Racconto della sera

 

L’avevano chiamato Pantano, dopo una notte contadina e leggendaria, i cui contorni si perdevano oramai, per via delle innumerevoli volte in cui era stata raccontato, quello che fu il primo sasso della sua mitopoiesi, la radice di un’autorevolezza già al tempo sospettabile. Pantano in quella notte lontana era un ragazzo corpacciuto, ombroso, troppo pigro per la lotta e per quegli anni infernali, refrattario al contrasto dunque, propenso invece, dopo le lunghe giornate di lavoro (mele, soprattutto. I primi kiwi – una stagione che comunque durò poco) a dissertazioni astratte e svagate, ai libri, alla carta stampata da reperire in modi incongrui. E dunque un suo amico si era ficcato nei guai, con certi stronzi della zona, un tipo astratto come lui e ben più esile, un po’ ladro vi è da dire, ma a suo modo magico e poetico, e Pantano per difenderlo da alcune angherie, s’era fatto improvvisamente audace e sfidante. Pare che a dei tavoli di legno di un locale sciatto, e qui il passaggio narrativo si fa convulso e confuso, fosse caduto in una zuffa, con uno di quei baronetti della sfiga che si infilano tra gli ultimi. Comunque, in una successione cinematografica di botte e calci, era finito nella melma, insieme all’avversario, l’aveva azzittito con le mani di fango, e ci aveva anche assestato non si sa bene che massima marxista, a chiusura teatrale dell’accadimento, scatenando l’estasi degli astanti, e l’eterna devozione del suo amico impunito.
Donde, il soprannome. Ma anche, un piccolo trono dell’antimondo, che da allora fino a questa fotografia che vado raccontando avrebbe continuato ad occupare.

Dopo, comunque, Pantano aveva provvisoriamente lasciato i campi, dove andava a raccogliere quel che c’era da raccogliere secondo la stagione, e per un po’ si era per messo alla bottega del padre – la noiosa ferramenta della piazza centrale. Ne era scappato, e infine si era trovato una moglie da amare con una granitica e imperturbabile dedizione, in una casa di sassi in mezzo alla vite separata dal mondo. Refrattario alle gerarchie, all’ossessiva e disgraziata soddisfazione di incassi quotidiani, un romantico a modo suo e anche un anarchico in altri termini, s’era messo a far vino, e quello avrebbe fatto per il resto della vita. Rivelò nel tempo una natura ossuta, lineare, cristallina e impermeabile a qualsiasi mollezza morale, e questa intima e tranquillizzante severità si aggiunse, forse per via del matrimonio, un gentile senso dell’umorismo, una magnanimità addirittura naturale. Quando i maschi del paese combinavano qualche guaio lo andavano a cercare per avere una sanzione, un parere, una colpa, una redenzione. Sarebbe diventato più grasso e corpulento, e il suo destino di sciamano, si sarebbe col tempo disvelato in un numero spropositato di occhiali. Beveva con gusto, e fumava eccessivamente. Le sere si sedeva sul retro della casa contornato da innumerevoli bestie di cui era il capo e la madre. Una gatta in particolare, un vecchio cane, alcune oche polemiche – nelle sere d’estate, dopo cena, anche dei rospi.)

Nella foto Pantano è a una fiera di paese, precisamente nell’area dove si arrostiscono le salsicce, e incontra Demetrio, e non succede moltissimo perché si salutano, rispettosi, e cortesi, con un sorriso attento. Demetrio, che si chiama Demetrio come suo nonno, e come il suo trisnonno, e come auspicabilmente si chiamerà suo nipote, ha sempre vissuto a pochi metri da Pantano, in una sorta di versione integrata, apollinea, diuturna e parallela, in una sostanziale condivisione di valori – ma come due rette sottili, o come due vertebre vicine della medesima spina dorsale, che vanno nella stessa direzione, si incurvano nello stesso punto, sorreggono e proteggono lo stesso corpo, ma non possono incontrarsi mai. Demetrio è un lavoratore infaticabile, uno sul trattore dall’alba alla notte, un tempo ragazzino responsabile, bellissimo e solare, estraneo alla colpa e alla notte, leale fin al sapore delle ossa. Su di lui i soprannomi scivolavano come l’acqua sul vetro, senza appiglio alcuno e per un certo periodo era stato poliziotto, tuttavia anche le ombre dell’arma gli erano risultate tossiche e sinistre, e se ne era andato, rimanendo comunque nell’intimo, un uomo di Stato, di legge, un cives. Se delle cose dell’anima si occupava dunque Pantano, Demetrio era il referente di quelle di carta, il depositario delle ragioni nascoste di leggi e burocrazie, il traduttore simultaneo di documenti esoterici che gli venivano sottoposti e che da tirannide lui, trasformava in democrazia. A suo modo era un positivista, un illuminista, il figlio imprevisto di un occidente regale e consapevole, nato per caso in mezzo alle valli, alle mucche e ai campi infiniti. Era pure riuscito a fare soldi, in una maniera onesta, paziente, e tutte queste cose, unite a una bellezza divistica e incongrua gli avevano garantito il trono opposto a Pantano, simmetrico e contrario. Demetrio sovrano delle cose del Sole.

S’incontrano dunque, e si parlano brevemente in un dialetto urbano e mansueto. Non accennano a pacche sulle spalle, né a battute o umorismi – per quanto potrebbero condividere una stessa platea morale, scoprire di stare vicini di poltrona dello stesso comico. Né si informa Pantano della salute della moglie di Demetrio, una principessa caraibica, drenata alla cattiveria negli anni con la pistola, né l’altro parla di vino, di raccolti, di vendemmie. Si danno la mano toccando con l’altra la parete invisibile che li separa, il perimetro della propria nazione interna, la dogana di due modi diversi di stare al mondo, lo spessore di due sintassi che qualcuno potrebbe definire identità qualcun altro epistemologia, un terzo nevrosi. Credono di non avere niente da dire, disconoscono una inspiegabile somiglianza.

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