Note sull’interruzione estiva della psicoterapia

 

 

Sono una di quegli psicoterapeuti che impone ai pazienti una lunga pausa estiva – solitamente, due mesi. Non mi nascondo dietro a un dito, e so che questi due mesi sono scelti prima di tutto in risposta a mie esigenze personali, so anche che in generale per molti casi i due mesi di interruzione sono una prova difficile che può creare ansia e preoccupazione. Tuttavia penso anche che l’interruzione estiva sia un momento importante del lavoro per moltissimi motivi.

Il primo di questi motivi riguarda la connotazione specifica del percorso psicodinamico, che è lungo, dura anni, preferibilmente si svolge a una frequenza alta (io lavoro più volentieri con due sedute a settimana) perciò per sua natura incoraggia una dipendenza.   La pausa estiva offre una sorta di sperimentazione in vitro riguardo l’elasticità rispetto a quella relazione, e incoraggia, a modo suo, processi di individuazione del paziente che altrimenti vivrebbe una condizione di dipendenza costante. Penso sempre, nonostante mi affezioni ai pazienti e un pochino inesorabilmente mi dispiaccia, che vengono da me per imparare a stare lontano da me, non per essere bravissimi a stare nella mia stanza bravissimi a dire le cose per tutta la vita. Devono allontanarsi prima o poi.

Siccome dalla pausa estiva vi è comunque un ritorno in stanza, è anche un buon dispositivo di indagine per vedere come si vivono i processi di separazione nelle situazioni di attaccamento, e ragionarci insieme. Quando infatti la pausa estiva arriva su una relazione clinica ben avviata, spesso si ha avuto modo di constatare insieme come il modo del paziente di viversi l’analista ricordi i suoi modi di viversi relazioni importanti anche con i genitori, per quelle che in gergo vengono chiamate le dinamiche di transfert, e quelle stesse dinamiche di transfert potrebbero rivelarsi anche nel come è stato pensato il terapeuta che ha deciso di andare in vacanza. Allora può succedere che pazienti che hanno avuto un atteggiamento ostile e bellicoso verso la terapia per tutto l’anno vadano in ferie e percepiscano affetto o dipendenza, altri che con la relazione hanno una vicenda problematica possono accorgersi di sentirsi più rilassati e liberi, ma allo stesso tempo ripensare alla lunga relazione analitica come qualcosa di più tollerabile del previsto. La separazione estiva è comunque un importante momento per capire il proprio modo di essere con.

Il che bisogna dire vale anche per l’analista che verso i pazienti ha una specie di doppio controtransfert: uno più generico, che investe tutto il lavoro, una sorta di idea generale di paziente e di essere con i pazienti, e uno più specifico e che cambia da relazione a relazione. Questo secondo tipo di controtransfert è una fonte di informazione preziosa per le terapie in atto: l’analista si accorgerà di tendere a preoccuparsi, almeno inizialmente, più di un paziente che di un altro, non tanto per lo stato clinico in cui versa l’assistito, ma per come l’inconscio dell’assistito vuole che l’altro lo pensi. Per cui – per fare un esempio – ci saranno pazienti che inducono l’analista a essere molto tranquillo che tanto da solo se la caverà benissimo (e magari questo è un problema costante di questi pazienti che non riescono facilmente a mostrarsi vulnerabili – nel terrore di ingaggiare delle relazioni che potrebbero farli soffrire) e altri che invece faranno in modo di far sentire il terapeuta in stato di apprensione (uno stilema relazionale pericoloso quanto frequente nella relazione terapeutica, perché porta il clinico a sentirsi importante e indispensabile, e il paziente a sottovalutare le proprie risorse evolutive). Quindi il come si sentirà il terapeuta rispetto ai pazienti nella pausa estiva, darà contezza del modo di ingaggiare le reazioni di quel paziente di come fa sentire gli altri delle sue relazioni importanti.

Di tutte queste cose si parla molto al rientro. Ma nella separazione ci si troverà a combattere anche con altre questioni. La psicoterapia infatti, svolge due funzioni: la prima è quella di contenere emotivamente il paziente, la seconda è quella di dare una strumentazione di bordo al paziente. Le due operazioni sono spesso intrecciate, perciò si può dire che molto spesso il paziente formula una domanda emotivamente e ha una risposta altrettanto emotivamente carica, per cui nella via dei toni di voce e dei gesti passa la funzione accogliente e contenitiva, e nelle cose che ci si dice la risposta procedurale ai problemi psichici che la persona porta. All’interruzione però il paziente scopre che il contenitore è assente e potrebbe usare delle strategie personali per garantirsi il fatto di essere pensato e quindi contenuto anche se da lontano, ma constato che questa perdita di contenitore è spesso più angosciante per le separazioni dei primi due anni di terapia mentre per le successive in genere va scemando. Il contenitore esterno è finalmente sufficientemente introiettato e ci si può concentrare sulla seconda questione, ossia la strumentazione acquisita.

Questa penso è la parte più interessante dell’interruzione.
I pazienti che vengono in analisi, di solito portano un problema definito inerente la loro domanda di cura, che poi viene nel corso delle sedute riformulato e iscritto in un nuova rappresentazione di se. Il nuovo quadro, sempre in divenire, mette in luce altri problemi – magari anche più vasti – e una serie di risorse che non erano state mai considerate. Quindi accade che dopo la prima e piuttosto lunga riformulazione del modo di funzionare di una persona – emergano delle coazioni a ripetere, delle modalità di interazione con le persone che portano costantemente il paziente in una situazione diversa da quella che vorrebbe. Ma capitano anche sogni e fantasie, che rivelano al paziente informazioni del suo mondo interno e di come lui o lei reagiscono alla vita che prima non sospettava di avere. Quindi il paziente che avviasse una terapia psicodinamicamente orientata si ritroverebbe a considerare due novità della visione dei suoi problemi e risorse: una riguarderebbe una sorta di itinerario maligno dei suoi comportamenti che producono regolarmente effetti che non desidera, l’altra la sua vita inconscia cosa gli dicono i sogni delle necessità di questi itinerari.

Allora accade, specie nelle separazioni che cadono nel centro della terapia, o nella fase più vicina alla conclusione, che durante l’estate capitino situazioni che mettano alla prova le interpretazioni messe in cantiere durante l’anno e possano rappresentare per il paziente delle vere e proprie sfide. La psicoterapia anche analitica non è mai solo un lavoro dell’inconscio o della relazione diadica, ma spesso e volentieri, al di la delle retoriche che spesso entrano in scena, vuole uno sforzo dell’io per evitare di cadere in vecchi copioni. Allora può succedere che d’estate un paziente riesca a trattenersi per esempio dal chiamare una persona cara un numero troppo frequente di volte per sentirsi tranquillizzato e riesca a tranquillizzarsi da se, perché ha capito che cosa mette reiteratamente addosso a quella persona che angoscia ossessivamente, oppure che riesca al contrario a cercare qualcuno perché riesce finalmente a sintonizzarsi con un suo desiderio e a capire che sono le sue proiezioni di sventura a impedirgli di contattarlo. Siccome non c’è il terapeuta in carne ed ossa in questi frangenti, non ci sarà possibilità di parlarne il giorno dopo, quando queste sfide del reale vengono affontate anche con parziale successo, il soggetto ha una percezione di efficacia di forza, di crescita personale che nell’itinere della relazione analitica potrebbe essere meno evidente. Tutto quello che accade è sul suo e sull’uso che fa di quello che è accaduto in stanza nell’anno.

Questo vale anche per la produzione onirica. Io sono una terapeuta di orientamento psicodinamico e tendo a incoraggiare un uso empirico dei sogni, a mischiarli nella gestione del quotidiana perché nella mia esperienza professionale sono una risorsa e nella mia esperienza di paziente l’uso dei sogni per capire come sto al di la dell’apparenza è stato il più grande regalo che ho ricevuto da chi si è preso cura di me, ed è rimasto a terapia conclusa. In questo senso mi trovo particolarmente bene con la decodifica junghiana del sogno, e cerco di fare in modo che i pazienti se ne approprino in modo da saper utilizzare i sogni nel loro stare quotidiano anche senza analisi. Certi pazienti d’estate sognano di più, e hanno una grande occasione di usare la vita onirica da soli, cercando di capire cosa sta succedendo e se ci sono delle reazioni emotive in atto a una qualche esperienza del reale che stanno sottovalutando o ostinatamente escludendo dal loro campo visivo. Il sogno non dice cosa accadrà nel fuori da noi, ma siccome dice cosa accade ora dentro di noi, è un buon punto di partenza per fare delle considerazioni importanti.

Tutte queste cose poi verranno discusse al rientro. Di solito le psicoterapie – anche se purtroppo non sempre, molto spesso anzi non accade – dopo l’interruzione estiva, fanno come un balzo in avanti. Si ha la sensazione che d’estate il dialogo terapeutico, sia continuato e si siano aggiunti tasselli importanti. Non di rado, quando la terapia riprende, assume un registro un pochino diverso da quello che era l’anno precedente.

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