Sugli Intrappoletti

 

La signora Adele non era un animale facile. I capelli bianchi, gli occhi molto chiari, un vestito a fiori di nylon, troppo operosa per essere paragonata a una gatta, troppo severa per essere un castoro, un procione o uno di quegli animali casalinghi e solerti che costruiscono dighe facendo tenerezza. Men che mai era prossima agli orsi, così propensi all’aggressività materna, o al contrario a una intima rilassatezza – l’orso d’inverno lo si immagina al caldo di un sonno ristoratore, un bizantinismo lei non avrebbe mai condiviso. Non contemplava l’uso del divano, come tutta la sua generazione e il suo mondo, contadino e lavoratore, guardava con perplesso scetticismo le femminee debolezze degli hobby, una parola foresta e nemica, faticosamente riusciva a raggiungere forme di pietà umana di fronte alla malattia mentale e a quella del corpo –  peraltro solamente nei casi in cui arrivassero a eccezionali sofferenze e possibilità di morte e di disabilità, e comunque solo se seriamente acclarate. Di contro, le sofferenze di medio e piccolo taglio, non ottenevano la sua stima, e anzi qualora fossero manifestate, vi riservava un velato disprezzo il cui grado dipendeva dall’umore.
Come altre grandi vecchie della mia famiglia, amava con ardore solo alcuni individui selezionati.

Con la figlia aveva un rapporto poco lineare, anche dopo che quella era diventata madre, di un bravo e onesto ragazzo. La figlia le era nata in città, e s’era rivelata geneticamente, sociologicamente e ideologicamente tutta diversa – lontana e incomprensibile. Una donna bella, piena di sentimenti e di passioni, e che per quanto lavorasse tanto, e sodo, e o tenesse la casa nello stesso ordine specchiato di sua madre, e per quanto fosse da adulta diventata una donna attenta, che non faceva mai il passo più lungo della gamba – niente, era vanesia, attratta da cose piccine e stupide, i rossetti, le sciarpe colorate, le bomboniere. Una gazza ladra. L’armadio della figlia, Lucia, era pieno di queste cose che le davano gioia, la facevano felice, anche se spesso venivano archiviate da una seconda generazione di sciarpe, di ninnoli, di pezzi di vita più recenti. Ora nel tal negozio e anche in quell’altro, diceva lei che era commessa e sempre aggiornata, vendono questo tipo di candela! Questo tipo di tazza! Questo tipo di ciondolo! E certamente se ne sarebbe voluta procurare una copia, di ognuno di quegli oggetti, la candela, la tazza il ciondolo, che avrebbe usato poco, anzi per niente, ma erano l’ultimo modello di correlato oggettivo di felicità, l’arredo di quel momento storico della sua vita, lo sfondo di una certa cena, di una certa telefonata, di una certa amicizia. Di un certo dolore anche, senz’altro.

A questi oggetti soavi e sciocchi, la signora Adele riservava il meraviglioso epiteto di intrappoletti. Il termine, nasceva dal disappunto che le procurava l’accorgersi che, anche in un cuore puritano come il suo, aprire l’armadio degli intrappoletti la conduceva inevitabilmente a riaprire i ricordi ad essi correlati. Il termine, che per me conserva una rara precisione, denunciava la natura inamovibile di alcune costellazioni del proprio passato, che sono capaci di starsene nella testa dolorose e testarde, proprio come nell’armadio, e hanno questo potere feroce, che non è soltanto la banale nostalgia di un tempo passato, ma una certa lealtà per quello che si è stati e non si è più e per giunta – immorali intrappoletti – una parte leggera di godimento, di piacere di alcuna utilità. In questo senso non ottenevano mai il titolo di intrappoletto, nè la documentazione delle tasse pagate nè le analisi del sangue. Né scendeva al deprecabile rango di intrappoletto la coperta della madre o le foto del marito. Titolari di un’identità dell’affetto più che rispettabile.
Concupiscenti intrapppoletti, dionisiaci intrappoletti, pavidi e tentatori intrappoletti.

Nella scala di valori della signora Adele vi era una ulteriore entità saturnina e mefistofelica, gli impicci, ai quali l’agio economico del trasloco in città aveva persino fornito una stanza, per l’appunto la stanza degli impicci. Qui i ruoli si invertivano tra madre e figlia si invertivano. Gli impicci infatti erano per lo più oggetti di uso quotidiano la cui utilità era stata surclassata dall’ingresso trionfante di altri oggetto, facente medesima funzione ma più nuovi e meglio congegnati. La signora Adele, una gerarca feroce che non tollerava alcun intrappoletto nella sua dimora, era invece insolitamente tenera con gli impicci, nei confronti dei quali conservava una oscura e inspiegabile dipendenza. La figlia brandiva un ferro da stiro dal filo coperto di lana ma tutto sfilacciato e ammoniva la mamma, che ci fai con questo! E osservava la madre farsi prendere da un senso di imbarazzo tra ragione e desiderio, nevrosi e progresso, tempo futuro e tempo passato, per via del fatto che tendeva a fidarsi del secondo e non del primo. La stanza degli impicci, era un luogo dove entrava di rado, ma che l’anziana considerava confortevole mentre la giovane più asfittico, e si sapeva che si potevano trovare oggetti utili, non belli, ancora funzionanti, o parti di essi.   Ho sempre trovato curioso il fatto, che la signora Adele avesse bisogno di questa veste estetica (la tanica da benzina di plastica diventata oramai grigio sporco, le latte da cinque litri per l’olio mai più uilizzate, i vetri pieni di calcare) per permettersi un commercio con la memoria.

(qui )

 

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Sul treno

(Sto tornando da Vibo Valentia, sto sul treno e ascolto due persone davanti a me che parlano. Parlano un italiano corretto, con alcune inflessioni dialettali, soprattutto in termini di suoni, e pronunce più che di forme lessicali. Di queste persone credo di poter indovinare i volti, pur non avendoli ancora visti, e penso che siano volti di misurate borghesie lavoratrici e contegnose, con ogni probabilità piene di un certo reazionario buon senso. Lei una giovane donna che potrebbe portare delle unghie laccate ma non troppo lunghe, lui sicuramente anziano, da situare nell’affettuosa collocabilità dei cari amici del padre, o degli zii mai persi di vista. Non so bene di cosa parlino, forse una persona di conoscenza comune che ha fatto delle scelte azzardate, ma quello che penso di loro, del loro parlare, è lo scivolo linguistico su cui poggiano le parole, lo scivolo che va dall’olimpo lingua pulita che probabilmente non hanno mai raggiunto fino alle dionisiache profondità del dialetto stretto segreto ed esoterico, che invece io sono sicura hanno raggiunto in certi momenti di grande passione, in ispecie odio e dolore, alle volte commozione estrema. Quando si soffre, infatti, lo scivolo del dialetto porta sempre in basso. Per esprimere la felicità capita di riuscirsi a dare il tempo di risalire controcorrente.

Amo questa cosa particolarmente italiana dei dialetti. Amo pure il mio di dialetto, per quanto sia ignobile e sgraziato. Il romanesco è un italiano brutto, di facile comprensione perché per lo più costituito da un’odissea di storpiature, greve nel suono, dissacrante nella vocazione, qualche volta idoneo alla malinconia e al tragico, ma è un dialettuccio, per quanto da me molto amato e rigorosamente praticato. Non vanta, per questioni storiche irredimibili, la fantasiosa ricchezza di altri dialetti, frutto di altre dominanze e altre vicinanze, impastati da altre ricette e altri ingredienti, cresciuti ad altre temperature naturali e politiche. Il napoletano, il siculo, il veneto – per fare alcuni esempi -dialetti che hanno parole proprie che vengono da lontano, etimologie che sono storie di famiglie nobili, contaminazioni radicali meticciati garibaldini, oggetti e sentimenti che non possono che esser spiegati che tramite perifrasi.
La napoletana buàtta, è una visione del mondo.

Tuttavia nel parlare dialettale, che sui treni raccolgo avida come adesso, forse mi piace più di tutto un toccare qualcosa che mi intenerisce – (un sentimento di cui quasi mi vergogno). Infatti, per via di quella cosa dello scivolo, e della consapevolezza di chi riesce a salire e fare su e giù e chi no, quando sento il dialetto, mi pare che chi lo parli si metta a nudo, sia più autentico, vulnerabile, se stesso suo malgrado, in un modo a cui sovente non pensa. Come quando vediamo un bambina di spalle, i capelli raccolti in una cipolla, in due ciuffetti, e ne vediamo il collo e le orecchie, e pensiamo a quella parte del corpo che non sa mai quand’è guardata, osservata, non può anticipare l’atto con cui potrebbe essere colpita.
L’innocente esserci di un collo scoperto di bambina. Questo mi ricordano i signori davanti che ora, criticando con severità la persona che li accomuna e che è stata davvero intemperante biasimano con tanta convinzione.)

Abuso di impotenza

 

Il rumore della vecchiaia, gli era capitato di pensare, aumenta con il sonno della notte. Per esempio sua madre quando dorme, tira fuori questo ritmo del respiro e del corpo, cavernoso e lontano, con riverberi di maleodoranze e malattie.
Se la sentissi per la prima volta senza averla mai vista, si era detto quella volta dopo la fine della sera, capirei i suoi capelli bianchi dalla tosse piena di catarro, le lenti bifocali dalla lentezza con cui sposta il corpo nel letto.

Il giorno dopo quel pensiero era andato in ospedale, come tutti i giorni dopo. Era un medico scrupoloso, attento, appassionato di cose insignificanti e estraneo all’ambizione. Si metteva il camice bianco la mattina, con una lentezza che in molti trovavano irritante, aveva buoni rapporti con tutti, ma nessuna amicizia, e modeste ammirazioni.  Riusciva a incastrarsi con fatica in certe soavità dei maschi, su quelle del calcio e degli stipendi era diventato discretamente competente. Disastroso, invece, quando si parlava di gambe, di occhi, di donne tutte intere.
In ogni caso, le colleghe, tutte, lo gettavano in uno stato di apprendistato permanente.
(Aveva avuto tuttavia una moglie. Per un breve e opaco periodo)

Teneva uno di quei volti che sembrano stare tutti appesi al naso, come una giacca su un chiodo al muro. Aveva mani grandi e molto pallide, e portava una serie di completi marroni, di fattura antiquata – molto diversi dagli esili pantaloni dei suoi colleghi, dalle loro giacche  leggere. Quel continuo profumo di amanti e barca a vela che gli pareva emanassero proprio gli sfuggiva –  e anche quell’altro odore scuro e potente di vino prezioso, quell’odore di potere avvinghiato al loden dei primari d’annata, non l’avrebbe davvero mai indossato.
Stava comodo con pochi. Anzi, forse solo con l’anziana signora Marcella, caposala provava qualcosa di simile al riposo. Condividevano una certa stanchezza, una certa distanza dalle cose, un modo di sfregarsi le mani di inverno, una imprecisa malinconia.

Quel mattino comunque successe un niente di nuovo, che proprio per questo lo amareggiò non poco. Doveva fare un esame a una donna giovane, che gli arrivò nella stanza decisa e in carne, senza fede – come notò subito – senza particolare charme, ma armata di una garibaldina allegria, un piglio, una decisione. Si era spogliata senza indugio, in una franchezza militaresca, e mentre lui era abbagliato da tutto quel corpo – largamente imperfetto e per questo tanto più vitale – aveva obbedito agli ordini.
Si giri su un fianco che controlliamo i cavi ascellari.

I cavi ascellari nel loro candore si rivelarono perfetti, di onestà specchiata, innocenti come i capelli della donna,  che erano di un biondo liscio e ordinario quanto poco luminoso, stretti e composti nell’elastico di spugna (il dottore pensò al mattino a quando lei si sarebbe fatta coda davanti allo specchio).Per quelli forse indugiò nel tranquillizzarla lasciando la mano un minuto di troppo sul fianco –  anzi forse due di minuti. Fornì  alla donna una spiegazione a dire il vero esauriente sul perché potessero dolerle quegli onesti linfonodi, il ciclo, signora mia, ma anche sa accadono cose,  la mano rimaneva sul fianco largo della donna.
(La donna lo ascoltava grata, poi perplessa, poi materna. Questo è un figlio pensava, poveruomo non sa ancora dove si comincia a scavalcare la generazione, il desiderio lo maltratta. Dovrei arrabbiarmi per questa mano inappropriata, eppure in questa permanenza inutile e incapace, io sento qualcosa di tragico)

Dopo un poco si era alzata, mi scusi dottore continui a spiegarmi, mi perdoni se le do le spalle mentre mi vesto.
Quello era allora uscito, ma certo faccia con comodo, ritrovando una professionale compostezza, rincogiungendosi ad essa odiosamente 

(La donna mise con aggraziata malagrazia una giacca di jeans, se ne andò piuttosto serena pur scuotendo la testa)

 

(qui)

Donne tra donne nei luoghi di lavoro

Qualche giorno fa è uscito sul Sole 24 h questo articolo di Francesca Contardi. Un articolo deludente bisogna dire considerando la serietà della testata e la consueta preparazione dei collaboratori di cui si avvale. Magari sarà sicuramente anche questo il caso, ma il pezzo, leggetelo non va oltre lo scambio tra massaie pettorute al bar, e la chiamata in causa dell’esperienza professionale dell’autrice, un tentativo di blasonare qualcosa che non rileva alcuna attinenza con il mondo che dichiara di conoscere e dominare. Il titolo infatti recita: i team di sole donne: perché spesso non funzionano? E poi dice che non funzionano sostanzialmente perché le donne dovrebbero essere solidali fra loro e non lo sono! E anche che entrano in competizione invece i maschi no e anche che non parlano apertamente ma sostanzialmente alle spalle. Poi conclude regalandoci un barlume di ottimismo: io quando lavoro con donne me le scelgo con un carattere forte che mi ci trovo meglio– perché di solito so timidine e non parlan chiaro.

Questa è una mia sintesi ma andate a leggere voi.
Articoli come questo sono in blanda diminuzione, perché per fortuna ci si sta rendendo conto anche nelle roccaforti di una cultura conservatrice e che fa fatica a stare al passo con i cambiamenti del tempo e dei modi di fare divulgazione, che i gender studies sono una cosa complessa, che deve tenere in conto di tante variabili, e certe sciatterie almeno sui giornali considerati punti di riferimento sono davvero molto più rare. Ma come si può constatare ogni tanto, capita.

Intanto. Il mondo del lavoro è pieno di “team di sole donne” che invece funzionano normalmente – specie in certi comparti, anche di team che funzionano benissimo e altri mediocri – il genere non fa una particolare differenza. Io ho avuto spesso a che fare con team di sole donne, e ho avuto superiori donne e non ho mai raccolto particolari problemi – per esempio quando ho lavorato quasi due anni con Istat violenza di genere, solo intervistatrici solo direttrici donne, quando sono stata nei centri antiviolenza, gestiti solo da donne, quando ho lavorato in equipe di psicologhe – presso il servizio pubblico dei consultori o centri di psicoterapia – un contesto professionale dominato dalle donne. Sono anche figlia di un dirigente donna, una direttrice di biblioteca, che aveva quasi solo donne come dipendenti– come spesso capita nel sistema bibliotecario, e ad oggi dall’anno in cui mia mamma andò in pensione ogni anno le sue dipendenti di un tempo vengono a salutarla e le fanno un regalo, passano un pomeriggio insieme e si divertono.

Quindi io non credo che si possa dire che i team di sole donne siano meno produttivi di altri, o funzionino peggio – ho esperienze di ritmi di lavoro sostenuti, obbiettivi da raggiungere, coordinamenti efficaci o nella norma. Riconosco però a una caratteristica omogenea nella composizione di un gruppo, la possibilità che si creino problemi particolari – che con i vantaggi particolari potrebbero compensare vantaggi e problemi di gruppi dominati da altre omogeneità. Preliminarmente però mi preme sottolineare che la questione che stupisce la Contardi, per cui le donne non solidarizzano quando hanno gli stessi problemi condivisi (figli, famiglia) riguarda non tanto il genere di per se, ma il problema della pressione del capitale che è identico per tutti e non può diminuire se un capo è femmina o lo sono le sue dipendenti. Il problema riguarda il conflitto tra logica di sistema e logica del privato, che quasi ovunque viene risolto a discapito del secondo. Se un certo ufficio deve produrre un certo numero di pratiche entro una certa data, io capo femmina non è che posso accordare a tutte un permesso perché sono femmine. Il problema arriverà dal doppio ruolo delle dipendenti femmine che non potranno in quella specifica circostanza allungare l’orario di lavoro specie quando sono madri, questo anche perché c’è una più antica questione collettiva e culturale sulla genitorialità e sulla cura delle relazioni private (che semplicemente dovrebbe riguardare: se tutti lavorano tutti dovrebbero curare le relazioni private, e invece questo non sta andando come dovrebbe). Fatto sta che allo stato attuale dell’arte, la richiesta di permessi, o di contro, di tempi aggiuntivi sul lavoro genererà problemi con le dipendenti o anche rivalità tra dipendenti che non hanno urgenze da rivendicare perché non hanno figli, e dipendenti che hanno figli. (qualora invece ci fossero uomini tra i dipendenti, o una dice addio alla famiglia, oppure il dipendente uomo farà i suoi straordinari e si aggiudicherà le prospettive di carriera). Quando il contesto dove si lavora consente una mobilità di orari molti di questi conflitti si attutiscono, così come quando gli orari sono più ridotti delle 35/ 40 ore minime di prestazione – tutto questo però non ha molto a che vedere con la psicologia intrinseca dei soggetti. Non è una questione delle donne come tali. O tuttalpiù riguarda la curiosa aspettativa verso le donne quando sono in posizione di potere. Devono rimanere cioè, non si sa bene per quale motivo, in una posizione diversa rispetto al potere, e al capitale in quanto donne, e non in quanto per esempio soggetti con le loro storie, psicologie meriti e demeriti.

Con il lavoro che faccio – sono psicoterapeuta – raccolgo storie professionali di tutti i contesti, storie di rapporti di lavoro, di sofferenze, di sensazioni di ingiustizia, di enormi competizioni e rivalità. Di lotte aspre e senza sconti e anche di caratteri difficili e introversi che si schiacciano al margine della lotta. Quando la Contardi scrive “con un uomo è molto difficile entrare in competizione” viene da chiedersi: ma dove li forma questa i team, su Marte? Dove vive? Di quali maschi e femmine parla? A cosa allude? Al fatto che i maschi non entrino in competizione tra loro? (ma LOL speriamo di no) al fatto che non entrano in competizione con le donne? (anche qui ma davvero?) e ancora, è proprio grave essere in competizione sul lavoro? Siamo sicuri che la competizione non sia una cosa buona per un contesto lavorativo?

La competizione è un ottimo ingrediente in un contesto professionale. A giusti dosaggi, temperata da altre caratteristiche del gruppo e delle singole personalità che lo compongono aiuta a velocizzare il lavoro e a migliorarne la qualità, aiuta anche a divertirsi di più, specie quando magari a inizio carriera le mansioni di cui si è incaricati non sono davvero entusiasmanti. Anche se certo non per tutti, e certo non per tutte le fasi di vita. Ci sono caratteri non competitivi, ma ci sono anche caratteri competitivi che in certe fasi possono avere un’altra priorità. Quando mi mantenevo in un call center, e dovevo chiamare camionisti a iosa per sapere come si trovavano nelle officine, non proprio devo dire un argomento che mi appassionasse ecco – la competizione – il numero delle interviste fatte, il numero di persone difficili che riuscivo ad agganciare, mi aiutava a passare il tempo serenamente, a divertirmi di più, ossia a eludere il suicidio per un lavoro mediocre quanto necessario. Tutti i generi sono suscettibili di competizione, perché come si può dedurre senza scomodare Freud, è la versione adulta della lotta fra fratelli per l’attenzione genitoriale, ed è abbastanza facile da intuire quanto frequentemente sul capo di un ufficio sia proiettato un genitore. Come sarà gestita questa occasione di transfert – per usare un termine del gergo analitico – dipenderà molto dalla storia personale del dipendente, da quanto ci ha lavorato sopra e certo, da quanto il detto superiore è in grado di anticipare la questione e risolvere il complicato problema delle proiezioni che gli vengono messe addosso, e delle identificazioni proiettive che possono portare i meno accorti a fare azioni anche coercitive che non vorrebbero fare.

Se si tiene in mente la questione delle proiezioni che la combinazione di generi tra dipendenti e capi possono suscitare, ci si rende conto di quanto possa essere vasto il campo delle variabili. All’origine per tutte le parti in causa, c’è un ‘infanzia in cui c’è un bambino con una madre e un padre, o una bambina con una madre e un padre (più l’infinita varietà delle altre crescenti oggi possibili combinazioni che per comodità non citiamo) . Questo quadro originario si declinerà con le vicissitudini individuali, le singole storie familiari, in moltissimi romanzi possibili, che ritorneranno nel modo di considerare le figure di adulti che ricordano quelle importanti di quando si era bambini e bambine. Bambine con madri protettive ma forti, potrebbero rivivere con le loro cape donne rapporti conflittuali come a giocarsi una seconda adolescenza e una seconda individuazione e separazione dalla madre, mentre con i loro capi uomini rapporti idilliaci di compiacenza anche eccessiva come le brave figlie che ancora si provano a scippare il papà alla mamma. Bimbe che si sono invece giocate l’adolescenza a tempo debito e magari essendo diventate madri, si sono riconciliate con la propria, che magari le ha anche amate, potrebbero andare a gonfie vele con un capo donna sul luogo di lavoro. Ma le combinazioni sono tante si diceva, tante come i romanzi familiari.

Forse quello di cui si può parlare, e che secondo me ha un’importante base psicologica, è la propensione delle donne, spesso dominata e ben amministrata nell’età adulta, con l’esperienza di vita, a instaurare relazioni che sono nella simpatia o nell’antipatia, fortemente emotive ed intime, in ragione delle quali si possono creare potenti sodalizi, ma anche contrasti altrettanto forti, dominati da grande aggressività e risentimento. Questa differenza la vediamo anche nel modo diverso di gestire le amicizie di uomini e donne, tutti capaci di stare tra amici, ma in termini di frequenze statistiche, perché poi tutto si da, è più frequente vedere uomini passare volentieri del tempo assieme condividendo interessi in comune, mentre è più frequente vedere donne passare del tempo a parlare della propria vita privata. Io credo che ci siano echi della storia di accudimento e di identificazione diversi che al momento concernono almeno la nostra cultura e i nostri sistemi familiari. Bambini e bambine nascono da una d donna e sono per i primi anni prevalentemente accuditi da una donna, pur appartenendo a sessi diversi. Il rapporto con la madre per il maschietto, passa da una fase di disidentificazione profonda, ma agile, perché presto lui vede e sa di essere differente, di essere altro da lei. La bimba ha una crescita diversa, perché nell’identificazione forte dei corpi, delle funzioni corporee con il megafono che non aiuta dell’esasperazione culturale che amplifica la differenza di genere, beh la bambina deve affrontare una complicato processo di indentificazione e violenta disidentificazione, che spesso si traduce in adolescenze complicate, e rapporti burrascosi con la madre. Le figlie con le loro madri, partono infatti da un’identità della funzione corporea, da una profonda somiglianza, da un gioco di rispecchiamenti anche inconsci, che nel rapporto con il piccolo maschietto non c’è. Quindi il compito di trovare una giusta distanza della figlia dalla madre ha bisogno di molto gas emotivo, molto lavoro, molte lotte, e insomma spesso, anche se non sempre ha costi alti.

Mi pare che allora frequentemente, i rapporti tra donne in particolare in quella lunga età della post adolescenza che in certi termini combacia anche con la grande produttività professionale, tra i 25 e i 40, rievochino sia le proiezioni di intimità col materno che le lotte per la disidentificazione, e le ragazze tra loro spendono molte faticose energie nel dire sono come te, non sono affatto come te, caricando le interazioni di emozioni importanti. In questo senso nei contesti di lavoro tra donne, possono davvero sorgere emozioni accese, attriti, questioni, convivenze penose. Ma anche nel lavoro, si sottovaluta molto, come si è fatto nella cultura, il potenziale della matrilinearità, il timo di comunanza che tra ragazze può instaurarsi sulla lunga durata. Ogni dirigente donna dovrebbe saper tenere a mente cioè la banale verità per cui se esistono amiche care di lunga durata, reti di rapporti familiari funzionali, esiste un modo da parte dei gruppi di aiutare i soggetti a dominare i loro attriti interni e le proiezioni in campo.  Una buona psicologia del lavoro aiuta a ragionare su questi enpasse, come su quelli che possono crearsi tra colleghi uomini. Non riesce invece da sola a risolvere un grande problema sociale e culturale di conflitto tra capitale e privato che si scarica su chi sostanzialmente a causa di un doppio ruolo e di un doppio reale coinvolgimento, non riesce a prendere partito.