Violazioni del setting

 

D’estate mi capita di pensarti. E’ successo quest’anno che non t’abbia pensato mai mi pare, o quasi mai, mai con un pensiero ordinato e continuo, quello che porta a una certa categoria del sentimento e dello stato d’animo. La categoria degli alberi al crepuscolo, e della luce obliqua sui muri a calce, ossia il magone delle domande inevase ai morti.
Oh no scusa, non è preciso. Ti ho pensato un giorno di febbraio, con riottosa ed edipica interlocuzione, sistemavo dei cuscini dopo una seduta avevo appena ricapitolato le cose dette a un paziente, e credo di averti detto qualcosa come: lo vedi?
Noi, figlie immaginarie che siamo gelose della morte.

Queste mattine mi alzo presto e studio un po’, libri di colleghi nostri americani e spumeggianti di rigore, celestialmente geometrici nelle loro apollinee deduzioni, a me più vicini per un certo modo marziale che ho di procedere nei ragionamenti, ma che tu avresti invece guardato con il rispetto che si deve ad altri grandi vecchi assai stimati, ma i cui libri rientrano nel novero delle scarpe di cattivo gusto, per uomini rampanti e senza dubbi.

Mi mettevo a litigare con te allora già stamattina, Luigi caro, a dirti tutte le cose che non ho fatto a tempo a dirti, a consumare il diverbio che non abbiamo mai consumato, perché tu sei finito di essere quando io ho appena cominciato, non si poteva ancora capire bene i nostri gusti diversi in fatto di scarpe, ero li che da sola con questo brillante saggio sul metodo (Gabbard) e scalpitavo come un cavallo giovane a dirti tutte cose positiviste e sacrosante.
Poi però mi è successo che è suonata una campana mi sa, o deve essere stato per via di un piccione su un tavolo (studio in un bar queste mattine) questo piccione mi ha portato un ricordo, che dovrei custodire con più gratitudine e affetto. Un ricordo che è una medicina, e un manuale di intervento clinico.

Che noi ci vedemmo una volta  – sarà stato vent’anni fa ed era uno di questi giorni caldi, e abbiamo fatto una passeggiata intorno a Piazza Venezia, e quelle vie dietro e molto scomode per te (col bastone) per me (con i tacchi). Sarà statala terza o quarta volta che ci vedevamo io e te da soli, la prima a a Roma. In quella passeggiata fu chiaro, che io non stavo affatto bene, non ero mai stata affatto bene, e al di la della vanagloria e delle scostumate ambizioni, bisognava che corressi ai ripari, e che dunque mi si trovasse un analista per me.
Passeggiavamo, parlavamo anche, e tu facevi domande molto delicate, quasi salottiere. Stavi sul mio registro di allora: un’isola di  sicura superficie, da cui affacciarsi con distratta e (terrorizzata) prudenza.

Stavamo dunque in piazza, credo piazza Zanardelli, e tu con lo sguardo avanti concentrato  mi dicesti questa cosa che per me fu incredibile. Tu dicesti: bisogna trovare qualcuno che sia molto bravo, molto solido, non dovrà innamorarsi di te che sarebbe un guaio, e con te non è affatto facile.

Questa frase che tu hai detto, quando mi identificavo con uno scarafaggio, un cane goffo e senza speranze, è stata per me nel tempo un amuleto e un saggio sul metodo. Il punto non era che tutti gli analisti si sarebbero innamorati di me davvero, ipotesi che possiamo gentilmente scartare con un solido sorriso. Il punto non era neanche che tu potessi essere innamorato di me – tu cercavi femmine lunari come i tuoi libri, saturnine come la tua vocazione, avevi sposato una premier dame di una eleganza misteriosa e inquietante. Né bisogna dire (nonostante i richiami all’autocoscienza del tuo angelico collega) che siano poi così tanti gli analisti che s’innamorano sconsiderati delle pazienti, ma tu ritenesti questa cosa ovvia e possibile, il che fu un messaggio nella bottiglia alla ragazzina maldestra che è ero.
La donna adulta di ora pensa invece questa cosa, che l’analisi è prima di tutto una serie di messaggi nella bottiglia, un lavoro di azioni emotive e intellettuali, un fare in modo che l’altro entri in una rotazione sentimentale ed epistemica del suo sguardo. Se fossi stata una tua paziente, saresti stato in grado di dire la stessa frase.

Ciao caro, stai bene, mi manchi.

 

(qui )

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Senza fine

La madre lo vede con la testa curva sul foglio, e certamente come prima cosa pensa, devo portarlo dall’oculista, quando io scrivevo così di li a poco si capì che non ci vedevo bene. Poi ritorna a osservarlo, la luce obliqua del pomeriggio gli agguanta la schiena, sul vetro scintilla il rumore delle cicale, il verde dell’estate e pure la sua concentrazione.
Lei si commuove.

Il figlio compila complicate liste di canzoni, accanto ai titoli i nomi degli interpreti. L’aveva trovato qualche mese prima, con i calzoni corti e almeno un piede fuori dall’infanzia – attaccato alla radio, in un rapimento carbonaro e onirico, uno stato di intima esaltazione.
Non si era accorto di lei.
Lo aveva invidiato. E ora, continuava a invidiarlo terribilmente, e per ancora un altro po’ l’avrebbe invidiato di una invidia materna e gentile, perché lui ora si appresta ad attraversare la stagione unica e irripetibile della scoperta e colonizzazione di un universo sconosciuto e intricato –  soavemente inutile, quanto terribilmente indispensabile.

(Aveva avuto due anni più di lui – e che saranno mai – quando ragazzina si metteva accanto al registratore, ad ascoltare ossessivamente ed estaticamente le stesse canzoni, a riscoprire la magia di una reazione, la voglia di ballare quella di piangere quella di cantare. Altri due anni e se ne sarebbe copiata i testi, avrebbe tentato maccheroniche traduzioni. Altri due ancora, e un cantore sarebbe diventato il poeta di un amore senza zelo e di destinazione imprecisa, altri anni e tutto quell’apprendistato sarebbe stato una scuola d’orecchio e di identità, e come dal mare dell’esperienza sonora e variegata, sarebbero emersi i suoi gusti complicati di oggi, insieme a buona parte di quello che lei è ancora nella vita e nelle cose, e certo l’amore figlio mio, si impara l’amore con le canzoni).

Ciao mamma le dice distratto, e lei avvicinandosi getta gli occhi sul foglio e constata il carattere metodico degli elenchi di suo figlio – pensa che in quello stile così completo c’è un qualcosa che non la riguarda, ci rivede il padre che organizza i suoi dischi per data di nascita dell’autore, molti dischi bisogna dire, molto molti, e questa trasmissione genetica del metodo, e forse la trasmissione obbligata di due geni dominanti tra i migliori di quelli a disposizione in quella partita, le lascia un paesaggio sereno all’interno del suo carattere difficile  -per il resto della serata.

(Qui.)