Donne tra donne nei luoghi di lavoro

Qualche giorno fa è uscito sul Sole 24 h questo articolo di Francesca Contardi. Un articolo deludente bisogna dire considerando la serietà della testata e la consueta preparazione dei collaboratori di cui si avvale. Magari sarà sicuramente anche questo il caso, ma il pezzo, leggetelo non va oltre lo scambio tra massaie pettorute al bar, e la chiamata in causa dell’esperienza professionale dell’autrice, un tentativo di blasonare qualcosa che non rileva alcuna attinenza con il mondo che dichiara di conoscere e dominare. Il titolo infatti recita: i team di sole donne: perché spesso non funzionano? E poi dice che non funzionano sostanzialmente perché le donne dovrebbero essere solidali fra loro e non lo sono! E anche che entrano in competizione invece i maschi no e anche che non parlano apertamente ma sostanzialmente alle spalle. Poi conclude regalandoci un barlume di ottimismo: io quando lavoro con donne me le scelgo con un carattere forte che mi ci trovo meglio– perché di solito so timidine e non parlan chiaro.

Questa è una mia sintesi ma andate a leggere voi.
Articoli come questo sono in blanda diminuzione, perché per fortuna ci si sta rendendo conto anche nelle roccaforti di una cultura conservatrice e che fa fatica a stare al passo con i cambiamenti del tempo e dei modi di fare divulgazione, che i gender studies sono una cosa complessa, che deve tenere in conto di tante variabili, e certe sciatterie almeno sui giornali considerati punti di riferimento sono davvero molto più rare. Ma come si può constatare ogni tanto, capita.

Intanto. Il mondo del lavoro è pieno di “team di sole donne” che invece funzionano normalmente – specie in certi comparti, anche di team che funzionano benissimo e altri mediocri – il genere non fa una particolare differenza. Io ho avuto spesso a che fare con team di sole donne, e ho avuto superiori donne e non ho mai raccolto particolari problemi – per esempio quando ho lavorato quasi due anni con Istat violenza di genere, solo intervistatrici solo direttrici donne, quando sono stata nei centri antiviolenza, gestiti solo da donne, quando ho lavorato in equipe di psicologhe – presso il servizio pubblico dei consultori o centri di psicoterapia – un contesto professionale dominato dalle donne. Sono anche figlia di un dirigente donna, una direttrice di biblioteca, che aveva quasi solo donne come dipendenti– come spesso capita nel sistema bibliotecario, e ad oggi dall’anno in cui mia mamma andò in pensione ogni anno le sue dipendenti di un tempo vengono a salutarla e le fanno un regalo, passano un pomeriggio insieme e si divertono.

Quindi io non credo che si possa dire che i team di sole donne siano meno produttivi di altri, o funzionino peggio – ho esperienze di ritmi di lavoro sostenuti, obbiettivi da raggiungere, coordinamenti efficaci o nella norma. Riconosco però a una caratteristica omogenea nella composizione di un gruppo, la possibilità che si creino problemi particolari – che con i vantaggi particolari potrebbero compensare vantaggi e problemi di gruppi dominati da altre omogeneità. Preliminarmente però mi preme sottolineare che la questione che stupisce la Contardi, per cui le donne non solidarizzano quando hanno gli stessi problemi condivisi (figli, famiglia) riguarda non tanto il genere di per se, ma il problema della pressione del capitale che è identico per tutti e non può diminuire se un capo è femmina o lo sono le sue dipendenti. Il problema riguarda il conflitto tra logica di sistema e logica del privato, che quasi ovunque viene risolto a discapito del secondo. Se un certo ufficio deve produrre un certo numero di pratiche entro una certa data, io capo femmina non è che posso accordare a tutte un permesso perché sono femmine. Il problema arriverà dal doppio ruolo delle dipendenti femmine che non potranno in quella specifica circostanza allungare l’orario di lavoro specie quando sono madri, questo anche perché c’è una più antica questione collettiva e culturale sulla genitorialità e sulla cura delle relazioni private (che semplicemente dovrebbe riguardare: se tutti lavorano tutti dovrebbero curare le relazioni private, e invece questo non sta andando come dovrebbe). Fatto sta che allo stato attuale dell’arte, la richiesta di permessi, o di contro, di tempi aggiuntivi sul lavoro genererà problemi con le dipendenti o anche rivalità tra dipendenti che non hanno urgenze da rivendicare perché non hanno figli, e dipendenti che hanno figli. (qualora invece ci fossero uomini tra i dipendenti, o una dice addio alla famiglia, oppure il dipendente uomo farà i suoi straordinari e si aggiudicherà le prospettive di carriera). Quando il contesto dove si lavora consente una mobilità di orari molti di questi conflitti si attutiscono, così come quando gli orari sono più ridotti delle 35/ 40 ore minime di prestazione – tutto questo però non ha molto a che vedere con la psicologia intrinseca dei soggetti. Non è una questione delle donne come tali. O tuttalpiù riguarda la curiosa aspettativa verso le donne quando sono in posizione di potere. Devono rimanere cioè, non si sa bene per quale motivo, in una posizione diversa rispetto al potere, e al capitale in quanto donne, e non in quanto per esempio soggetti con le loro storie, psicologie meriti e demeriti.

Con il lavoro che faccio – sono psicoterapeuta – raccolgo storie professionali di tutti i contesti, storie di rapporti di lavoro, di sofferenze, di sensazioni di ingiustizia, di enormi competizioni e rivalità. Di lotte aspre e senza sconti e anche di caratteri difficili e introversi che si schiacciano al margine della lotta. Quando la Contardi scrive “con un uomo è molto difficile entrare in competizione” viene da chiedersi: ma dove li forma questa i team, su Marte? Dove vive? Di quali maschi e femmine parla? A cosa allude? Al fatto che i maschi non entrino in competizione tra loro? (ma LOL speriamo di no) al fatto che non entrano in competizione con le donne? (anche qui ma davvero?) e ancora, è proprio grave essere in competizione sul lavoro? Siamo sicuri che la competizione non sia una cosa buona per un contesto lavorativo?

La competizione è un ottimo ingrediente in un contesto professionale. A giusti dosaggi, temperata da altre caratteristiche del gruppo e delle singole personalità che lo compongono aiuta a velocizzare il lavoro e a migliorarne la qualità, aiuta anche a divertirsi di più, specie quando magari a inizio carriera le mansioni di cui si è incaricati non sono davvero entusiasmanti. Anche se certo non per tutti, e certo non per tutte le fasi di vita. Ci sono caratteri non competitivi, ma ci sono anche caratteri competitivi che in certe fasi possono avere un’altra priorità. Quando mi mantenevo in un call center, e dovevo chiamare camionisti a iosa per sapere come si trovavano nelle officine, non proprio devo dire un argomento che mi appassionasse ecco – la competizione – il numero delle interviste fatte, il numero di persone difficili che riuscivo ad agganciare, mi aiutava a passare il tempo serenamente, a divertirmi di più, ossia a eludere il suicidio per un lavoro mediocre quanto necessario. Tutti i generi sono suscettibili di competizione, perché come si può dedurre senza scomodare Freud, è la versione adulta della lotta fra fratelli per l’attenzione genitoriale, ed è abbastanza facile da intuire quanto frequentemente sul capo di un ufficio sia proiettato un genitore. Come sarà gestita questa occasione di transfert – per usare un termine del gergo analitico – dipenderà molto dalla storia personale del dipendente, da quanto ci ha lavorato sopra e certo, da quanto il detto superiore è in grado di anticipare la questione e risolvere il complicato problema delle proiezioni che gli vengono messe addosso, e delle identificazioni proiettive che possono portare i meno accorti a fare azioni anche coercitive che non vorrebbero fare.

Se si tiene in mente la questione delle proiezioni che la combinazione di generi tra dipendenti e capi possono suscitare, ci si rende conto di quanto possa essere vasto il campo delle variabili. All’origine per tutte le parti in causa, c’è un ‘infanzia in cui c’è un bambino con una madre e un padre, o una bambina con una madre e un padre (più l’infinita varietà delle altre crescenti oggi possibili combinazioni che per comodità non citiamo) . Questo quadro originario si declinerà con le vicissitudini individuali, le singole storie familiari, in moltissimi romanzi possibili, che ritorneranno nel modo di considerare le figure di adulti che ricordano quelle importanti di quando si era bambini e bambine. Bambine con madri protettive ma forti, potrebbero rivivere con le loro cape donne rapporti conflittuali come a giocarsi una seconda adolescenza e una seconda individuazione e separazione dalla madre, mentre con i loro capi uomini rapporti idilliaci di compiacenza anche eccessiva come le brave figlie che ancora si provano a scippare il papà alla mamma. Bimbe che si sono invece giocate l’adolescenza a tempo debito e magari essendo diventate madri, si sono riconciliate con la propria, che magari le ha anche amate, potrebbero andare a gonfie vele con un capo donna sul luogo di lavoro. Ma le combinazioni sono tante si diceva, tante come i romanzi familiari.

Forse quello di cui si può parlare, e che secondo me ha un’importante base psicologica, è la propensione delle donne, spesso dominata e ben amministrata nell’età adulta, con l’esperienza di vita, a instaurare relazioni che sono nella simpatia o nell’antipatia, fortemente emotive ed intime, in ragione delle quali si possono creare potenti sodalizi, ma anche contrasti altrettanto forti, dominati da grande aggressività e risentimento. Questa differenza la vediamo anche nel modo diverso di gestire le amicizie di uomini e donne, tutti capaci di stare tra amici, ma in termini di frequenze statistiche, perché poi tutto si da, è più frequente vedere uomini passare volentieri del tempo assieme condividendo interessi in comune, mentre è più frequente vedere donne passare del tempo a parlare della propria vita privata. Io credo che ci siano echi della storia di accudimento e di identificazione diversi che al momento concernono almeno la nostra cultura e i nostri sistemi familiari. Bambini e bambine nascono da una d donna e sono per i primi anni prevalentemente accuditi da una donna, pur appartenendo a sessi diversi. Il rapporto con la madre per il maschietto, passa da una fase di disidentificazione profonda, ma agile, perché presto lui vede e sa di essere differente, di essere altro da lei. La bimba ha una crescita diversa, perché nell’identificazione forte dei corpi, delle funzioni corporee con il megafono che non aiuta dell’esasperazione culturale che amplifica la differenza di genere, beh la bambina deve affrontare una complicato processo di indentificazione e violenta disidentificazione, che spesso si traduce in adolescenze complicate, e rapporti burrascosi con la madre. Le figlie con le loro madri, partono infatti da un’identità della funzione corporea, da una profonda somiglianza, da un gioco di rispecchiamenti anche inconsci, che nel rapporto con il piccolo maschietto non c’è. Quindi il compito di trovare una giusta distanza della figlia dalla madre ha bisogno di molto gas emotivo, molto lavoro, molte lotte, e insomma spesso, anche se non sempre ha costi alti.

Mi pare che allora frequentemente, i rapporti tra donne in particolare in quella lunga età della post adolescenza che in certi termini combacia anche con la grande produttività professionale, tra i 25 e i 40, rievochino sia le proiezioni di intimità col materno che le lotte per la disidentificazione, e le ragazze tra loro spendono molte faticose energie nel dire sono come te, non sono affatto come te, caricando le interazioni di emozioni importanti. In questo senso nei contesti di lavoro tra donne, possono davvero sorgere emozioni accese, attriti, questioni, convivenze penose. Ma anche nel lavoro, si sottovaluta molto, come si è fatto nella cultura, il potenziale della matrilinearità, il timo di comunanza che tra ragazze può instaurarsi sulla lunga durata. Ogni dirigente donna dovrebbe saper tenere a mente cioè la banale verità per cui se esistono amiche care di lunga durata, reti di rapporti familiari funzionali, esiste un modo da parte dei gruppi di aiutare i soggetti a dominare i loro attriti interni e le proiezioni in campo.  Una buona psicologia del lavoro aiuta a ragionare su questi enpasse, come su quelli che possono crearsi tra colleghi uomini. Non riesce invece da sola a risolvere un grande problema sociale e culturale di conflitto tra capitale e privato che si scarica su chi sostanzialmente a causa di un doppio ruolo e di un doppio reale coinvolgimento, non riesce a prendere partito.

 

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