nostra struttura mentale e di quella di chi ci ascolta, d’altra parte più siamo allusivi, includenti letterari e accoglienti, più in realtà è forte il rischio di vendere fuffa. Il crinale tra prescrittività culturale e pressappochismo bonaccione è estremamente sottile.

Per non cadere tra i due versanti allora, gli sguardi psicologici specie più sorvegliati propongono classi di osservazioni e assunti molto precisi e controllati, ai quali volendo si può fornire una estesa nota bibliografica. Da qualsiasi scuola provengano questi sguardi psicologici mirano a un prodotto emotivo e culturale che è il Figlio del nuovo millennio, un bambino che si sente amato e che quindi può permettersi il lusso di amare e di esplorare, che quindi affronterà la notte e il piacere con la giusta miscela di timore tremore e godimento, che saprà avventurarsi ma anche essere fliessibilmente dipendente. A volte le diverse psicopedagogie correnti, e i diversi teorici virano questo modello di figlio a seconda della loro matrice socio culturale, almeno fintanto che non se ne accorgono e magari si sforzano di dominarla: io per esempio mi accorgo di portare avanti un modello di accudimento che premia il pensiero e l’istanza creativa, un certo stile logico improntato all’indipendenza concettuale rispetto al contesto e al dominio logico delle esperienze, altri premieranno un’idea di edificazione dell’infanzia che miri alla leadership e all’eccellenza. Pochi in questo occidente malandato e poco consapevole, pensano mai alla necessità dell’aggregazione, della sopportazione, del sacrificio, dell’obbedienza. Per il momento ce lo possiamo ancora permettere.

Non mi interessa ora, scoprire l’acqua calda della funzione che assolve la psicologia all’interno dei gruppi sociali, non costituisce per me problema l’essere moneta di un orizzonte culturale che trovo abbastanza comodo anche perché connotato da tanti sottogruppi interni, e mi piace mettere alla prova la mia moneta psicologica con quei sottogruppi, che rispetto a me parleranno altri dialetti ideologici, per quanto nell’ampia cornice di un ordine condiviso. Penso però che bisogna fare un po’ di attenzione a una sorta di effetto paradossale che mi pare venga dietro all’esegesi della funzione materna nel migliore dei mondi possibili. Perché mi succede questo, mentre per prima riconosco la necessità di un monito rispetto ai rischi di una cattiva genitorialità dall’altra guardo con sgomento quello che è allo stato attuale dell’arte una sorta di parossismo della funzione genitoriale, il quale per dispiegarsi spesso e volentieri si rifà al mito delle antiche madri, che altro non erano oltre che madri, quando invece quelle antiche madri, erano veramente molto diverse, la psicologia implicita della loro educazione era la moneta di un altro sistema culturale, un sistema di sopravvivenza alla sopraffazione e di inutilità della vita e della morte, e anzi, io credo si comportassero in ben altro modo: una naturalità della genitorialità che poteva serenamente sfiorare la crudeltà.

Io penso questo, specie a proposito dell’Italia – il luogo che si prende il peggio di tutti i mondi possibili, a causa di un boom economico più veloce della crescita culturale e tutto sommato piuttosto flebile come durata. L’Italia è il luogo dove il consumismo e le logiche di performance sono pervasive come il peggio del peggio di tutto l’occidente industrializzato, la famiglia è destrutturata e nuclearizzata come ogni tessuto sociale dove ha vinto l’industria e l’urbanizzazione, ma dove parimenti il welfare è molto carente come in tutte le culture troppo povere per pensare a un servizio pubblico capillare, ed è connotata da una visione della donna, della madre e della genitorialità più vicina alle economie tribali del centro africa che all’occidente avanzato – di fatto lavora solo il 45 per cento delle donne Italiane. Risultato: pochissimi figli, per famiglie dove la madre spesso è a casa.

Tutto ciò si traduce in una quantità di tempo che questa madre dedica alla prole fuori misura, come notevole eè il suo investimento emotivo e narcisistico sui figli, e dunque con una domanda ossessiva su quale dei propri comportamenti renderà quell’unico figlio il migliore dei figli possibili, nel mentre inavvertitamente si attuano una serie di scelte che ostacolano la crescita perché tarate su una madre perfettamente accudente di un bambino che essendo l’unico, o si e no il fratello più piccolo deve sempre essere più piccolo di quello che è realmente, perché è l’unica infanzia disponibile a dare un senso alla genitorialità di coppie che per l’appunto non fanno più figli, o cominciano tardi: bambini che sopra i 4 anni stanno ancora nei passeggini, madri che si sostituiscono a loro nei giochi infantili con i compagni, genitori che perdono orde a fare i compiti delle elementari, madri in continua autosorveglianza del faccio bene e faccio male. La psicologia allora viene chiamata in causa come garante di una genitorialità rispettabile rispetto a comportamenti che per la mera struttura dell’organizzazione familiare oggi, sono per me ipso facto a rischio di elicitare problemi, non per disinteresse ma per asfittico eccesso di cura. Per troppo pensiero sulla prole. Tutta l’organizzazione sociale di oggi, si basa sull’idea che si debbano fare pochi figli, perché per ogni figlio si prevede un notevole dispendio di energie, una reiterata intrusione genitoriale nella vita dei figli.

I comportamenti dannosi che noi analisti osserviamo, e che ci fanno arrabbiare e soffrire in tema di genitorialità sono, in linea di massima, comportamenti derivati da patologie gravi, e con ogni probabilità da esperienze di genitorialità altrettanto deficitarie. Nella maggior parte dei casi un monito potrà essere utile, si fa sempre bene a farlo, ma specie se pensiamo a certe storie terribili, non sarà una buona divulgazione a fermarli: perché un genitore che è cattivo con il suo bambino, attua una cattiveria variamente subita, e sarà difficile che possa essere arginato da un po’ di cultura condivisa. Certamente facciamo bene a parlarne, anche per lavorare a delle soluzioni alternative, per esempio nell’angariato servizio pubblico, per offrire bandoli di matasse, per davvero tanti buoni motivi.

Ma io oggi mi sento di fare un post in contromano, un post così di relazione inversa. Mi sento di dire, allentate la morsa sui vostri figli, siate un po’ meno genitori. Volendo e quasi potendo mi viene pure da dire, facciamone di più di bambini, che sono sempre belli, e più figli facciamo meno sarà terribile morire, e troviamo dei modi per non trattare questi poveracci come gli unici superstiti di una nave che affonda, gli eredi di un impero universale, i nostri soggetti fedelmente rispecchianti, ma che di più devono essere per forza migliori migliori di noi. Perché parte consistente delle patologie di oggi e di domani ha a che fare con l’asfissia dell’eccesso di cura, con l’onnipresenza della comprensione, con il parossismo del materno, che in un infinita gara alla perfezione genera figli all’infinito, che non riescono mai a diventare genitori.

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