Fioretto

Suo padre era schiantato lasciando la casa a metà, col tetto ancora da fare e da godere, s’era infartato intorno ai settant’anni, come a lasciare anche la sua vita senza cappello, senza pensiero. Aveva detto di sentirsi un malore, ed era scivolato dalla sedia, come una foglia che cade da un albero.
Era un uomo magro e poteva sembrare leggero.

Al figlio era rimasta questa mezza casa nella macchia, e le pile di giornali dove il padre s’era cerchiato le parole con la penna rossa, e le convinzioni anche, vi è da dire. Aveva lavorato un vita nei campi degli altri e a un certo punto con la moglie era arrivato un prato un po’ scosceso, degli alberi –  uno spazio dove mettere qualcosa di più di un tavolino.
Ci si era messo le domeniche, una domenica sull’altra come legna nella riserva, ordinato e ambizioso. S’alzava presto e si vantava agli occhi di se stesso: sono un uomo che sa fare tutto, che non si ferma, che dal nulla lascia al figlio una cosa, anzi, una casa.

(Il figlio per la verità come primissima scelta s’era preso le parole cerchiate e le convinzioni, ci aveva fatto un destino e una carriera, uno storico delle parole e delle idee era diventato, all’ombra delle domeniche del padre accatastate nel cantiere personale, e mentre quello costruiva la casa meravigliosa la casa signorile di una borghesia onirica e campestre,  il figlio obbediva al mandato facendo fascinosi concorsi, prendendosi cattedre esoteriche conquistandosi stipendi astratti come i disegni delle pubblicità sul suo giornale)

Dopo la morte del padre, cogliendo il dovere di mettere il cappello alla vita interrotta e alla casa a metà, aveva poi finito i lavori, con la cessione del quinto, con la pazienza della moglie, con la testarda affezione a un testamento in forma di sogno, infissi di rovere eh, e cancello di ferro battuto, una cucina di maiolica e raffinata modestia.
Perché forse, nel sogno del padre ci s’era messo pure lui

(e delle parole cerchiate in rosso che ne era stato?
Dalla finestra centrale si vedevano degli alberi – lecci, per lo più – dritti fino al cielo, selvatici e ospitali. Ci abitavano poiane e forse qualche fagiano, sicuramente dei picchi. E tutti dicevano al figlio di tagliargli quegli alberi, che ci sarebbe venuta tanta legna, e una vista sulla vallata davvero importante. Ma i tempi sono bui, sono pieni di campi vuoti, e almeno in quella radura, pensavano le parole cerchiate in rosso nella testa del figlio, le bestie – e non solo le poiane ma anche i gufi, e i tassi, e pure i bruttissimi sorci – avrebbero continuato ad avere una casa).

 

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