Un post banale

 

C’era  un certo punto di flessione, di non ritorno nelle sue amicizie di ragazzina, che combaciava con il momento in cui una delle due amiche pensava dell’altra: “ora non la chiamo più e vediamo se mi chiama lei”,  “vediamo se mi dice qualcosa”, “vediamo”. E siccome quel punto di non ritorno era in realtà la radice di uno scisma, la punta dell’iceberg di una differenziazione incipiente e in quell’era della pelle e delle ossa – poco gestibile, anche quando fosse arrivata la telefonata attesa, non poteva saziare le aspettative, non era veramente profondamente interessata, la telefonata attesa obbediva a un presunto senso del dovere verso l’amicizia come Totem, come altare sotto cui deporre testimonianze di devozione.

L’altra, la telefonante colpevole, l’obliatrice di attenzioni necessarie, percepiva questa sostituzione della spontaneità con un atto di dovere, l’inquinamento dell’affetto con il gioco di potere e se ne stava divisa tra memoria delle risate e rancorosa protesta, gratitudine per il passato e pugni sui fianchi, con la leggerezza trasformata in un impegno lavorativo, mentre tutto si asciugava e si cambiava entrambe, ognuna più domestica con la vita propria e con il mondo intorno e meno bisognosa delle dipendenze d’alveare. Una volta telefonava, un’altra no. Entrambe pensavano cose terribili tutte sul fronte dei doveri reciproci, ed occultavano il problema dei punti di svolta della vita, della materia del carattere, della qualità delle cose che si vogliono e non combaciano più. A un certo punto, al fondo di quella perdita di sintonia, si sentivano giudicate l’un l’altra.

Da vecchia, tra i vari sintomi del futuro che s’accorcia e del passato che s’allunga, avrebbe imparato a riconoscere il rischio del punto di flessione, ma anche a gestire amichevolezze con distanze più sicure, in cui possono ficcarsi dentro tante cose, ragion per cui ci sarebbe stato poco spazio per i tradimenti e le sorprese identitarie ma abbastanza profondità di prospettiva per vedere l’interezza del corpo psichico dell’altra, quali sono i gesti routinari della sua anima, quali pietanze sanno cucinare i suoi sentimenti e quali invece non sono proprio in grado, il colore dei suoi atti politici e del suo posto sociale. Non avrebbe più richiesto doveri, non avrebbe più obbedito a ordini, non avrebbe più considerato necessaria una affinità totale e radicale con tutte le parti di se, e se nonostante questa acquisita capacità di stare con le differenze una relazione si dovesse sfilacciare, ora forse sarebbe capace di fare una rimostranza sostanziosa, ma anche di dispiacersi, di aprire una lontananza definitiva o provvisoria, di sopportare questo fatto curioso per cui le relazioni sono come fisarmoniche, uno di quegli strumenti che, ora si pente, avrebbe voluto imparare a suonare.

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